Sono hackeratə | la prima campagna associativa di lay0ut magazine

Cosa ci è successo

Nata durante la seconda ondata di Sars-Covid19, lay0ut magazine catalizzava delle energie altrimenti inesprimibili, meccaniche (solo la lobby dei #doglover era autorizzata a passeggiare) e cognitive (a furia di serie, film e libri stavamo un po’ perdendo il senso di realtà, o forse regredendo nell’adolescenza depressiva). Forse era nata come feticcio, come mascheramento di un trauma collettivo di cui ancora non conoscevamo nulla, men che meno la fine e che in qualche modo passava inosservato. Bando alla psicanalisi, però: avevamo tempo da perdere.
Datemi il tempo e datemi i mezzi, diceva Bianciardi, e io farò questo e altro. Ora il tempo scade, più che passa, dietro e davanti a una cattedra, sui libri, tra i corridoi di una RSA o davanti a un computer, guidando, tra l’odore dei sedili in fintapelle o il plasticone delle Metro, forse rifinendo dei canestrini di frutta. I mezzi sono parcheggiati o venduti.
Tra allora e adesso facciamo una differenza e si chiama privilegio. Col privilegio, ha cominciato a porsi tutta una serie di problemi. Abbiamo cominciato a diffidare (e continuiamo a farlo) del potere di una rivista di “cambiare le cose”, “incidere”, “fare la differenza”, che sono cliché prima di tutto politici, poi linguistici. Non capivamo più il senso della gerarchia (etica, informativa?) tra chi produce i contenuti e chi li fruisce. Nemmeno tra di noi, in redazione, riconoscevamo più i ruoli. Saturando così abbiamo smesso di avere voglia.

Il cartaceo

Il cartaceo ci ha dato un bel boost adrenalinico. Com’è adesso! raccoglieva le energie residue per dire qualcosa sul cadavere del mondo, reale e virtuale e bla bla, tutte cose spiegate ampiamente. E ci ha fatto girare. Abbiamo presentato la rivista a Pavia, a Milano, a Monza, a Lugano, a Grosseto, a Bibbiena, a Reggio Calabria e a Padova, e chissà dove ancora. La presenza del pubblico, la sua incontrovertibile corporalità, così strana nella dissolvenza del fine-pandemia, ci è sembrata quasi un miracolo. Abbiamo subito rifiutato di fare le solite presentazioni frontali (la pedagogia e la didattica scolastica hanno da tempo dimostrato che le lezioni frontali funzionano molto meno di quanto pensassimo, non vedo perché debbano avere senso per i libri), organizzando open mic, bevute ribassate, feste pseudoalcoliche, afterparty medievali, tirate polemiche, giochi collettivi, concerti improvvisati alla pianola, discussioni notturne in piazza. Abbiamo cambiato idea mille volte su ciò che lay0ut dovrebbe essere e fare perché, in realtà, non ne abbiamo idea, e le cose migliori capitateci sono venute dall’incontro casuale con gli altri.

Tutto sto romanzo per dire?

Che non abbiamo voglia di star dietro a una tight schedule, vogliamo che lay0ut pubblichi diversamente, perché qualcunə di noi ne ha bisogno, urgenza, vogliamo portare avanti progetti per noi importanti, non so come spiegarvi. Chiuso ciò che andava chiuso, aperto ciò che andava aperto, non vogliamo “conquistare il mercato” o che, vogliamo leggere ancora Neolatina, la rubrica di Gianluca Furnari, perché cos’è se non una splendida ossessione? E cercare di combattere insieme allə lavoratorə della GKN. Vogliamo comprendere come è possibile che le poesie e le serie condividano questo vuoto ontologico che sta dietro tutto e impedisce loro di finire, bene; e leggere tutto, tradurre tradurre tradurre, angosciarci per la crisi climatica; anche osservare i limiti della violenza (generatrice o distruttiva). Insomma, vogliamo tutto.
Del resto, è sempre stato così, solo a ritmi impossibili. Le istanze di ognunǝ di noi diventavano di tuttǝ perché le condividevamo, a riunione, durante gli eventi, in chat. E allora vogliamo che anche voi, lettorə, passiate in qualche modo dall’altra parte. Niente più rapporto rigorosamente top-bottom, un po’ più a cazzo di cane.

Layout Magazine – APS

Da qui la gamba tesa dell’associazione. Vi ricordate che, nel cartaceo, parlavamo di undercommons (Moten+Harney)? Sarebbero dei luoghi sotterranei, dei luoghi “sotto” i “commons”, i terreni recintati, nella tradizione politica inglese. Luoghi di controcultura che, proprio in una logica aperformativa e caotica, entrino in contrasto con i discorsi istituzionali.

L’associazione di promozione sociale (un ente no-profit regolarmente registrato), ci permette di fare questo. Attraverso il versamento di una quota (25€), siete soci fino al 31 dicembre 2023. In quanto soci (oltre a poter partecipare alle più “formali” riunioni associative), potrete scegliere se ricevere il vecchio cartaceo o quello previsto per il 2023; riceverete la newsletter bǝdroom, a cui potrete anche partecipare (scrivendola voi stessi – saranno chiare le dinamiche prossimamente); infine parteciperete a liedown, l’open mic mensile che terremo online e perché no anche live e che sarà un laboratorio, se volete, oppure no. Un modo per parlare con voi direttamente, per scannarci, per leggere. È previsto anche un gadget spaziale, ma non abbiamo idea ancora quanto sarà fattibile, un po’ come la terraformazione di Marte.

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Sei hackeratə, un editoriale fa

Questa indistinzione tra redazione e pubblico è un po’ un gioco (serissimo) che trasforma l’orribile sensazione che ognunə di noi ha, anche se attraverso forme e contenuti diversi, di essere hackeratə. Dal lavoro, che non ci libera mai; dal consumo che ci consuma; dalla crisi ecologica (antropogenica), che ci chiude il futuro; dal bisogno di scomparire. In: intrusività dei pensieri, delle immagini, un continuo rimuginare. Lo zio complottista alla cena di Natale, le bambine per strada che fanno il balletto brasiliano di TikTok, la nonna che non crede nell’esistenza dei poveri non hanno colpe (perfortuna). Siamo immersi così tanto nel discorso sistemico (forse proprio per quella differenza quantitativa tra ciò che fruiamo [tutto] e ciò che produciamo [quasi niente] – aridaje Marx – tra content e informazioni) che ormai lo schermo si fa nero e i pensieri ci scorrono in slab-serif, colore verde fogna. Il velo di Matrix mi sembra lo chiama Daniele Giglioli in Senza trauma (QuodLibet).
Ritrovare spontaneità è l’obiettivo. Spoiler: non ce la faremo. Rimangono questi spazi-luoghi di pace, quando diventiamo noi produttori di discorso, quando diciamo la nostra, quando finalmente ci ascoltiamo.