La poesia di Christian Lehnert: il respiro che sorge

Christian Lehnert è praticamente sconosciuto in Italia. Eppure, pubblica poesie dal 1997 e per non altri che Suhrkamp, la prestigiosa casa editrice francofortese (ormai con sede a Berlino). Nato e cresciuto a Dresda negli anni della DDR, Lehnert ha studiato Scienze Religiose, Teologia Protestante e Orientalistica. Nella sua iniziale carriera accademica sono da ricordare dei periodi di studio in Israele, che lo hanno aperto in modo nuovo alla cultura giudaica e a quella araba, molto sentite nel suo primo libro, Der gefesselte Sänger (Il cantore incatenato).

Il libro di esordio fu particolarmente sperimentale: sia sul lato ortografico, dove si nota l’assenza totale di punteggiatura in alcune poesie e di maiuscole in tutte, una pratica quest’ultima inaugurata nella letteratura tedesca da Stefan George a inizio secolo; sia su quello formale, dove serie di versi brevi si susseguono a blocchi metrici più lunghi e qualche rima e spunto di ritmo fanno capolino tra enjambement continui e a cascata. L’effetto prodotto è quello di una confusione totale e voluta di tradizioni, segni, suoni, a cui corrispondono sul piano concettuale tutta una serie di parole (o negazioni) topiche: “nirgendwo” (da nessuna parte), “eine folge leerer zeichen” (una serie di segni vuoti), “unterscheidungslos” (privo di distinzione), “ins nirgends” (verso il nulla), “wesenlos” (insostanziale). Certe costruzioni parrebbero quasi ricordare, alle lettrici italiane, quel “caos di nomi ormai vacui,” quel nichilismo linguistico che caratterizzava i Lamenti de Gli anni tedeschi di Giorgio Caproni e che anticipava la ricerca linguistico-filosofica delle ultime opere caproniane.

Ma se per venire a capo di questa impasse linguistica, Caproni si era aperto all’a-teologia della parola, Lehnert si è fatto invece davvero teologo, in un connubio che, come il poeta stesso ha fatto notare, è molto difficile da ritrovare nel mondo europeo contemporaneo. E la situazione si complica ancor di più se si pensa che Lehnert non è solo teologo ma anche vero e proprio pastore protestante. Le interviste, a cui ormai viene spesso sottoposto, tendono ogni volta a mettere in discussione questa situazione: come può un poeta oggi essere anche teologo, essere anche pastore? Lo shock è comprensibile in un mondo letterario che ha fatto da tanti anni professione di secolarizzazione. Ma è proprio questa secolarizzazione che ha nascosto una situazione che le poesie di Lehnert in un certo senso esemplificano.

Difatti, le risposte del poeta-teologo, caratterizzate da tutta una serie di dualismi propri più del secondo che del primo, non sorprendono chi delle due discipline ha studiato le evoluzioni durante l’ultimo secolo: per Lehnert, la differenza è solo esterna, non interna. In altre parole, mentre ci può essere conflitto tra le due figure fuori, sul piano sociale, a livello personale, dentro, le due figure finiscono per corrispondere: sia il teologo che il poeta cercano il luogo dove le parole mancano, dove la parola manca, e cercano di dare “espressione” a questo luogo. Di sottofondo agiscono qui tutte quelle letture di mistica, sia cristiano-giudaica che araba, fondamentali per il percorso filosofico e teologico del poeta sassone. Sancita è così esplicitamente la corrispondenza essenziale tra religione e poesia moderna, che Giorgio Agamben aveva teorizzato già nel 1974 in una breve introduzione alle poesie e alla mistica di San Juan de la Cruz per Einaudi.

Allora quelle di Lehnert, si dirà, sono davvero liriche spirituali, geistliche Lyrik, una tradizione che in Germania sembra riemergere dai meandri della storia. Ma così si darebbe troppa importanza al teologo, cosa che Lehnert dice esplicitamente di non voler fare: quando gli chiedono se la sua poesia è fromm (pia), lui resta più che interdetto. Quando è poesia, la poesia segue la parola non il dogma, per usare un termine qui fuori contesto ma che segna una tensione; la poesia va dove vuole, come il vento. Più che geistliche, spirituali, le poesie di Lehnert ci paiono geistige, spiritali, se ci è permesso il gioco di traduzione tra e nelle lingue – il passaggio da geistlich a geistig era già stata una mossa heideggeriana nei confronti di Georg Trakl, poi acremente criticata da Derrida, ma qui non è questo il punto.

Piero Manzoni che soffia la sua opera d’arte: Fiato d’artista.

Se le poesie di Lehnert erano state caratterizzate fin dall’inizio da una certa costante presenza del respiro, dell’aria e del vento, dal 2010 in poi, probabilmente successivamente all’incontro con il compositore Hans Werner Henze (famoso anche per la sua militanza marxista e a cui negli anni 50 aveva fatto da librettista non altri che Ingerborg Bachmann), per il quale Lehnert aveva scritto il libretto Phädra e con cui allora iniziava a lavorare su un pezzo chiamato “An den Wind” (Al vento), questo “tema” si impone sempre di più al poeta con effetti ammirabili. Lo si vede in raccolte di poesia come Aufkommender Atem (Il respiro che sorge, 2011) e Windzüge (Convogli di vento, 2015).

Di questa nuova stagione vogliamo qui proporre una selezione minima dal libro del 2011, Aufkommender Atem (Il respiro che sorge). Con questa raccolta, la sperimentazione dell’esordio si è allentata, la forma si è fatta compatta, precisa; le rime riappaiono ad ogni componimento, ma non risultano pesanti, anzi sembrano quasi una sorpresa. L’aria è emersa ed ha portato la musica. Il poeta si è qui aperto al mondo naturale. Il mondo sociale non è alle spalle, non è perso, ma è atteso: si attua il tentativo di viverlo come emerge (auf-kommen), in ogni sua forma.

Lo vediamo subito con la prima poesia del libro, Vorfrühling (Principio di primavera o Primavera precoce). Il titolo del componimento sembra un riferimento diretto ad una delle liriche in lingua tedesca più famose del Novecento, Vorfrühling di Hugo von Hofmannsthal, in realtà scritta nel 1892, quando Hofmannsthal aveva solo diciotto anni e già musicata nel 1896. Appariva fin dal 1922 come il primo componimento nella raccolta delle poesie complete del poeta viennese. Ma in particolare anche questa era una fondamentale riflessione sul vento:


Es läuft der Frühlingswind
Durch kahle Alleen,
Seltsame Dinge sind
In seinem Wehen.


Corre il vento di primavera,
Per i viali spogli,
Vi sono strane cose
Nel suo soffiare.

Hugo von Hofmannsthal, Narrazioni e poesie, ed. Giorgio Zampa, Mondadori, 1972.

Dove le “seltsame Dinge” (strane cose) sono appunto il tutto del mondo culturale e sociale. Il pianto, l’ira, membra amorose, fiori, campi colti e incolti, flauti e strumenti musicali, camere private e lampade: tutto questo è ciò che il vento scuote e allo stesso tempo “porta” animandolo in maniera nuova, seltsam, strana. La poesia di Lehnert complica questa situazione e introduce al posto dell’uomo – presente solo nell’immagine del granaio perso tra tempo e sogno, anche lui seltsam – la figura del merlo. La poesia di Lehnert fa la stessa cosa di quella di Hofmannsthal ma attraverso la figura dell’uccello che, muto nell’inverno, esce nella primavera che spunta e riscopre il proprio canto e tono nel vento stesso che lo fa librare sul mondo.

Il merlo non è qui, come avviene solitamente nella tradizione letteraria, solo figura del poeta, né solo dell’essere umano, ma di tutti gli esseri. C’è al fondo di queste poesie spiritali di Lehnert una sorta di animismo con cui bisogna fare i conti. Forse la seconda poesia qui tradotta mostra questo in modo preciso: c’è continuità fra un foglio bianco, un banco di nebbia, e il modo in cui l’io segue un soffio, quando comprendiamo che tra vento e pensiero non c’è differenza, che “una sola / cosa sono il vento e ciò che domani spererò”. Certamente la poesia finale riporta il tutto in ambito cristiano. La citazione che apre il primo verso viene direttamente dalla Lettera di Paolo ai Galati, in cui si dice traducendo tra le lingue e le versioni: “Io vivo ma non io, Cristo vive in me” (Gal. 2, 20) Eppure, qui comprendiamo anche la potenza del respiro: la citazione perde completamente il riferimento cristiano e diventa nella poesia essa stessa respiro, un respiro impossibile da riconoscere, che non si sa da dove viene, esperienza della nostra vita già sempre definita da qualcos’altro, qualcun altro, un respiro comune.

È proprio su questo passaggio da spirito, Geist, a respiro, soffio e aria, Atem, Hauch e Luft, che forse la poesia di Lehnert fonda il salto oltre la figura del suo autore. Essa propone sì una pneumatologia ma non nel senso teologico cristiano, come scienza dello Spirito Santo, ma una pneumatologia che si potrebbe quasi definire materialista. È chiaro a tutti, e forse è anche cosa positiva, che la tradizione italiana, intrisa di cattolicesimo, non potrà mai avere una lirica spirituale, ma forse una lirica geistig – spiritale – sì, se non l’abbiamo già avuta (si pensi anche solo all’inedito di Stefano Dal Bianco in questo magazine).

Vorfrühling

Die Amsel zögert noch in einer Welt,
die innen stumm ist, außen kaum zu fühlen,
im Schnee. Als hätte sie sich vorgestellt,
zum Fliegen sei ein Ton herabzukühlen,

der Wind sei ein bestimmtes Intervall,
so klar wie Eis. Im Schwarm allein, das eine
gefiederte Erwachen, Widerhall –
wie Schatten gleiten Vögel über Steine

in gläsernes Gezweig, in hartes Moos.
Noch scheint die Sonne aus der Luft gegriffen,
noch wirkt die Scheune völlig schwerelos,
fossiler Zahn von Zeit und Traum verschliffen.

Principio di primavera

Il merlo indugia ancora in un mondo
che dentro è muto, fuori quasi non si sente,
nella neve. Come se si fosse reso conto
che volare sia raffreddare leggermente

un tono, che il vento sia un intervallo definito,
chiaro come il ghiaccio. Solo nello stormo,
un solo risveglio piumato, un eco pulito –
come ombre si librano gli uccelli sui sassi

sui rami vetrati, sul muschio sodo.
Ancora splende il sole dall’aria afferrato,
ancora il fienile pieno sembra senza peso,
dente fossile dal tempo e dal sogno levigato.



Wie ein Papier im Licht, das ohne Zeichen
auf meinem Schreibtisch liegt, wie eine Wand
von Nebel über Schnee, und nur zwei Eichen
erinnern mich an Wald und flaches Land,

so folge ich dem Rauschen, bin allein,
Sekunden ohne Richtung, ohne Schwere,

auf einer Wehe, die sich löst, und eins
sind Wind und was ich morgen hoffen werde.

(11. Januar 2009, Dübener Heide)


Come un foglio nella luce che senza segni
giace sulla mia scrivania, come un banco
di nebbia sulla neve, e solo due querci
mi ricordano il bosco e il bianco piano,

così seguo io il frusciare, sono solo,
secondi senza direzione o peso,

in un soffio che si spegne, e una cosa sola
sono il vento e ciò che domani spererò.

(11 Gennaio 2009, Brughiera di Düben)



“Ich lebe, doch nicht ich”, es geht ein Atem
in mir, den ich nicht kenne. Was ihn treibt,
ich weiß es nicht. Ein Flügelpaar verbleibt
als stumme Zeugen in den Wintersaaten.

Die Abendschatten wachsen. Ich kann mir
nicht sagen, wer ich sei und täglich würde,
mich hier zu halten, ist die ganze Bürde
und Gültigkeit, die Atemnot und Gier.

(4. März 2009, Wittenberg)


“Vivo ma non vivo io”, è in me un respiro
che non riconosco. Non so cosa
lo sospinga. Un paio d’ali resta, posa
come un teste muto tra le sementi brumali.

Le ombre della sera crescono. Non so
dirmi chi io sia e chi ogni giorno diventerei,
fermarmi qui è insieme vigore e peso,
bisogno di fiato e smodato desiderio.

(4 Marzo 2009, Wittenberg)

Christian Lehnert è poeta, librettista, pastore e teologo di lingua tedesca. Le sue poesie hanno vinto numerosi premi. Ha pubblicato tutte le sue raccolte per Suhrkamp, tra cui: Der gefesselte Sänger (1997); Der Augen Aufgang (2000); Finisterre (2002); Ich werde sehen, schweigen und hören (2004); Aufkommender Atem (2011); Windzüge (2015); Cherubinischer Staub (2018).

I testi originali sono tratti da Aufkommender Atem, Surhkamp, 2011.
Si ringrazia Christian Lehnert per averci concesso di tradurre queste poesie.
Ringrazio Marco Polistina per il supporto puntuale con la traduzione di queste poesie.

Foto in copertina di Arch McLeish