DON’T mind the gap. Sullo scarto fra prole e parole

Osservare la strada, di tanto in tanto, magari con una cura un po’ sistematica.
Applicarsi. Fare tutto con calma.
Annotare il luogo: i tavolini di un caffé vicino all’incrocio Bac-Saint-Germain
l’ora: le sette di sera
la data: 15 maggio 1973
il tempo: bello stabile
Annotare quello che si vede. Quello che succede di notevole. Sappiamo vedere quello che è notevole?
C’è qualcosa che ci colpisce?
Niente ci colpisce. Non sappiamo vedere.
Bisogna procedere più lentamente, quasi stupidamente.
Sforzarsi di scrivere cose prive di interesse, quelle più ovvie, più comuni, più scialbe.
[…] Sforzarsi di esaurire l’argomento, anche se sembra grottesco, o futile, o stupido.
Non si è ancora guardato nulla, si è solo scoperto quanto era già stato scoperto da tempo.
Costringersi a vedere più piattamente.

Georges Perec[1]

Un articolo a tema ékphrasis, che ardisca trattare sinteticamente del millenario, serrato pedinamento fra parola e immagine, fra dicibile e visibile, alias l’Achille e la tartaruga o i Lesbia e Catullo del dibattito estetologico ed artistico – ben prima delle teofaniche svolte linguistiche (Richard Rorty) e iconiche (Gottfried Boehm) che hanno sconquassato i terreni della filosofia – rientra semplicemente nei domini dell’impossibile, ecco, l’ho detto. Ma a volersi sforzare un po’, ché siamo qui apposta, si potrebbe cominciare essenzialmente in due modi. E gli asmatici non se ne risentano, giacché Proust ha, fortuna mia, sdoganato il fraseggiare lungo e farraginoso; quanto allo stile parentetico, non ho alcuna giustificazione, se non quella di credere nella natura incidentale e accidentale della verità.

Dove eravamo rimasti: il primo pretenzioso modo di principiare, consisterebbe nello sfoderare la propria colt 45 e sparare subito una cartuccia da comparatista normodotata, in pratica l’eiaculatio precox dell’umanista 2.0, citando uno dei più recenti lavori di Jean-Luc Godard dall’emancipativo titolo Adieu au langage. Non lo nascondo, è un mio vecchio cavallo di battaglia, o meglio, da rimorchio al bancone del pub, rispolverato qui per l’occasione ma che ahimé ritrovo alquanto inacidito. Quello del maestro della Nouvelle Vague è il case study perfetto di un’ormai inflazionata (lo era già nel 2014) modalità antifrastica di collisione fra immagini e parole, che nel corso del film procedono su due binari paralleli, dunque non comunicanti o solo metaforicamente allusivi. E questo perché l’auspicio del regista-teorico è quello di liberare entrambi i contendenti, regime verbale e regime visuale, dallo statuto di reciproca subalternità o ancillarità esegetica, restituendo loro la meritata autonomia, anzi, autarchia semiotica. Il che sarebbe sacrosanto, se non fosse che nel 2014 andavano forse ancora poco di moda le parole ibridazione e contaminazione, mentre oggi, ogni rivendicazione di identità, anche concettuale, risulta a dir poco démodé. Inoltre, non lo nego, a 23 anni questo genere di sperimentalismi cinematografici mi entusiasmavano come una slam poetry con degustazione di birre del Caucaso in un circolo Arci, ma sulla soglia dei 30, spengo la tv al secondo nudo integrale, poiché un frontale di pudenda ha ormai il sapore stucchevole di Avanguardia brizzolata.

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Jean-Luc Godard, Adieu au langage (2014)

Se però avessi tenuto duro e l’ouverture di questo articolo fosse stata in Godard minore, la riflessione sarebbe inevitabilmente virata sull’ontologia dell’immagine, saltabeccando qua e là fra il purovisibilismo di Fiedler, la dialettica di presenza/assenza iconica di Belting o la “crescita d’essere” ermeneutica di Gadamer, l’agency o desiderio delle immagini secondo Mitchell, per approdare infine alla neuroestetica di Freedberg e Gallese. Avrei insomma non solo dirottato il discorso, a discapito della parola, sul solo versante dell’immagine, dei cui diritti si stanno già abbondantemente occupando i più recenti Visual Studies, ma soprattutto mi sarei limitata a scopiazzare l’itinerario che potete tranquillamente percorrere al vostro passo lungo l’agile manuale Teorie dell’immagine di Pinotti e Somaini[2]. Starete pensando, furba questa mossa della preterizione, volgarmente nota come “della profumiera”: gettarci una serie di briciole manco fossimo un branco d’oche da cortile per poi non farci nemmeno intravedere la pagnotta nozionistica.

Parley: mi appello allora a Calvino, che nella Presentazione del 1983 al suo romanzo Palomar – acuta meditazione gnoseologica sulla fenomenologia della visione, ve lo cito mica a vanvera – scriveva:

“Forse uno non può parlare del proprio libro […] se non “in negativo”, cioè parlando dei progetti di libri che sono stati scartati per giungere a questo”. O più modestamente: “Il problema di far fronte a campi del sapere che non padroneggio che in misura limitata era il più difficile da risolvere [e difatti] Palomar non dovrebbe mai ostentare competenze che non ha né incompetenze che non sono interessanti in sé”

Ma per accontentare i palati più impazienti, vi concedo una definizione spicciola di cosa sia l’ékphrasis o ecfrasi, prendendola in prestito dai più autorevoli Bartsch ed Elsner: la “rappresentazione a parole di una rappresentazione visuale[3], dunque una mediazione di secondo grado rispetto a un ipotetico referente, reale o immaginativo, che la parola è in grado di mostrarci. Solo in seguito, gradualmente, il senso del termine ékphrasis si è contratto a quella descrizione verbale di opere d’arte (dal sofista Nicolao di Myra in avanti) che ha circoscritto l’applicazione dell’espediente ecfrastico nella letteratura moderna – specialmente nell’epoca del classicismo e romanticismo – al ricamo su capolavori pittorici, scultorei o architettonici, anche inventati.

Silenziata quindi la coscienza con un frugale spuntino accademico, ci traghettiamo senza ulteriore indugio alla seconda ipotesi di incipit, ormai quasi explicit, ché finora il tuorlo non l’abbiamo nemmeno lontanamente sfiorato e s’è solo montata un’inutile meringa di hype: decido di introdurvi a così spinoso argomento attraverso un aneddoto affettivo-autobiografico decisamente più umile, un esercizio idiografico che titilli i vostri neuroni specchio e immedesimi voi lettori in un’accogliente atmosfera domestica di autunno incipiente, stagione dell’anno e della vita. E, badate bene, non sarà l’ennesimo détournement digressivo, poiché l’ékphrasis altro non è in fin dei conti che una tecnica retorica di visualizzazione e di immersione virtuale in un’immagine, materiale o mentale che sia, una simulazione di realtà aumentata antelitteram. Eccoci, dunque: esterno notte, siete in una piccola stanza da letto, genitori 1 o 2 di un bambino di 20 mesi circa, ed è la settantottesima edizione del Festival del Cinema di Venez…no, sbagliato, quella potreste guardarla in streaming ma ve la state perdendo, perché invece siete alla settantottessima lettura della medesima favola della buonanotte, lo stramaledettissimo Il Coniglietto suona lo zufolo degli sconosciuti Gerda Wagener e Marie-José Sacré (Arka Edizioni), ché ad aver saputo prima di questo frustrante eterno ritorno dell’uguale, avreste messo in mano al pargolo quantomeno un Bruno Munari o un Tomi Ungerer, così da potervi vantare con gli amici del vostro illuminato progressismo educativo. Non me ne voglia Gianni Rodari, che giustamente in Grammatica della Fantasia ci ricorda la funzione rassicurante, indispensabile all’apprendimento, della ripetizione, e la gratificazione data dal piacere del riconoscimento, ma, insomma, siete lì a descrivere a vostro figlio ancora e ancora la stessa pagina, sera dopo sera, con le stesse identiche figure del coniglietto stonato che, messe da parte le velleità canore, ripiega sulla carriera di pifferaio e intrattiene i suoi amici del bosco a cavalcioni di un arcobaleno. Capite bene che l’idea del suicidio fa capolino dalla cesta dei giochi. Per giunta, non fidandovi totalmente della teoria innatista della grammatica generativa di Noam Chomsky, siete posseduti dall’urgenza biologica di insegnare asap al cucciolo d’uomo il linguaggio, perché competa meglio in questa società assassina della prestazione, e dunque ne infarcite la testolina di centinaia di vocaboli, in un’instancabile e minuziosa telecronaca di corredo ai disegni. E ciò pur sapendo che in questo modo ne state probabilmente impigrendo il cosiddetto “occhio della mente”. Ma non potete farne a meno, poiché avvertite una sorta di insufficienza dell’immagine, una manchevolezza che sembra richiedere una compensazione, un completamento didascalico, un ventriloquio che ne chiarisca il significato.        

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Medardo Rosso, Ecce Puer 1905. Didascalia: «vision de purité dans un monde banal»

Tralasciando di rammentare l’ovvio, come cioè nel cammino evolutivo della nostra specie l’espressione pittorico-parietale abbia preceduto cronologicamente quella verbale, quel che ci interessa estrapolare dalla mia esperienza di neomadre e cantastorie di famiglia, sono alcune curiose simmetrie con il funzionamento dell’écfrasi: innanzitutto la crucialità dell’impostazione dialogica, e pedagogica in particolare, nelle Eikones di Filostrato Maggiore (siamo a cavallo fra II e III sec.d.C.), uno dei testi capostipiti del genere, in cui un maestro descrive dei quadri (di cui ancora oggi è discussa l’esistenza) di una villa napoletana ai suoi allievi. In secondo luogo, la centralità nella retorica antica della qualità dell’enàrgheia, cioè dell’effetto che si mira a suscitare nello spettatore, nell’uditorio o nel lettore, il quale è portato a dipingersi interiormente l’immagine o scena evocata, mimando il movimento dello sguardo suggeritogli dalla malia verbale. E difatti Ruth Webb precisa come nella sua accezione più antica, l’ékphrasis indicasse proprio la “descrizione vivida di qualsivoglia oggetto che produce un effetto sull’ascoltatore[4], qualcosa di sovrapponibile all’ipotiposi anatomizzata da Umberto Eco e più recentemente da Mario Porro[5]. Una lezione di icasticità di cui è sempre stata memore la grande letteratura, e che non a caso sia Walter Benjamin che Theodor Adorno riscontravano come perfettamente incarnata nella folgorante ed enigmatica pregnanza dei gesti incuneati nelle parabole di Kafka.

Quella stessa incisiva tridimensionalità figurale che Robert Louis Stevenson nel suo saggio A gossip on romance del 1882 enuclea come “plasticità“:

“The threads of a story come from time to time together and make a picture in the web; the characters fall from time to time into some attitude to each other or to nature, which stamps the story home like an illustration. Crusoe recoiling from the footprint, Achilles shouting over against the Trojans, Ulysses bending the great bow, Christian running with his fingers in his ears, these are each culminating moments in the legend, and each has been printed on the mind’s eye for ever. Other things we may forget; we may forget the words, although they are beautiful; we may forget the author’s comment, although perhaps it was ingenious and true; but these epoch-making scenes, which put the last mark of truth upon a story and fill up, at one blow, our capacity for sympathetic pleasure, we so adopt into the very bosom of our mind that neither time nor tide can efface or weaken the impression. This, then, is the plastic part of literature: to embody character, thought, or emotion in some act or attitude that shall be remarkably striking to the mind’s eye. This is the highest and hardest thing to do in words; the thing which, once accomplished, equally delights the schoolboy and the sage, and makes, in its own right, the quality of epics. Compared with this, all other purposes in literature, except the purely lyrical or the purely philosophic, are bastard in nature, facile of execution, and feeble in result”[6].

Tornando a noi, vi posso assicurare che per imbrigliare l’attenzione di un bambino iperattivo di neanche due anni, tenendolo focalizzato su un libro per più di quattro minuti, non vi basteranno tutte le declinazioni dell’ékphrasis e presto supererete Raymond Queneau quanto a Variazioni di stile: il vostro commento dovrà essere capace di coinvolgerlo empaticamente coniugando virtuosismo vocale e gestuale, certo, ma anche irretimento nelle combinazioni sonore e parsimonia nella scelta lessicale, adoperando sinestesie e integrazioni associative, sfondamenti narrativi e dinamizzazioni, così che l’immagine si scrolli di dosso la sua staticità e prenda vita, si temporalizzi e agisca sotto i suoi occhi increduli. L’immagine, come uno spartito, si lascia docilmente eseguire da una lettura teatrale, performativa, in cui la mia parola si addestra sempre più alla multisensorialità. E non è un caso che, nell’ottica di un superamento del logo ed oculocentrismo storicamente occidentali, sempre più libri per bambini prevedano sezioni non solo musicali ma anche tattili. Ciò avviene in concomitanza con il germinare, nel campo dei Visual Studies, dello studio sulla stimolazione della percezione aptica, oltre che motoria, nel cervello dei fruitori, attivata proprio dalle precipue caratteristiche dell’immagine. Starete pensando, “la sta facendo più grossa di quel che è, mia nonna mi ha sempre letto Cappuccetto Rosso e non ha certo sviluppato simili nevrosi interpretative”. Vero, ma si consideri che gli odierni albi illustrati per l’infanzia non sono più i Jill Barklem – Bosco di Rovo, vi dice niente? I suoi topolini con le loro dispense stracolme fino al soffitto di formaggi e conserve sono all’origine della mia parentela spirituale con quegli Alt-Right Americani che si costruiscono dei meravigliosi bunker-shelter nello scantinato – o i Tony Wolf della nostra fanciullezza, incastonati nella nostra memoria con i loro micromondi densi, popolosi, fitti di particolari à la Hieronymus Bosch, in cui prima di esaurire descrittivamente gli elementi di una sola pagina ti compaiono almeno tre o quattro capelli bianchi.

No, oggi vanno per la maggiore gli universi testualmente più scarni, figurativamente astratti e minimali sino all’ermetismo di un Leo Lionni (si prenda a campione Piccolo Blu e Piccolo Giallo) o di un Hervé Tullet, più sul versante Klee e Kandinskij dell’arte, per intenderci, in cui l’immagine è protagonista incontrastata e fagocita nella sua essenzialità brutalista l’intera superficie cartacea.

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Barklem
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Lionni

Ora, le mie conoscenze in ambito neurocognitivo rasentano lo zero e non posso affermare se sia in atto o meno una singolar tenzone fra rapaci, se immagini e parole stiano contendendosi la preziosa fantasia dei bambini, ma credo di poter azzardare che da tale mutamento di paradigma iconografico i più piccoli stiano imparando (a meno che non sia già la loro e nostra modalità di default di articolazione del pensiero) a ragionare per immagini più che per il tramite delle parole, a potenziare l’intelligenza visiva e la sua maggiore libertà di snodi e raccordi, una facoltà certo predominante in questa prima fase della crescita nonché, scontato sottolinearlo, in questa fase della nostra civiltà.

Concludo, si fa per dire, con un’ammissione di colpa teoreticamente piuttosto naïve, che potrei anche rititolare “Shock: di quando mi scopersi fascista e maschilista, cioè logofallocentrica”, e i cui credits vanno a Michele Cometa, che ci spiega come la longa manus – e ben venga – dei gender studies abbia lambito anche le rive dell’Immagine, che viene equiparata come parte lesa della Storia alla Donna e all’Altro-Straniero, per la comune servitù alla triade Parola-Maschio-Colonizzatore Bianco[7]. Ebbene, ho sempre erroneamente assegnato l’immagine al girone degli ignavi per via della sua logica aproposizionale, credendola orfana di un’autorialità dichiarata, accusandola di neutralità; il che è ovviamente FALSO, poiché è sempre selezione di una porzione del reale, com-posizione e dunque prospettiva condizionata e condizionante. La tacciavo di un mutismo pericoloso perché fraintendibile, di un’incestuosa e anarchica simultaneità di elementi da decifrare, nonché di una certa connivenza con l’attuale alta digeribilità e pronta espulsione dei contenuti fotogiornalistici e socialmediatici. Per non parlare poi del suo vampirizzare e sclerotizzare il flusso vitale del reale in mero simulacro. Insomma, un cliché bergsoniano dopo l’altro. Sull’altra sponda del mio vieto campanilismo stava invece il linguaggio, bellissimo, come la Venere di Botticelli che surfa sulle acque, con la sua sintassi d’alabastro, lineare, disciplinata e disciplinante, che schiera i propri soldati in successione, e così pronuncia e si pronuncia (nel doppio senso di esporsi esponendo) concettualizzando, gerarchizzando, predicando, informando (anche qui nel duplice senso di comunicare e plasmare). Insomma, anni e anni trascorsi a scaldare i banchi alla facoltà di Lettere senza aver imparato le basi, cioè che la medesima metaforicità cristallizzata, la stessa ambiguità, compromissione con l’obliquo, con l’ondivago e il polisemico, è prerogativa anche e soprattutto del linguaggio, e perciò se non si può scagionare il segno verbale, non si può nemmeno condannare il segno visivo. Vale la pena riportare per intero la sentenza con cui W. J. Thomas Mitchell ha rimesso al mio posto me e la logorrea verbale con cui puntualmente rincretinisco mio figlio:

Non vi è alcuna differenza essenziale tra testi e immagini e dunque nessun divario da colmare tra questi media in virtù di speciali strategie ecfrastiche. Il linguaggio può sostituire la raffigurazione (depiction) e la raffigurazione può sostituire il linguaggio perché gli atti comunicativi, espressivi, la narrazione, l’argomentazione, la descrizione, l’esposizione e gli altri cosiddetti “atti linguistici” non sono specifici di alcun medium, non sono “propri” di nessun medium[8].

L’intelletto già avvezzo alla materia avrà di certo notato come si siano saltate a pié pari, intenzionalmente ça va sans dire, le tappe obbligate di qualsivoglia consona mappatura sull’ekphrasis, ovvero gli arcinoti exempla – con annesso arsenale di tecnicismi da clickbaiting – dello scudo di Achille, del Laooconte conteso fra Winckelmann e Lessing, del Cézanne secondo Merleau-Ponty, delle Las Meninas à la Foucault, degli Antichi Maestri taciuti da Bernhard e via discorrendo. Ora che abbiamo invocato questi numi tutelari, potete tirare un sospiro di sollievo e attendere con ansia le prossime puntate della rubrica, che posso promettervi entreranno più nel vivo della questione, o almeno così mi piace farvi credere. Si approfondiranno, fra gli altri temi, l’importante distinzione di John Hollander fra ékphrasis nozionale e mimetica, la nozione di regime scopico coniata da Martin Jay e le attinenti dicotomie di originale/copia, vero/falso, realtà/finzione, grazie alla generosa partecipazione di due successi editoriali del romanzo contemporaneo, Zone di Geoff Dyer e House of Leaves di Daniel Danielewski, un applauso.

Nel frattempo, poiché sono una compulsiva dello speculare, chiudo così come ho aperto, con una propedeutica all’arte della visione e della descrizione, questa volta rubata al laboratorio di un falegname della parola, Francis Ponge, e così aggiriamo pure la più telefonata école du regard:

L’ostrica, della grandezza di un ciottolo medio, ha un’apparenza più ruvida, un
colore meno uniforme, brillantemente biancastro. È un mondo testardamente
chiuso. Eppure si può aprire: occorre per questo tenerla nel cavo di un canovaccio,
usare un coltello intaccato e poco franco, far diversi tentativi. Le dita curiose si
tagliano, le unghie si rompono: è un lavoro grossolano. I colpi che le si dànno ne
segnano l’involucro con cerchi bianchi, con sorte di aloni.
All’interno si trova tutto un mondo, da bere e da mangiare: sotto un firmamento
(propriamente parlando) di madreperla, i cieli di sopra si accasciano sui cieli di
sotto, per non formare più che una pozzanghera, un sacchetto vischioso e verdastro
che fluisce e rifluisce all’odore e alla vista, frangiato sui bordi da un merletto
nerastro. […] [9].

In copertina: fito di Andrés Arenale, via Pexels.


[1]Perec, Georges (1974), Specie di spazi, Bollati Boringhieri, p. 61-62.

[2]Pinotti A., Somaini A. (2009), Teorie dell’immagine. Il dibattito contemporaneo, Raffaello Cortina Editore.

[3] Bartsch, S., Elsner, J. (2007), Introduction: eight ways to look at an ekphrasis. In Classical Philology, 102, 1, pp. I-IV.

[4] Webb, Ruth (2009), Ekphrasis, Imagination and Persuasion in Ancient Rhetorical Theory and Practice. Ashgate, Farham, UK-Burlington, VIT, p.37.

[5] Porro, Mario (2020), Ipotiposi. Vagabondare per immagini, con illustrazioni di Anna Enrica Passoni, Medusa, Milano.

[6]Robert Louis Stevenson, “A Gossip on Romance,” Longman’s Magazine, 1:1 (November 1882), 69-79. Reprinted in Memories and Portraits (1887), 247-74. Consultabile al sito: http://rogers99.users.sonic.net/rls_gossip_on_romance.html

      Anche se tengo a precisare che mi sono imbattuta in questo estratto grazie alla Prefazione di Sandro Veronesi contenuta nella traduzione del Dr Jekyll e Mr Hyde a cura di Oreste Del Buono (1952).

[7]Cometa, Michele (2012), La scrittura delle immagini. Letteratura e Cultura visuale, Raffaello Cortina Editore, p.31.

[8]Ivi, p. 32.

[9]Ponge, Francis (1942), Il partito preso delle cose, a cura di Jaqueline Risset, Giulio Einaudi Editore (1979),Torino.