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Neolatina # 6 – A letto col fantasma: «Umbra» di Thomas Campion

La prima impressione che un lettore moderno ricaverà dalla sinossi di Umbra (1619), capolavoro latino del poeta e compositore inglese Thomas Campion, è che si tratti di un poemetto disturbante: la storia è quella del dio Morfeo che, innamorato del giovane Melampo, plasma un fantasma femminile con cui lo seduce in sogno – atto di violenza mitica che si presterebbe oggi a espansioni interpretative nei territori del cybersesso e dell’onanismo, della spettrofilia e della necrofilia.

Ma il poemetto ha anche un’anima diversa da quella che il titolo e l’immaginario infernale lasciano supporre: essa si traduce in una pervasiva atmosfera di omoerotismo pastorale, in cui il piacere fisico – pur sublimato – è vissuto con innocenza e abbandono edonistico. Questi aspetti l’hanno reso attraente agli occhi di studiosi interessati ad analizzarne le strutture di genere (1).

Dopo l’invocazione a Persefone, il poeta racconta la nascita di Melampo, frutto della violenza di Apollo sulla ninfa Iole: allevato dalle ninfe e destinato a diventare un provetto cacciatore, Melampo si distingue per la carnagione nera, che attesta non un’origine etnica, ma un segreto legame con le forze ctonie della Notte.  

Melampo incarna un tipo di bellezza affine a quello della dark lady di Shakespeare, ovvero quello su cui Giovan Battista Marino imbastiva, in quel torno d’anni, le sue antitesi barocche: si veda la chiusa del sonetto Bella schiava, dedicato a una donna di colore: «La ‘ve più ardi, o sol, sol per tuo scorno / un sole è nato, un sol che nel bel volto / porta la notte, et ha negli occhi il giorno».

Durante una sortita notturna Morfeo, dio del sonno e artefice d’inganni, si innamora di Melampo e tenta invano di circuirlo mentre dorme. Per vincere le resistenze dell’amato, scende negli inferi e visita un giardino dove si raccolgono le donne più belle del passato, del presente e del futuro: da loro Morfeo trae ispirazione per fabbricare un’«effigies», un simulacro femminile, con cui unirsi finalmente al ragazzo, visitandolo in sogno.

Umbra di Campion è un esempio di fan fiction ovidiana: la dimensione artistica dei richiami al poeta delle Metamorfosi è ampiamente tematizzata nel testo, al punto che John Garrison ha interpretato Morfeo come «a reader and a writer inspired by what he reads» (nel caso specifico, dalle donne illustri che ispirano il suo mascheramento) e l’intero poemetto come il resoconto di una seduzione letteraria.

Altri nuclei fondanti sono la virtualità dei desideri possibili, materializzati nel giardino delle donne come in una bolla metastorica, aliena dallo spaziotempo, e l’avventura erotica immaginata, foriera di strascichi dolorosi.

La fluidità con cui Morfeo muta forma, piegandosi col suo travestitismo alle non meno fluide esigenze sessuali dell’amato («Oh, se sapessi quale aspetto può eccitare / le tue fiamme: che sia un ragazzo o sia una donna, o un uomo; / con quale brama assumerei per te qualsiasi aspetto!»), si risolve in una completa dissoluzione dell’oggetto del desiderio quando, al risveglio, Melampo si chiede con quale essere abbia consumato il rapporto («Ma lei, cos’è? Povero me! Non so più che cos’amo»).

L’approdo tragico che corona il processo si può leggere alla fine delle seguenti traduzioni, eseguite secondo i criteri della rubrica Neolatina. Qui basti osservare come il mondo delle ombre – ivi comprese quelle fisiche, prodotte dall’assenza di luce – divenga metafora di un’illusione perpetua, nata per effetto della libido e destinata a rimpiazzare sinistramente la realtà sensibile.

Luca Giordano, «Trasporto agli inferi» (dettaglio), 1682-1685, Firenze, Palazzo Medici Riccardi, Galleria degli Specchi.

vv. 1-12 Invocatio ad Persephonen, umbrarum deam

Foemineos dea quae nigro sub limine Manes
occludis, coelo ostentans iterumque reducens
umbriferum per iter, quanquam crudelis amanti,
sis mihi tu facilis, quanquam non aequa resumis
formosarum animas, festina morte peremptas;     
abreptas solus resonante reducere plectro
Threicius potuit, lucique ostendere amores
non potuit tamen: ad tristes devolvitur umbras
quicquid formosum est et non inamabile natum.
O sacra Persephone, liceat tua regna canenti
lucifugasque umbras, aperire abscondita terris
iura tenebrarumque arcana adoperta silentum.

vv. 1-12 Invocazione a Persefone, dea delle ombre

O tu, dea, che rinserri oltre le nere soglie spiriti
di donne e ne fai mostra al cielo e li riporti indietro
per l’ombroso cammino, tu, crudele con gli amanti,
sii buona con me, benché avvezza a prendere, impietosa,
le anime delle belle, prematuramente morte;
soltanto un Tracio riportò col plettro melodioso
le tue prede, ma non poté rimettere alla luce
il proprio amore: tutto ciò che nasca bello e amabile
rovina fra le tristi ombre. Persefone divina,
ora che canto i regni tuoi, i fantasmi senza luce,
mi sia concesso schiudere le leggi seppellite
sotterra ed i misteri delle tenebre silenti.

vv. 202-216 Melampus, puer niger

Iamque puer, tacite praeter labentibus annis,
paulatim induerat iuveniles corpore vultus;
cui quamvis nullo variantur membra colore,
multus inest tamen ore lepos, tinctosque per artus
splendescit mira novitate illecta venustas.
si niger esset Amor, vel si modo candidus ille,
iurares in utroque deum; non dulcior illo
ipsa Venus, Charitesque, et florida turba sororum.
huic olim nymphae nomen fecere Melampo,
lucentesque comis gemmas, laterique pharetram
aptarunt, qualem cuperet gestare Cupido:
ille levem tenera sectatur arundine praedam,
Aurorae ut primo rarescit lumine coelum;
mox fervente aestu viridantes occupat umbras,
aut abeuntis aquae traducit murmure somnum.

vv. 202-216 Melampo, il ragazzo nero

E ormai il ragazzo, scorsi gli anni impercettibilmente,
vestiva piano piano di sembianze giovanili
il corpo: le sue membra, pur di un unico colore,
sono però colme di grazia, e per le membra tinte,
sedotta dalla stravaganza, splende la beltà;
se Amore fosse nero, o s’egli fosse bianco, l’uno
e l’altro giureresti essere il dio: di lui né Venere
ha più dolcezza, né le Grazie, né la schiera florida
delle sorelle. Allora lo chiamarono Melampo
le ninfe, e gli adattarono ai capelli pietre splendide
e al fianco una faretra, come la vorrebbe Amore;
quegli con lievi frecce incalza le sue prede svelte
appena il cielo si disgombra, al lume dell’aurora;
poi se ne sta tra le ombre verdi, quando la calura
ribolle, e dorme al brontolio d’un rivo che trascorre.

vv. 217-254 Morpheus Melampum nanciscitur

Tempus erat placidis quo cuncta animalia terris
solverat alta quies, solita cum Morpheus arte
(somnia vera illi nullo mandante deorum)
florigeram penetrat vallem, sopitaque ludit
pectora nympharum, portentaque inania fingit,
horribilesque metus; mox laetis tristia mutat,
inducitque leves choreas, convivia, lusus,
secretosque toros, simulataque gaudia amoris;
saepe alias satyro informi per devia turpes
tradit in amplexus, alias tibi, pulcher Adoni,
aut, Hyacynthe, tibi per dulcia vincula nectit.
sic deus effigies varias imitatus, opaca
dum loca percurrit, sopitum forte Melampum
cernit odorato densoque in flore iacentem:
accedit prope, spectanti dat Cynthia lumen.
“et quid,” ait, “mira nostram dulcedine mentem
percellit? meve illudis, formose Cupido?
sideream nigra frontem cur inficis umbra?
iam placet iste color? vilescunt lilia? sordent
materni flores? sed ubi nunc arcus et auro
picta pharetra tibi? cui tu, lascive, sororum
hac struis arte malum, tua quam nova captat imago?
at si non Amor es, quis es? an furtiva propago
atrigenae Noctis? num crescit gratia tanta
e tenebris, iucunde, tibi? tam vividus unde
ridet in ore lepos? tale et sine lumine lumen?
ut decet atra manus, somno quoque mollior ipso,
qui te sed leviter tangi sinit, aptus amori!
o utinam quae forma tuos succenderet ignes
cognorim! puer illa foret, seu foemina, seu vir;
quam cupide species pro te mutarer in omnes!
utcunque experiar, spes nulla sequetur inertes.”
induit ex illo facies sibi mille decoras,
versat et aetates sexumque, cuilibet aptans
ornatus varios; nequicquam, immobilis haeret
spiritus, et placido pueri mens dedita somno est.
iamque fatigatus frustratum deflet amorem
Morpheus, indulgens animo pronoque furori.

vv. 217-254 Morfeo incontra Melampo

Nell’ora che un profondo sonno aveva già sfiancato
tutti i viventi sulle terre calme, con la sua arte
Morfeo, cui nessun dio dispensa mai sogni veridici,
s’addentra nella valle in fiore, e inganna delle ninfe
i cuori addormentati e plasma effimeri prodigi
e incubi orrendi, e poi rivolge in gioia ogni tristezza
e fa apparire dolci danze, feste, giochi, letti
segreti, e la felicità fittizia d’un amore;
e pone spesso alcune nell’abbraccio ripugnante
d’un satiro mostruoso, altre le affida al bell’Adone,
o le congiunge a te, Giacinto, con catene amabili. 
E, mentre mima forme d’ogni genere e attraversa
quei luoghi oscuri, scorge in una macchia d’odorosi
fiori Melampo addormentato, e gli si fa vicino
e lo contempla al lume che la luna gli dispensa
e dice: «Cos’è mai che con la sua strana dolcezza
mi turba il cuore? O sei tu che m’inganni, bel Cupido?
E perché macchi il capo luminoso d’ombra nera?
Ti piace ormai questo colore? Nulla per te valgono
i gigli, i fiori di tua madre? Dov’è, adesso, l’arco
e la faretra tinta d’oro? Con quest’arte a quale
sorella, che il tuo strano aspetto incanta, tendi agguati,
lascivo? O se non sei amore, chi sei? Un figlio segreto
della Notte, che procrea il buio? Tanta grazia, o bello,
ti viene dalle tenebre? Da dove un così vivo
garbo ti ride in viso, tanta luce senza luce?
Che bella la tua mano nera, molle più del sonno
che, consono all’amore, mi consente di sfiorarti,
ma adagio! Oh, se sapessi quale aspetto può eccitare
le tue fiamme: che sia un ragazzo o sia una donna, o un uomo;
con quale brama assumerei per te qualsiasi aspetto!
Proverò tutto: non avrà speranza chi è senz’arte».
Si pone addosso, allora, mille splendide sembianze,
e cambia sesso, e cambia età, adattando a ognuno d’essi
vesti cangianti; invano, ché il respiro resta immobile,
la mente del ragazzo abbandonata a un quieto sonno;
affaticato ormai, piange il suo amore disilluso
Morfeo, cedendo al proprio cuore, a un’impetuosa insania.

vv. 255-347 Hortus mulierum formosarum

Luce sub obscura procul hinc telluris in imo
Persephones patet atra domus, sed pervia nulli;
quam prope secretus, muro circundatus aereo,
est hortus, cuius summum provecta cacumen
haud superare die potuit Iovis ales in uno.
immensis intus spaciis se extendit ab omni
parte, nec Elisiis dignatur cedere campis,
finibus haud minor, at laetarum errore viarum
deliciisque loco longe iucundior omni.
et merito, his umbrae nam diversantur in hortis
quot nunc pulchrarum sunt, saeclo quotve fuere
primo, quotve aliis posthac visentur in annis.
vallem vulgus amat; quarum peragendaque sylvis
fabula sit, liquidis spectant in fontibus ora,
aut varias nectunt vivo de flore corollas;
at quibus urbanae debetur turgida vitae
mollities, studiis aliis, alioque nitori
assuescunt animos, nil simplicitatis habentes.
altior, et longe secretior heroinis
contingit sedes, Parnasso suavior ipso;
gemmarum locus, atque oculorum lumine lucet.
non huc fas cuiquam magnum penetrare deorum;
soli sed Morpheo, cui nil sua fata negarunt,
concessum est, pedibus quamvis incedere lotis:
illum durus amor, sibi nil spondente salutis
arte sua, tandem his languentem compulit hortis,
tot puero ex formis ut fingat amabile spectrum.
utque satur conviva deus rediturus, apricam
planitiem duo forte inter nemora aurea septam
cernit, et in medio spaciantem, corpore celso,
egregiam speciam, magnae similemque Dianae.
nube sed admota propius dum singula spectat,
digna sorore Iovis visa est, aut coniuge; sola
maiestate levis superans decora omnia formae,
haec comitata suis loca iam secreta pererrat,
conscia fatorum, dicetur et Anna Britanna
olim, fortunae summa ad fastigia surgens.
altera subsequitur foelix, et amabilis umbra,
cui Rheni imperium, et nomen debetur Elizae.
Morpheus hic haeret, capiunt hae denique formae
formarum artificem, nec se iam proripit ultra.
gratia, nec venus ulla fugit, congesta sed unam
aptat in effigiem, Policleto doctior ipso.

vv. 255-347 Il giardino delle belle donne

Lontano s’apre, nel chiarore oscuro di sotterra,
fosca, preclusa a tutti, la dimora di Persefone:
da presso sta un giardino solitario, circondato
da mura bronzee, la cui vetta l’aquila di Giove
in un sol giorno non riuscì a doppiare. Da ogni parte
si estende internamente lungo spazi incalcolabili
e non si degna d’essere secondo ai campi Elisi,
non meno grande e molto più gradevole d’ogni altro
luogo per le sue gioie e i labirinti di delizie.
E non a caso: infatti nel giardino s’intrattengono
gli spettri delle belle, quante sono al giorno d’oggi
o esistettero un tempo, o appariranno in avvenire.
Il volgo ama la valle; nelle fonti chiare osservano
visi di donne quali si vedrebbero in un dramma
fra i boschi, oppure intessono ghirlande variopinte
di fiori freschi; quelle cui conviene, invece, il lusso
pomposo della vita di città, educano l’animo
ad altri studi, ad altra beltà, prive di candore;
più eccelsa tocca in sorte e ben più solitaria sede
alle eroine, e più soave del Parnaso; splende
quel luogo d’un chiarore d’occhi e di pietre preziose.
Tra le divinità non vi può accedere nessuna;
solo a Morfeo, cui il fato non negò mai nulla, è dato
di camminarvi dopo aver lavato i piedi; in questi
giardini il duro amore lo costrinse – debole, ora
che l’arte non gli offriva vie di scampo – a modellare
da tante forme un simulacro che il ragazzo amasse.
E mentre il dio se ne tornava, come un convitato
sazio, tra i boschi d’oro scorge una radura piana
e soleggiata, e camminarvi in mezzo una parvenza
distinta, il corpo eccelso, simile alla grande Diana;
e mentre, cinto da una nube, osserva da vicino
tutto, gli pare degna della coniuge e sorella
di Giove; superando ogni ornamento dell’aspetto
leggiadro con la sola maestà, in compagnia dei suoi,
vaga in luoghi riposti, conscia dei suoi fati: al culmine
della fortuna, un giorno, sarà detta Anna l’Inglese.
Le viene dietro un’ombra lieta e amabile, cui spetta
il comando del Reno, e che avrà nome Elisa. Allora
s’arresta Morfeo, artista di parvenze, da parvenze
sedotto, né procede oltre. Non c’è beltà né fascino
che sfugga alle sue mani; li raccoglie, anzi, e li plasma,
esperto più di Policleto, in un’effigie sola.

vv. 348-388 Coniugium Morphei et Melampi
et formae immutatio

Sic redit ornatus, tenero metuendus amico,
cuius in amplexus ruit, haud renuente puello.
quo non insignis trahis exuperantia formae
humanum genus? hac fruitur, Iunonis ut umbra
Ixion, falso delusus amore Melampus.
sed patris adventu, somno iam luce fugato,
gaudia vanescunt, atque experrectus amata
spectra puer quaerit necquicquam, brachia nudum
aera circundant, nil praeter lumina cernunt.
saepe repercussis coelo connivet ocellis,
amissi cupidus visi, dulcisque soporis;
et caput inclinat, sed acutas undique spinas
curae supponunt tristes, arcentque quietem.
nusquam quod petit apparet, nec praemia noctis
permittit constare dies, ut inania tollit.
saevit at introrsum furor, et sub pectore flammas
exacuit, subditque novas; inimica dolori
lux est, oblectat nox, et loca lumine cassa.
silvarum deserta subit, clausosque recessus
insanus puer, et dubio marcescit amore;
sperat et in tenebris aliquid, terraque soporem
porrectus varie captat; tum murmure leni
“Somne, veni,” spirat; “prodi, o lepidissime divum
et mihi redde meam,” prope sponsam dixerat amens;
“redde mihi quaecunque fuit, vel virgo, vel umbra,
qualiscunque meo placuit, semperque placebit
infoelici animo; veri, vel ficti hymenaei
quid refert? vitae domina est mens unica nostrae,
sed non talis erat quem vidi vultus inanis,
quod sensi corpus certe fuit, oscula labris
fixa meis haerent; si quid discriminis hoc est,
nunc frigent, eadem cum praebuit illa calebant.
illa, quid illa? miser quod amo iam nescio quid sit:
hoc tantum scio, conceptu formosius omni est.
terra sive lates, suspensa vel aere pendes,
vel coelum, quod credo magis, speciosa petisti;
pulchra redi, et rursus te amplexibus insere nostris.
pollicita es longum, nec me mens fallit, amorem.
dic ubi pacta fides nunc? nondum oblita recentis
esse potes voti cum me fugis, et revocari
a charo non laetaris, quem spernis, amante.”
sic varias longo perdit sermone querelas,
atque eadem repetit, nec desinit; igne liquescitì
totus, et ardenti cedit vis victa dolori.
mente sed ereptam vigili dum quaeritat umbram,
umbrae fit similis; tenui de corpore sanguis
effluit, et paulatim excussus spiritus omnis
deserit exanimum pectus, motusque recedit
optatumque diu fert mors, sed sera, soporem.
corpus at inventum terrae mandare parabant
lugentes nymphae, flores, herbasque ferentes
funereas plenis calathis; quae vidit Apollo
omnia, et iratus puero hunc invidit honorem:
utque erat in manibus nympharum non grave pondus,
labitur, obscuram sensim resolutus in umbram;
et fugit aspectum solis, fugietque per omne
tempus perpetuo damnatus luminis exul.

vv. 348-388 Unione di Morfeo e Melampo e metamorfosi finale

Torna più bello, è una minaccia per l’amico tenero
nelle cui braccia crolla, senza ch’egli lo respinga.
Oh, superiorità d’una bellezza eccelsa, a cosa
non spingi mai la razza umana? Gode, raggirato
da un finto amore, come Issione dal fantasma di Era,
Melampo; ma all’arrivo di suo padre, quando il sonno
è ormai fugato dalla luce, sfumano i piaceri:
il giovane destatosi cerca l’amato spettro
invano, e abbraccia la nuda aria, e intorno non vede altro.
E chiude spesso gli occhi su cui il cielo si rifrange,
bramando il dolce sonno, la visione che ha perduto;
e china il capo, ma la triste angoscia gli fa un letto
di spine acute tutt’intorno, e scaccia il sonno. Quello
che cerca non appare: le conquiste della notte,
sciogliendone i miraggi, il giorno non le fa durare.
Ma una follia gli smania dentro e gli esacerba in cuore
le fiamme, e gliene accende altre; è nemica al suo dolore
la luce: lo dilettano la notte e i luoghi oscuri.
Il giovane impazzito va per boschi solitari
e covi inaccessibili, si macera in un dubbio
amore. Nelle tenebre nutre speranza: steso
per terra, tenta in vario modo di dormire e «Vieni,
o Sonno» esala mormorando; «Vieni, iddio più dolce
di tutti! Restituiscimi la mia…» – stava per dire,
fuori di sé, «promessa sposa» – «vergine o fantasma
che fosse, tu ridammela, quale al mio triste cuore
piacque e per sempre piacerà; che sia vera o fittizia
l’unione, cosa importa? A noi del vivere è signora
la mente, e basta. Pure, quel che ho visto non è un volto
senz’anima, quel che ho sentito era di certo un corpo,
e ho i baci ancora sulle labbra; se qualcosa cambia,
è che ora sono freddi, quando me li ha dati ardevano.
Ma lei, cos’è? Povero me! Non so più che cos’amo:
so solo che è più bello d’ogni cosa concepita;
che tu ti celi sottoterra o stia sospesa in aria
o, com’è più plausibile, sia ascesa in cielo, splendida,
ritorna, o bella! Insinuati di nuovo fra i miei abbracci;
l’animo non m’inganna: m’hai promesso un lungo amore;
dov’è ora la parola data? Non puoi aver scordato
la promessa recente, ora che fuggi da me senza
provare gioia se il tuo caro amante, che hai in dispregio,
ti chiama.» Così spreca i suoi mutevoli lamenti
in lunghe ciarle, e li ripete, e non la smette, e tutto
si scioglie al fuoco: sopraffatta dal dolore ardente,
fugge la forza; ricercando con la mente insonne
l’ombra rapita, si tramuta in ombra; dal suo corpo
sottile scorre il sangue; gli abbandona il petto esanime
gradualmente ogni spirito; scompare il movimento,
e il sonno a lungo vagheggiato glielo dà la morte,
ma tardi. Ritrovato il corpo, in lacrime, le ninfe
s’apprestavano a dargli sepoltura, nei cestelli
colmi recando fiori, erbe funeree; vide tutto
Apollo e, incollerito, tolse al giovane l’onore;
e, mentre sta in mano alle ninfe, scivola – fardello
leggero – disciogliendosi pian piano in ombra scura;
fugge dinnanzi al sole e fuggirà da lui per sempre,
punito per l’eternità, esiliato dalla luce.


Note

(1) Segnalo, in particolare, John S. Garrison, Seduced by Literary History: Thomas Campion’s Umbra and the Epyllia Tradition, «Journal for Early Modern Cultural Studies», 17, 4 (2017), pp. 1-20, disponibile qui. Per ulteriori spunti sulle tematiche di genere nella poesia anglo-latina seicentesca cfr. anche l’articolo di Neolatina su Elizabeth Jane Weston (ca. 1581 – 1612).


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In copertina: immagine generata tramite midjourney.com da Martina Santurri