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Il reale allo stato passato – Intervista a Giovanna Silva

La fotografia è un’immagine che produce la morte volendo conservare la vita

Così parla Barthes in La camera chiara (1980), riferendosi alle immagini fotografiche come medium specifico della (im)mortalità contemporanea. La faccenda assume una sfumatura diversa quando nella fotografia di paesaggio si documenta, più che un soggetto, uno stato di cose: allora l’accento si sposta sul reale e sul suo diventare immediatamente uno “stato passato”, per quanto intenso e palpabile.

Il lavoro di Giovanna Silva parte da qui, dalla fotografia come documentazione diretta della realtà, con il tempo come oggetto specifico. Per Silva la fotografia è prima di tutto narrazione, che trova il suo supporto finale nel lavoro editoriale, ossia nell’oggetto-libro – una delle molte testimonianze è il recente Never Walk on Crowded Streets, pubblicato da NERO Editions. Il viaggio è fondamentale in tal senso, come documenta la retrospettiva Narratives, che raccoglie una selezione di immagini realizzate in oltre dieci anni di ricerca sul paesaggio dei paesi in guerra.

Negli ultimi lavori legati all’Italia il viaggio è inteso invece come spostamento urbano, avventura trasversale che arriva all’espressione attraverso la performatività, secondo un gusto quasi situazionista per il lasciarsi andare alle sollecitazioni del terreno e degli incontri che vi corrispondono. È il caso della mostra in corso, ospitata presso gli spazi di Triennale Milano, Milan. City, I listen to your heart. La performatività ha qui uno scopo definito e dei soggetti privilegiati: in particolare l’architettura, osservata come condizione statica e quasi inorganica, simbolo delle ambizioni e delle disfatte delle persone che abitano il territorio.

Anche questo articolo vuole essere un piccolo viaggio, un pellegrinaggio tra parole e le immagini di Giovanna Silva. Sotto ogni paragrafo, troverete dunque una didascalia visiva che si struttura attraverso i parallelismi fotografici.

a cura di Martina Santurri

L’obiettivo della sua fotografia nell’ambito del reportage è senza dubbio documentario. Fino a che punto il documentario rimane “oggettivo”? Mi spiego: essendo, comunque, una narrazione, un inquadramento, c’è una percentuale di interpretazione. In questo senso lei dove si posiziona? 

Ovviamente quando si fotografa entra in gioco il soggetto. Mi rendo conto che il mio sguardo è omogeneo sul paesaggio, ovvero va a ricercare determinate cose ovunque io mi trovi. Diciamo che negli anni si sviluppa uno stile riconoscibile che è più a cosa si guarda che a come si guarda. 

Domanda più pratica, ma legata alla precedente: durante i suo viaggi, come sceglie i luoghi da documentare, e in seguito come sceglie i soggetti? 

Per me la fotografia è una scusa per viaggiare, e il viaggio è una scusa per approfondire le storie di altri paesi, quindi prima scelgo i soggetti, le storie e poi fotografo. Di conseguenza queste storie si portano dietro dei viaggi. 

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Islanbad Today, Screenshot dal sito ufficiale di Giovanna Silva

Qual è poi il suo “metodo” fotografico? Scatta con una focalizzazione a priori, cioè decidendo progettualmente il soggetto, oppure a posteriori, seguendo, in qualche modo, l’istinto? Scrivo questa domanda leggendo Barthes, nella sua teorizzazione che distingue studium e punctum. Lei crede che la partecipazione emotiva dello spettatore, come direbbe lo studioso francese, sia fondamentalmente estranea all’autore?  

Non so se risponderò correttamente alla domanda, ma so che una grande parte emotiva nel mio caso rientra al momento dello scatto, non credo sia possibile nel tipo di fotografia che pratico, ovvero quella che viene definita di paesaggio, costruire progettualmente il soggetto. 

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Quale è il rapporto tra il progetto fotografico e il lavoro editoriale? Cosa viene prima, cosa dopo? 

Il mio lavoro fotografico è finalizzato ai libri, al lavoro editoriale. Ho avuto la mia prima mostra quest’anno e non solo per mancanza di precedenti proposte. Mi interessa la fotografia come strumento narrativo e riesco più a sviluppare questo aspetto narrativo nella costruzione editoriale, che mi permette, tra l’altro, di collaborare con altre figure, tra cui scrittori. La scrittura per me ha il grande fascino dell’invenzione, mentre la fotografia, a grandi linee, tende a radicarsi alla realtà visuale.

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La pandemia ha cambiato le sue esigenze documentarie, avvicinando la ricerca all’Italia stessa. Quale sono le particolarità che andrà a indagare? 

Non conosco poi così bene il mio paese, e quindi lo sto esplorando. Parto dall’architettura delle città, ma riesco a soddisfare nel fotografarle, la mia vena esplorativa e quella ossessiva performativa. Cammino svariati chilometri al giorno e torno nei posti più e più volte solo per vedere come è cambiata la luce. 

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Nel caso di Roma risalta il rapporto tra centro e periferia: esistono – e se si, quali sono – le strategie per analizzare la stratificazione sociale attraverso la fotografia?

Sicuramente la fotografia può analizzare la stratificazione sociale, ma un altro tipo di fotografia, una fotografia forse più pasoliniana. Mi sono spinta fuori dal centro di Roma perché non volevo che ci fosse solo la parte monumentale della città, che poi è la parte più riconoscibile ma anche più insignificante da un punto di vista urbanistico, e poi perché appunto dovevo esplorarla tutta. Nel paragone centro periferia da parte mia non c’è nessun tipo di giudizio o commento, le associazioni lavorano più per forme astratte e geometriche.

Quanto la fotografia ha cambiato il suo modo di guardare il quotidiano? È difficile non inquadrare i momenti della vita, pensando a un eventuale scatto?

Considerando che gli ultimi lavori in Italia li ho eseguiti con il mio cellulare – Roma è interamente scattata così – non c’è un momento in cui non posso lavorare. Vi dirò, per certi versi, per una persona come me, è stato un problema. A Roma ogni tanto prendevo una pausa e tornavo a Milano, ma ora che sto lavorando su questa città e sono ferma qui non riesco ad uscire senza guardarmi intorno, senza godermi il piacere di una passeggiata. 

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Giovanna Silva attualmente vive e lavora a Milano. Nella sua attività di fotografa, tra le altre cose, ha ritratto le architetture di Renzo Piano e Zaha Hadid per i numeri speciali di «Abitare». Ha fondato la rivista di architettura San Rocco e la casa editrice Humboldt Books, di cui è direttrice editoriale. Nella sua attività di fotografa, tra le altre cose, ha ritratto le architetture di Renzo Piano e Zaha Hadid per i numeri speciali di «Abitare». Con il progetto Nightswimming, Discotheques in Italy From the 1960’S Until Now ha partecipato alla Quattordicesima Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, progetto poi pubblicato con Bedford Press e l’AA di Londra. Insegna fotografia editoriale alla Naba di Milano, allo Iuav di Venezia e all’Isia di Urbino.


Copertina e fotografie in corpo al testo courtesy of Giovanna Silva

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