#Strega2021 | Avvicinarsi/ allontanarsi dal lettore – Su Le ripetizioni di Giulio Mozzi

La lettura di Le ripetizioni (Marsilio, 2021) di Giulio Mozzi mi ha spinto a ragionare su una certa tendenza della narrativa italiana contemporanea. Da alcuni anni, parlando con conoscenti che praticano assiduamente l’esercizio della lettura pur senza occuparsi direttamente di letteratura, mi capita di notare sempre più spesso un fraintendimento che si gioca tutto sul campo dell’utilità dell’arte. È un buon romanzo quello che “ci insegna qualcosa sulla vita”? È giusto considerare la lettura dei romanzi non soltanto un mezzo di intrattenimento, ma anche una bussola per orientarsi nella contemporaneità? In definitiva: è l’aderenza ai fatti, il gradiente di engagement dell’autore che ci permette di valutare come riuscita un’opera letteraria?

La verità è che non esiste nessun collegamento diretto tra utilità e letteratura, e ancor meno tra letteratura e realtà. La questione non è affatto di secondaria importanza e non può essere liquidata come una improvviso e generalizzato decadimento delle capacità critiche dei lettori. Per comprendere meglio il campo di tensioni in cui ci si muove è necessario riflettere sul conflitto sempre più cogente tra l’impalpabilità delle rappresentazioni a cui siamo abituati e la materialità della nostra esistenza. 

Chi ha la mia età ha probabilmente visto in televisione le tragiche immagini che da New York ci mostravano le torri sgretolarsi dopo l’impatto con gli aerei. Un evento impressionante e generazionale che ha nella diretta televisiva, nella commistione tra telecronaca e pubblicità mostrate tra un collegamento e un altro, il suo fulcro. Un flusso ininterrotto e indistinguibile di realtà, finzione, narrazione, cronaca. 

Partendo da questi presupposti, molti scrittori hanno costruito il proprio edificio romanzesco come una gigantesca scatola pronta ad incamerare quanta più “realtà” possibile, in uno strano e tutto contemporaneo processo di ibridazione tra la letteratura e l’intrattenimento sul modello televisivo, cercando di andare incontro alle esigenze di un pubblico che percepisce come familiari queste tecniche narrative e cerca uno scopo nella lettura di un romanzo, che sia la catarsi di sentimenti negativi o la conoscenza di alcuni fatti di cronaca.  Quando parlo di questi meccanismi mi riferisco ad alcuni libri che occupano una posizione non trascurabile nella narrativa italiana degli ultimi dieci anni come La scuola cattolica di Edoardo Albinati, ma anche i più recenti M il figlio del secolo di Antonio Scurati o La città dei vivi di Nicola Lagioia (e molti altri). 

Venendo all’argomento dell’articolo, non si può certo dire che Giulio Mozzi sia un parvenu della letteratura, come alcuni dei suoi colleghi entrati nella dozzina del Premio Strega. I suoi libri, pubblicati negli ultimi ventotto anni, si lasciano leggere tutt’oggi con profitto e la sua attività di editor è conosciuta e apprezzata. Proprio per questo ho l’impressione che una delle chiavi di lettura di Le ripetizioni sia la totale abdicazione all’orizzonte di idee descritto fino ad ora. Uno scrittore navigato come Mozzi, attento allo stile e ai più piccoli particolari che muovono una narrazione, è perfettamente consapevole dei mezzi a propria disposizione e non esita a snaturarli, esagerarli, distorcerli con esiti che mi sembrano parodistici. Da subito appare chiaro che l’autore vuole farci capire che saremo liberi di non credere a una sola delle sue parole; i personaggi sembrano scritti per evitare che si pensi che qualcosa in loro sia realistico. 

Anche la violenza, presente in dosi massicce, sembra nient’altro che l’ennesima sfida dello scrittore esperto nei confronti della tenuta del proprio libro. Sembra che Mozzi si sia domandato fino a che punto un personaggio possa spingersi senza risultare talmente malvagio da diventare ridicolo. Ma procediamo con ordine. 

Ho letto recensioni entusiastiche di questo libro e, forse, esageratamente plaudenti. Ho letto anche recensioni piene di senso di repulsione (piene di quello che negli anni ‘60 si chiamava “il pudore piccolo borghese”) di chi, ancora una volta, confonde l’arte con la vita. 

C’è da dire però che è normale trovarsi confusi di fronte a Le ripetizioni. La struttura che Mozzi conferisce al romanzo è quella della raccolta di frammenti. L’indice, per volere dell’autore, è all’inizio e non alla fine. I titoli dei frammenti sono numerati e riportano il nome del protagonista di quello specifico lacerto narrativo (La storia di Bianca, 1; La storia di Viola, 3…). Il lettore può scegliere di leggere il libro in maniera ortodossa, e cioè lasciando da parte la linearità della trama e accettando la disposizione voluta dall’autore, oppure può decidere di leggere le storie dei personaggi in ordine cronologico, seguendo la numerazione dei frammenti. 

I personaggi principali sono cinque, e ognuno percorre la propria autonoma parabola all’interno del romanzo: un uomo tenta disperatamente di ritrovare le fototessere scattate durante un’esposizione in tempo reale alla Biennale di Venezia del 1972; una donna si eccita intrattenendo relazioni sessuali con uomini sconosciuti; una malata di schizofrenia porta avanti un rapporto ambiguo con l’ipotetico padre di sua figlia; uno scrittore e il suo amico pittore ragionano sul senso dell’arte; un sadico uccide dei cani per aumentare la propria eccitazione.  Il collante tra queste storie è, volendo utilizzare un termine forse desueto, il protagonista del romanzo, l’uomo comune Mario.  

Mario è uno scrittore, ma è anche un sadico. A Mario piace la sua compagna Viola, ma ama anche la sua ex Bianca. Mario visita il suo amico pittore Gas (Grande Artista Sconosciuto) e cerca nelle conversazioni con lui delle risposte che non troverà. Mario è interessato all’arte tanto quanto desidera Santiago, un giovane esotico e bello che usa Mario come strumento di eccitazione e che esercita su di lui un fascino pervasivo e totalizzante.

Ogni volta che Mario tenta di riappropriarsi dei frammenti del proprio passato, della propria memoria, scopre in un modo o nell’altro che gli ingranaggi della storia girano nel senso della fallacia, come fallace è la sua mente di fronte al ricordo («Che cosa importa se un ricordo è vero o falso? Che cosa importa se la nostra vita, la vita di chiunque è vera o inventata? Il passato è passato e non ha alcuna consistenza reale…»).

Lucien Freud, Autoritratto incompiuto

Ma in effetti, una volta snocciolate le singole parabole, e cioè dopo aver assegnato mentalmente a ciascun personaggio il ruolo che gli spetta nel sistema della narrazione (Viola e Santiago sono le due metà opposte di un triangolo di cui Bianca rappresenta la sintesi; Mario non è un vero e proprio protagonista ma solo il punto di vista di chi non compie scelte) ben poco resta. 

Mario è un personaggio repellente non tanto per la ripugnanza delle sue azioni, ma per il fatto che Mozzi tende a stabilire una distanza incolmabile con il lettore. Si ha sempre l’impressione di non conoscere Mario fino in fondo. Qualcuno dirà: è proprio questo che Giulio Mozzi intendeva fare, l’obiettivo è stato centrato. Forse è vero, Mozzi non ci propina il solito romanzo-reportage, non ci inganna sulla verosimiglianza delle sue parole, ma il risultato non è sempre dei più felici. 

Un sostrato metaforico non troppo celato si muove tra le pagine del libro e tramuta di volta in volta i personaggi in funzioni-personaggio, pretesti per veicolare messaggi filosofici a basso costo. Ciò accade ad esempio a pagina 95. Il fotografo Franco Vaccari, o meglio il personaggio Franco Vaccari, si domanda: «Che cos’è l’identità? è un qualcosa di così labile e sostituibile che può essere messo a rischio o confermato da un puro e semplice fatto fotografico? O è qualcosa che esiste, solidamente, di per sé?». Lo stesso vale per il penultimo frammento del romanzo, intitolato Discorso attorno a un sentimento nascente, che prende quasi la forma di un trattatello o di un dialogo platonico sullo statuto dell’arte (dice Mario a Gas: «E allora, ecco, ti dico, a me sembra  un quadro bellissimo, ma a parte questo, vedi, è un quadro che mi riempie di felicità, perché mi pare che dica che tu, benché sia stato prigioniero per anni e anni, una possibilità di sentimento ce l’hai…»). 

In ogni caso il romanzo di Giulio Mozzi richiede l’impiego di una buona dose di impegno nella lettura: impegno a volte ripagato da passaggi narrativi eccellenti; a volte tradito da ragionamenti farraginosi; altre ancora sfidato sul fiato e la resistenza nelle lunghe distanze (il libro conta 355 pagine). Sicuramente un impegno che non lascia indifferenti. In fondo, quando si scrive un romanzo, il rischio è sempre lo stesso e Mozzi pare saperlo bene. Ce lo comunica a pagina 290, dopo che Mario ha letto il romanzo della sua vicina di casa:

«Mario si è impegnato a leggerlo e a dirle cosa ne penserà. In effetti sarà un romanzo come Mario ne ha letti tanti, pubblicati e non pubblicati, né brutto né bello, che non gli avrà dato nessuna emozione particolare». 


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