Andrea Inglese ha lanciato nel mucchio un sassolino troppo ghiotto per non raccoglierlo. Forse perché il sassolino muove le acque giuste di quella che chiamiamo “la nostra bolla”: acque stagnanti, peraltro, abituate a ingannare gli sguardi con i suoi riflessi superficiali. Non possiamo che accogliere i suoi spunti e rilanciarne di altri, proponendo una resa dei conti.
1.
Le premesse antropologiche della situazione descritta da Inglese non devo certo esplicitarle io: la bolla studia, la bolla legge, la bolla sa. L’atomismo, la separazione, l’egemonia della superficie, la lotta per la sopravvivenza e per l’autoaffermazione eccetera eccetera. La bolla lo sa meglio di me che studio solo da qualche anno. La bolla sa anche che nel corso del Novecento la teoria critica e la prassi individuale/collettiva hanno subìto uno scollamento che sembra ormai insanabile, al punto che l’ideologia postmoderna è riuscita a costruire un paradosso: ha relegato l’impegno sulla realtà nell’agentività del mondo simbolico. È come se, circa da Sanguineti, la cultura abbia messo da parte la materialità del reale per agire politicamente solo all’interno dell’istituto culturale, dunque nella sovrastruttura.
Ci siamo abituati a credere che la verbalizzazione della critica e del dissenso sia già di per sé un valore concreto, un atto che generi realtà (quante volte si sente che la poesia è sempre rivoluzione…). Il modo in cui si arriva a questo punto, passando per lo strutturalismo, la semiologia e la french theory (ma anche attraverso i traumi sociali del terrorismo, l’ostracizzazione della politica dal basso) forse è ancora da indagare in profondità, sempre se nel futuro i dipartimenti di scienze sociali avranno sufficienti fondi per metter in atto ricerche larghe e sistematiche che necessariamente richiedono tempo, persone, soldi. Anche qui, bisognerà arrivare a una resa dei conti, proprio economica.
2.
Questa nuova vague impegnata del mondo culturale e il discorso diffuso che produce è ormai innegabile. Editoria indipendente, non-fiction di denuncia, critica ideologica dei prodotti culturali, analisi di classe rispetto ai generi, traduzioni di poesie palestinesi… le forme sovrastrutturali della politica sono numerose. Ci sarebbe da domandarsi quanto, all’interno del sistema culturale del postmoderno avanzato, una simile iperproduzione discorsiva sia realmente fuori dal sistema capitalistico, e quanto invece risponda esattamente agli imperativi incorporati dalla società del modo di produzione, ma su questo lascio la parola a Mimmo Cangiano e a Marco Gatto, dai quali ho potuto apprendere molto.
Ciò che posso mettere io, fuori dal discorso teorico e di analisi critica, è la mia quotidianità, la fatica straziante che produce l’ipocrisia della bolla, il divario tra posizionamento simbolico e comportamento. La mia sensazione – e la sensazione di buona parte dell’altra bolla nella quale vivo, quella della militanza – è che oggi, nel 2025, con tutto ciò che la realtà ci mette di fronte, siamo ad una resa dei conti. Una resa dei conti sociale.


3.
La grande quantità di dichiarazioni pubbliche contro il genocidio che lo Stato di Israele (con la complicità ideologica, culturale e materiale dei cittadini israeliani) sta compiendo ai danni del popolo palestinese ci rincuora, ma anche ci allarma. La consapevolezza critica di ciò che avviene è importante, senza dubbio: ma sono decenni che si denunciano i malfatti del capitalismo, decenni che si strilla sui giornali, gli stessi decenni in cui usciamo a mangiare la pizza e beviamo la coca-cola. O peggio: la pizza la mangiamo a casa, portata da un rider pakistano che guadagna meno di tre euro all’ora, che pedala sotto la pioggia in città dove la viabilità delle automobili mette a rischio anche la vita dei pedoni. Dal nostro divano, con la pizza davanti e con la lattina di coca-cola che frizza urliamo “il capitalismo è una merda”.
Mi viene in mente una pagina di Orso, prima di partire volontario per la resistenza kurda in Rojava:
31 agosto 2017
Per me il problema non è “se si possa uscire da questa prigione”, ma “quanto comodo fa stare in questa prigione” … nessuno di noi borghesi cognitivi vuole davvero uscirne. Questo è per me il nodo ideologico centrale. In questo senso, l’uso del termine “prigione” coincide con questa mistificazione ideologica: i muri che vedi attorno non sono la nostra prigione, ma quella degli altri. I muri che vedi sono le fortificazioni che proteggono il nostro benessere. I muri sono ricoperti di scritte contro i muri, abbasso i muri, distruggiamo i muri, ma pochi hanno davvero intenzione di prenderli a picconate.
Lorenzo Orsetti potrebbe insegnarci cosa significa responsabilità individuale e coerenza con i propri principi. Che banalmente vuol dire sincerità, amore della libertà, senso della politica fin dentro il corpo spugnoso del femore.
4.
La bolla accademica è la stessa bolla che usa i termini della sociologia bourdieusiana per portare avanti le proprie analisi: a me pare che di Bourdieu non si sia capito molto nella bolla. Quella teoria della riflessività, che viene esplicitata praticamente in tutti i suoi libri, non viene presa in considerazione dai critici e dalle critiche (ma nemmeno da scrittrici e scrittori) della bolla, invalidando così (almeno ai miei occhi) anche le loro analisi.
Il rischio di moralismo è alto, lo so, ma questo deve avvenire: storicizzare e criticare le proprie strutture di pensiero e di comportamento prima di avviare critiche sul mondo esterno alla nostra individualità. Un po’ vuol dire: farsi un cazzo di esame di coscienza. È facile, una volta che ci si avvia su questa strada, vedere le deformazioni cognitive che governano il nostro sguardo sul mondo: si vedono le contraddizioni, si capisce che a noi interessa di più stare comodi sul divano e godersi la coca-cola invece che boicottare l’azienda per coerenza anticapitalista. Si capisce che critichiamo il sistema editoriale ma vedere il nostro nome in copertina è prioritario rispetto al mettersi da parte, all’evitare di produrre.
Ma io non posso fare gli esami di coscienza per nessuno, posso solo farlo per me stesso e rendermi conto dei miei atteggiamenti patriarcali, della mia ignoranza artistica, della mia voglia di emergere, della mia voglia di piacere agli altri, della frustrazione di non saper accettare alcune contraddizioni. E cerco di decostruirli, di non ascoltare quelle voci che mi dicono che è più comodo non alzare la testa, non confliggere, non rompere i coglioni, non fare polemica, non sporcarmi le mani.
5.
È qui che avviene la resa dei conti: sul posto di lavoro, in famiglia, tra gli amici. Se il riformismo e le varie forme di compromesso ci dimostrano che il capitalismo e il nuovo autoritarismo escono da una parte e rientrano dall’altra con forme più sottili ed efficienti, forse è giunto il momento di avanzare, di usare maggiore assertività e meno illusioni. Si dovrà litigare con gli amici, si dovrà puntare il dito contro i colleghi e le colleghe che al baronaggio accademico ci stanno, riproducendolo; si dovrà far notare all’amico che se ordina su amazon è una faccia di merda, punto, senza giustificazioni, senza comprensione, una faccia di merda e basta.
Per prima cosa, credo, bisognerà problematizzare quei rapporti ambigui, per rispetto di sé e per il rispetto della realtà che collettivamente vorremmo e dovremmo costruire. La bolla è fatta da persone che hanno molto da perdere, ovvero privilegi: economici, sociali, di visibilità, di ascolto, di possibilità, di visione, ecc… In un sistema dove il linguaggio è la funzione primaria di camuffamento della realtà materiale, che la bolla stia in silenzio e dimostri coi fatti la politicità. Quando vediamo quei falsi sorrisi, quelle strette di mano convenienti, quelle conversazioni colme di elitarismo e di distanza borghese, incazziamoci, insultiamoci.
La connivenza è un male italiano che già Gramsci ricordava. Modificare la realtà individualmente non lo possiamo fare, certo e sarebbe quantomeno immaturo crederlo: ma quello che possiamo fare è non dare il fianco all’ipocrisia, possiamo metterla al muro, dimostrarne la falsità. Durante l’assemblea del Collettivo di Fabbrica exGKN del 28 giugno, uno striscione recitava: la lotta stana i bugiardi.

6.
Un po’ di “guerra civile”, in questo clima democristiano di pacifica convivenza, credo farebbe bene: questo è il momento di stare o da una parte o dall’altra. Io sono lo zimbello del mio ciclo dottorale; mi sono allontanato dal gruppo di amici maschi perché criticavo le loro battute sessiste, e mi si diceva “allora metti in discussione tutta la mia persona”, e io dicevo sì, purtroppo è così, e critico anche la mia di persona per le stesse battute che facevo. Persone come me, che non vogliono chiudere un occhio e scendere al compromesso facile, sono definite radicali.
Valerio Nicolosi, in una puntata di Scanner, la sua rassegna stampa quotidiana, diceva che ormai solo in Italia ogni posizione forte e coerente viene definita estrema o radicale. Perché la nostra cultura è quella della faccia di bronzo, della via di mezzo, del volemose ben. Sarà ingenuo pensarlo, ma un po’ di sano odio (di classe, morale, culturale, generazionale) potrebbe stanare i complici, i crumiri, i doppiogiochisti, tutte quelle persone che ti parlano di politica ma che non rinunciano all’acquisto di beni. In potenza anche a queste persone si vuole bene, certo. Ma la realtà è lì. Spingere il limite sempre un po’ più in là, essere assertivi, bloccare la catena di riproduzione della realtà, almeno nelle nostre reti: giungere ad una resa dei conti che non sia assolutoria.

Matteo Cristiano (he/him), 1997, è dottorando presso l’Università di Firenze con un progetto su poesia e impegno nel secondo Novecento. Si occupa di poesia del Novecento e critica culturale. Per lay0ut cura, insieme ad altr*, la rubrica di poesia inedita e poetica Presa d’aria.
