la scrittura asemica e quello che significa

La scrittura asemica e quello che significa

La scrittura asemica è una scrittura pre oppure oltre-alfabetica; in grado cioè di muoversi in una dimensione non ancora (o non più) coagulata in significato e significante. Proverò a indagarne gli aspetti attraverso una metafora geologica – ossia una profezia.


Geologia del segno

Se guardiamo alla storia della letteratura occidentale – specie quella moderna – come un costante sforzo di auto-superamento, esercitato nello scontro tra spinte di rottura e spinte di conservazione (tra mercato e museo, come direbbe Sanguineti a proposito del Novecento), notiamo che gli impianti semiotici di riferimento rimangono pressoché inalterati. Sono, almeno, la dialettica tra segno e referente e quella tra significato e significante.

Anche quando le energie più eversive e decostruenti sperimentano una frattura tra i due livelli, la relazione tra quelli rimane un presente-assente necessario e funzionale proprio all’esecuzione della sua parodia o critica, senza il quale queste sarebbero inefficaci. Così nel caso dei famosi Nominativi fritti e mappamondi di Burchiello, in cui la costruzione poetica raggiunge un nonsense “d’insieme” – è impossibile, cioè, ricostruire una scena mentale coerente a partire dagli elementi offerti dal poeta – che non è però un nonsense “individuale”, nel senso che svincolate dalla sintassi, quindi dalla poesia, le parole scelte conservano un loro referente: l’impianto segno-referente è qui assaltato obliquamente, si ottiene cioè la frantumazione di un referente “scenico” solo a patto che si conservino i referenti delle singole parole e una sintassi che, proprio collegandoli, li faccia stridere.

Oppure, per guardare alla relazione significante/significato, possiamo pensare alla poesia metasemantica di Fosco Maraini: il celebre Lonfo funziona grazie a uno scollamento radicale tra significante e significato, grazie a termini inventati ex-novo che si fermano al grado di significante puro. Tuttavia il testo ottiene il proprio effetto parodico e performativo proprio grazie alla simulazione di un significato – favorito, anche stavolta, dalla sintassi come forma di intelligenza, dalla presenza, seppure sparsa, di vocaboli esistenti («vecchio», «raramente»…) e – questo ci tornerà utile più avanti – di un alfabeto, di un segno riconoscibile per quanto manomesso.

Lyn Belisle

Ma, al di là di casi isolati, il titanismo delle avanguardie è di fatto progettato come sfida a questi e altri meccanismi: le parole in libertà, la scrittura automatica, il cut-up… Sono tecniche di sabotaggio degli schemi su cui si basa la tradizione letteraria da una parte, e il linguaggio tout court dall’altra.  Derrida parlava ad esempio di “logocentrismo” e “différance”, ponendo così la critica e decostruzione dei paradigmi culturali occidentali in termini di unità, separazione e relazione. Tenendo fermo che per logocentrismo si intende l’egemonia del linguaggio formato e comunicabile, è però evidente come la dialettica segno-referente e quella significato-significante rimangano necessarie alla loro stessa dissoluzione.

Possiamo allora immaginare la cultura letteraria occidentale come una stratificazione geologica, che si compie attorno a un nucleo inossidabile. La parte solida di questo nucleo – quella più profonda, l’irriducibile – corrisponde alla dicotomia tra segno e referente. Quella liquida – cioè lo spazio in cui la pressione si allenta e consente al metallo di fluidificarsi – alla relazione significato-significante. Fuori da questo, l’assurdo – cioè la scrittura asemica.

Il non sedimentato

Come suggerisce il nome, la scrittura a-semica (o asemic writing) si declina come pratica in grado di decostruire non semplicemente il funzionamento di relazione tra significato e significante, o tra segno e referente, ma l’intero concetto e l’intera presenza del sema, dunque della semanticità. Concretamente, trovarsi davanti a un’opera asemica contemporanea – come si è configurata soprattutto a partire dagli anni ’90, sulla scorta di esperienze come quella di Tim Gaze – significa trovarsi non “semplicemente” di fronte a testi privi di senso nel loro complesso (come nel caso del nonsense) o a parole singolarmente incomprensibili (come nel caso della metasemantica), bensì di fronte a grumi di segni che non raggiungono non solo lo stadio di “parola”, ma neanche quello di grafema. Sono, letteralmente, scarabocchi; dunque forme che emulano visivamente (almeno al grado zero, cioè quando non subentrano ulteriori tecniche, come quelle pittoriche o del collage) l’andamento di una scrittura, ma non ne raggiungono lo statuto.

La scrittura asemica non si limita dunque a sabotare il significato in quanto tale, ma, facendo questo, mette in crisi l’intero funzionamento del sistema segno; è un tipo di potatura del triangolo semiotico saussuriano talmente profondo da compromettere anche la possibilità di un significante e di un referente, e da proporre così un oggetto artistico che si sottrae alla natura e di fonema e di grafema, quindi alla codificazione linguistica e infine a ogni forma di decifrabilità. Come scrive Marco Giovenale: «una delle caratteristiche dell’asemic writing sembra essere precisamente la demolizione di ogni anche vaga pallida ipotesi di struttura».

La de-strutturazione asemica è dunque radicale e inficia la stessa capacità del segno di significare. L’eliminazione della significazione non comporta tuttavia l’eliminazione della significatività, che conviene cercare però altrove rispetto al consueto valore di rappresentazione e referenzialità: l’efficacia e dunque il carattere significativo della pratica asemica è relata non alla proprio capacità segnica – che è, come detto, impossibile – bensì proprio all’affrancarsi da essa, per un processo che:

«va a disarcionare una logica grammaticale strumentale, carno-fallo-logo-centrica, e concorre a strutturare una comunicazione che è imminenza di un senso quale sembra arrestarsi prima della significazione, finendo col diventare costante tensione verso una alterità che lo andrà poi a riempire di sensi plurimi»

Francesco Aprile.
Giacinto Luca Ruo – Artwork Celeste Network

L’asemic è dunque una pratica che sta dentro i confini della scrittura, in quanto a esecuzione, ma contestandone le strutture più recondite, e massimamente quella di scrittura per un ottenimento (di un testo, di un significato), si concentra sulla sua sfera meno strutturata, che è proprio quella dell’esecuzione, del processo: «il termine writing, indicando l’azione dello scrivere, riconduce anche a una certa manualità» (Cristiano Caggiula). Il risultato – l’ottenuto, appunto – diventa secondario, per quanto riguarda la sua significanza, e primario – semmai – per quanto riguarda il suo impatto visivo, dunque l’intensità gestuale che serba e sprigiona. Per recuperare la metafora geologica, l’asemico è il non sedimentato della cultura verbale occidentale, un magma che ribolle senza mai solidificarsi, nello strato indicibile tra l’idea del segno e l’esecuzione di una grafia corrotta. Precedente o ulteriore rispetto all’alfabeto.

L’orogenesi virtuale (un destino)

Interrogarsi sul ruolo storico-sociale di questa pratica scritturale estrema diventa allora una sfida. Occorre, in primis e tuttavia, tenere conto di questo: nonostante si sia codificata in maniera più precisa negli ultimi decenni, forte anche dell’incrocio fecondo con altre pratiche, come quella della poesia visiva e della poesia concreta, l’istanza asemica, come riferimento e tensione, è un leitmotiv storico. Al di là di altri contatti novecenteschi, come il Codex Seraphinianus di Luigi Serafini o a Cy Twombly, la spinta a rompere il codice linguistico fin nella sua natura materica, facendo del segno un di-segno, è un’energia che ricorre da tempi antichi, ad esempio nelle miniature medievali, oppure nell’arte calligrafica orientale, che molto ha influenzato i risultati estetici della scrittura asemica occidentale (caso particolare quello della calligrafia corsiva cinese, sviluppata sotto il regno della dinastia Tang e sorprendentemente simile, negli esiti, a molto asemic contemporaneo).

Da Codex Seraphinianus, Luigi Serafini

Ma che l’asemico occorra e prolifichi nel tempo presente è – per chi scrive, almeno – un sintomo della configurazione e insieme una risorsa verso l’interpretazione dell’epoca odierna. Un’epoca in cui, semplificando, la produzione estetico-segnica è calata nella virtualità, dunque esposta alle interconnessioni mediali e artistiche, e in un sistema socio-economico che non premia l’“inesattezza” delle pratiche letterarie. La scrittura asemica ha valore storico in quanto è capace di significare (performativamente e allegoricamente, dacché supera il segno) queste tre dimensioni: è una scrittura di fatto virtuale, non coagulata, in potenza; espone la pratica scritturale all’attraversamento della multimedialità; valorizza, nell’epoca della comunicazione, il letterario in quanto incomunicabilità e mistero.

Come scrive Accattino, «qualcosa di catastrofico sta passando dalla carta stampata a un mondo riempito da una miriade di nuovi media. Il libro e la carta stampata sono un prodotto, mentre l’accento e l’attenzione stanno passando dal prodotto al processo. Il processo offre una traiettoria evolvente, mentre finora si è prodotta una situazione evoluta.». Proprio in quanto non sedimentata ma processuale, la scrittura asemica assume oggi un ruolo rilevante di (anti-)nominazione dell’incomunicabile e del non trascrivibile. Il significato del suo non significare nulla è la capacità di allegorizzare la transitorietà segnica del nostro tempo.


L’opera in copertina è di Cy Twombly, il copyright delle riproduzioni in questo articolo appartiene ai rispettivi autori.