trauma transgenerazionale

Trauma transgenerazionale: come spezzare la catena

Ti senti intrappolato in una storia ereditata e hai nel sangue le colpe e i dolori dell* altr*, dici? Allora resta e leggi questo pezzo di Valentina Nizza sul trauma transgenerazionale, le fantasime emotive che attraversano gli alberi genealogici in cerca di qualcuno che sia disposto ad ascoltare.


Sono in macchina, sto tornando dalla cena di Natale coi parenti. Penso e rimugino, penso e rimugino, penso: è la prima volta da quando è morto mio padre che vado a una cena di famiglia da sola senza sentirmi effettivamente sola. Quest’anno c’è qualcosa di diverso, è come se riuscissi a vedere la mia famiglia con più distacco e più affetto del solito. Torno a casa estremamente frastornata, con la sensazione che mi sarei portata dietro questo stato d’animo per giorni. Tre, ad essere precisi, colpevole sicuramente anche lo squarcio spazio-temporale che puntualmente si crea tra Santo Stefano e Capodanno.

Ho continuato a pensare a cosa fosse cambiato quest’anno, da una parte il passare del tempo ha sicuramente attutito la pesantezza del lutto, ho pian piano acquisito gli strumenti per accogliere la tristezza e non farmi sopraffare. Quest’anno, ad esempio, per non sentire quel senso opprimente di nostalgia, ma per sentire invece vicinanza e calore ho indossato il maglione azzurro di mio padre. Ho scelto consapevolmente di avere un pezzo di lui vicino, non volevo sentirmi impotente perché lui non c’era. Se questa consapevolezza fosse solo una questione di tempo, però, ci sarebbero molte più persone soddisfatte di loro stesse. No: quello che è cambiato in me quest’anno è la visione del mio mondo attuale e del mondo in cui sono cresciuta. In quest’anno per essere più tecnici e meno romantici, ho analizzato nel dettaglio il mio sistema familiare e i traumi che si porta dietro.

trauma transgenerazionale

Una batosta di lucidità immensa. Per la prima volta in vita mia non mi sono sentita vittima passiva degli eventi, del destino e delle persone intorno a me. Mi sono invece sentita un’entità attiva e proattiva. Ho percepito situazioni sgradevoli non solo come ingiuste, ma anche come lezioni da cui imparare, sovrastrutture che si aprivano davanti ai miei occhi, e che potevo abbandonare, per crescere liberamente seguendo il mio personale sentire. Mi sono messa in discussione e mi sono domandata cosa l’universo stesse cercando di insegnarmi. Mi sono messa in ascolto.

Ecco quindi che il trauma e le emozioni, attraverso la terapia e lo studio personale, sono diventati due temi per me fondamentali. Per trauma in psicologia si intende qualsiasi evento che la persona recepisce come estremamente stressante o disturbante. Esistono poi due tipologie di trauma, dette trauma con la “T” maiuscola e trauma con la “t” minuscola.

I traumi con la “T” maiuscola riguardano eventi di grande impatto che portano alla morte o minacciano la nostra integrità fisica o quella delle persone a noi care. Quelli con la “t” minuscola sono eventi di portata inferiore, ma proprio per questo più difficili da riconoscere ed elaborare. Tali traumi se non elaborati posso portare a profondo malessere, bassa autostima, paure apparentemente inspiegabili e a conseguenti disturbi di ansia e depressione.

trauma generazionale

Una persona si può quindi ritrovare in situazioni di disagio psichico senza riuscire però a ricostruire la storia del disturbo, poiché il pensiero comune solitamente è «ma non mi è mai successo nulla di così grave in fondo». E invece qualcosa di grave, nel senso di soggettivamente impattante, è accaduto al di là dell’eclatanza.

I traumi poi, indipendentemente dalla loro entità o natura, sono legati a doppio nodo col concetto di emozioni. Per Ekman (1992) La definizione di emozione è «provare una sensazione che motiva, organizza e guida la percezione di pensieri e azioni». L’emozione porta sempre a una sensazione fisica, è energia, non è solo dominio del mentale: è reale e tangibile.

L’emozione è per definizione una messaggera, arriva per comunicarci qualcosa riguardo un input interno o esterno. Attraverso il riconoscimento delle emozioni arriviamo quindi a scoprire anche il mondo dell’inconscio, poiché l’emozione ci porta a riconoscere tutte le convinzioni limitanti di cui non siamo consapevoli. Per semplificare, Ekamn nei suoi studi sostiene che la gioia sia l’emozione fondamentale dell’essere umano, tutto ciò che è vero, e giusto per ciascuno di noi risuona con la gioia. L’emozione diventa quindi la bussola che ci permette di navigare nella realtà prendendo scelte consapevoli e libere.

Se si prova un’emozione della famiglia della rabbia, ad esempio, può significare che si sta percependo un’ingiustizia o un ostacolo tra sé e il proprio obiettivo. Capirlo può essere il primo passo verso una nuova strada per raggiungerlo. Se davanti a un’emozione ci si sente sopraffatti e immobili è perché forse continuiamo ad operare secondo convinzioni limitanti che non ci permettono di agire liberamente. Purtroppo, tornando al caso della rabbia, potremmo anche non essere in grado di ascoltarla e non trovare una strada alternativa, perché pesa di più la convinzione di non meritarsi o di non essere all’altezza. Questa convinzione limitante può quindi portare a percepire come giusto l’ostacolo o l’ingiustizia subita e di conseguenza a comportarsi come vittime passive. Tutto questo su un piano assolutamente inconsapevole.

trauma familiare

Unendo questi due concetti fondamentali arriviamo poi al tema centrale delle mie elucubrazioni post Natale: il trauma transgenerazionale. Cosa avviene se le emozioni non solo non vengono elaborate dal singolo, ma vengono anche trasmesse di generazione in generazione? Spoiler: un gran casino.

L’eredità regalataci dai nostri genitori prende le forme più diverse. Abbiamo i loro tratti, le loro caratteristiche e i loro comportamenti. Il punto però è che l’eredità che ci portiamo dietro non è solo la loro e non è neanche solamente genetica. Noi siamo il risultato di tutte le esperienze, di tutte le emozioni e di tutte le convinzioni di ognuno dei componenti della nostra famiglia nati prima di noi. La famiglia è quindi da interpretare come un sistema composto da più elementi che interagiscono tra di loro internamente e con il mondo esternamente.

Il trauma non elaborato di un nonno, ad esempio, è come se fosse congelato e bloccato nell’esperienza familiare, influisce sulla sua persona, sul suo metodo educativo e sulle vite di chi lo circonda, dai figli fino ai nipoti. Riporto un esempio personale per fare chiarezza: Mio padre è cresciuto con delle figure di riferimento abusanti. Le emozioni di rabbia, dolore e paura derivanti da questa esperienza hanno portato in lui alla costruzione di convinzioni molto contrastanti rispetto al concetto di famiglia.

La convinzione conscia ed esplicita è sempre stata quella di famiglia come clan, come comunità forte e di appartenenza. Ma al di sotto si sono insidiate convinzioni inconsce limitanti, che plasmano la famiglia non solo come clan, ma come branco. Un branco da cui proteggersi e tutelarsi. Gli abusi hanno generato la convinzione che la famiglia sia anche un luogo di pericolo da cui difendersi. Un luogo imprevedibile, incerto. Io non sono cresciuta in mezzo a figure abusanti. Ma sono cresciuta con l’eredità di questa esperienza non mia.

Mio padre inconsciamente mi ha sempre insegnato a non espormi, a stare attenta a quello che dicevo per evitare che zii o cugini mi prendessero in giro. Ha cercato di proteggermi come poteva, anche se il pericolo, per come lo aveva vissuto lui, non esisteva più. Io non ho vissuto la sua esperienza famigliare, ma ho vissuto attraverso le sue convinzioni. Ed è solo recentemente che mi sono resa conto di questa cosa, e sto cercando di conoscere la mia famiglia per quella che mi si presenta davanti, e non per quello che mi è stato raccontato.

trauma familiare

Un’emozione non elaborata non se ne va via per magia, non sparisce, non perde di intensità. Si trasforma, si nasconde fino a quando non le viene data retta e non viene ascoltata. I traumi transgenerazionali inoculano quindi strutture errate, meccanismi disfunzionali. Questo non significa che tali strutture o meccanismi siano immotivati: semplicemente persistono per un tempo più lungo di quello necessario. È così per tutti i meccanismi di difesa, sono sani finché utili, se persistono nel tempo senza criterio diventano dannosi.

Più le generazioni vanno avanti più le conseguenze del trauma diventano forti e tangibili. Un’emozione non elaborata può trasformarsi in dolore fisico e portare a gravi malattie. Tutto ciò non accade per magia, ma per i processi di somatizzazione delle emozioni. Per somatizzazione si intende la comparsa di sintomi fisici e ricorrenti dovuti a stati emotivi alterati. Tali sintomi possono poi cronicizzarsi nel tempo e debilitare in maniera permanente il fisico. Tale fenomeno è evidente in casi di ansia o stress, con somatizzazioni di tipo gastrointestinale o cardiovascolare.

Un trauma non elaborato porta inoltre al ripetersi degli eventi, come se si vivesse in un loop infinito, dove gli attori cambiano ma la trama resta sempre la stessa. Questo può accadere per uno scarso livello di metacognizione, ovvero la capacità di comprendere ed elaborare stati mentali ed emotivi. Di conseguenza, non è solo l’entità del trauma o dell’esperienza vissuta a fare la differenza, ma lo è soprattutto la capacità dell’individuo di capirla e rielaborarla in maniera sana e funzionale.

Se ciò non può avvenire per una povertà di risorse, l’esperienza traumatica si tramuta in qualcosa di indicibile e quindi più difficilmente lavorabile. Si creano quindi circoli viziosi in cui lo stile di attaccamento del genitore traumatizzato viene passato al figlio senza un’effettiva rielaborazione. Il trauma viene così trasmesso e solidificato nella mente collettiva della famiglia. In tale contesto si parla anche di co-inconscio, un vero e proprio inconscio collettivo che si trasmette attraverso le generazioni familiari. L’analisi del co-inconscio è fondamentale per comprendere i possibili compiti non finiti delle famiglie, catene di traumi e dolori che si perpetuano senza un apparente significato.

Ed è proprio quello che credo sia iniziato ad accadere quella sera in macchina. Ho guardato con occhi nuovi la mia famiglia, l’ho spogliata delle convinzioni che mi erano state passate dal trauma irrisolto di mio padre. Ho per un attimo fatto esperienza di prima mano delle persone che avevo davanti, ho visto i meccanismi per quello che erano, al di fuori di me e della mia persona. Ho iniziato a togliere dei filtri. Non è detto che quello che vedrò sia per forza bello o che mi piaccia di più rispetto a prima. Però so che lo vedrò coi miei occhi, saprò con certezza di aver fatto la mia parte per alleggerire il peso della nostra storia familiare. Sto cercando di spezzare la catena, sto cercando di rendermi libera e tela bianca su cui scrivere da capo.


Valentina Nizza, classe 1999, nata e cresciuta nella periferia nord di Milano. Editor, scrittrice e studentessa di psicologia, nel resto del tempo svolge, a suo dire, “lavori improbabili e precari”.


Apparato iconografico: Hsu Che-Yu, dalla serie A Letter from Mother, stampa su carta di riso (fonte)