La letteratura è borghese

Tutta la letteratura è borghese?

Antonio Francesco Perozzi, partendo da uno scoppiettante parallelismo tra Carmelo Bene e Silvio Berlusconi, sostiene una tesi da non sottovalutare: e se tutta la letteratura fosse borghese? Letteratura borghese significa: se abbiamo prodotto la cultura in cui siamo immers* è perché una classe dominante l’ha generata per accumulazione di privilegi. Quindi? Date voi una risposta.


Tutta la letteratura è borghese?

È un capolavoro della sorte che dentro la sigla C.B. si possano leggere Carmelo Bene e Cavalier Berlusconi. Entrambi milanisti, entrambi hanno giocato con il pubblico, lo hanno estasiato e deriso, hanno bucato lo schermo con la realtà o al contrario la realtà con la possibilità di superarla virtualmente: «Anche fossi mortale come voi, c’è una telecamera davanti» (C.B.), «Io sono l’unto del Signore, c’è qualcosa di divino nell’essere scelto dalla gente» (C.B.). Almeno una cosa, però, generava una differenza abissale fra loro – i capelli. A metà giugno scorso, nei giorni di lutto nazionale (con apoteosi), Marco Travaglio a Otto e Mezzo ha ricordato un aneddoto che fa splendere il Cavaliere in tutta la sua capacità dissimulatrice: «Quando noi lo riempivamo di improperi sui processi […] lui telefonava a Padellaro per dire “Ma avete scritto che ho i capelli finti. Venga a Palazzo Chigi o a Palazzo Grazioli e le faccio toccare con mano che i miei capelli sono veri”.»[1] In Berlusconi il discorso pubblico è sepolto da quello privato, il centrale affossato dal periferico, la verità dei processi smagata dalla verità dei capelli che, proprio in quanto presunta, fa saltare ogni confine tra realtà e messa in scena. Una filosofia, appunto; radicalmente contraria a quella di Bene, che quando D’Agostino, in un minuto memorabile dello show di Costanzo, lo interpellava con «Se lei non esiste, perché si tinge i capelli?», rispondeva: «È la mia vanità, vanitas vanitatum […] io sono parlato, non parlo»[2]. La vanità dei capelli rivendicata, esposta, guardata nel vuoto che rivela. Se Berlusconi dirotta la cosa pubblica su quella privata, e la colonizza, Bene deprivatizza completamente il discorso, svuotandolo di ogni ricatto ideologico o personalistico.

La letteratura è borghese
Marcelo Tinoco, Eólica   

Dunque: come si colloca il discorso di fronte alla realtà. Giocando un po’, nei capelli dei due C.B. e nel modo diverso di raccontarli possiamo vedere due modi di approcciarsi al discorso. E cioè della letteratura. Non è un caso che qualche minuto dopo la battuta sui capelli, Bene, rispondendo ad Almansi, scolpisce così: «L’arte è sempre stata borghese, consolatoria, idiota, mentecatta, stupida; soprattutto è stata cialtrona, puttanesca e ruffiana»[3]. Ecco, ciò che qui voglio dire, parafrasando Bene e seguendo la sua spinta smascheratrice – in opposizione a quella berlusconiana che mistifica, impone il privato sul pubblico – è che anche tutta la letteratura, almeno fino al Novecento (ma largamente anche nel Novecento), è letteratura borghese. Quindi, se si vuole, consolatoria, idiota eccetera.

Dice tutto, infatti, – permettetemi di usare ancora un po’ Berlusconi come grimaldello simbolico – che nel Cavaliere si sposino lo spirito imprenditoriale, il dominio del privato sul collettivo (e non quel privato che proprio Bene, per giunta, capovolgeva nell’essere privato, asportato, nel non esserci[4]), l’affermazione ideologica veicolata dal discorso («i miei capelli sono veri») e la celebrazione pomposa, cioè il terrore, della morte (teste i crismi del lutto nazionale). È proprio su questi punti (almeno) che si sostiene l’esperienza borghese della realtà, esperienza che la nostra letteratura degli ultimi secoli – in quanto discorso espresso proprio da tale egemonia – ha trasferito integralmente in se stessa e raccontato. Ideologia e linguaggio, del resto, come da titolo sanguinetiano, si costruiscono a vicenda: «un testo si decifra a partire dai contesti, così linguistici come extralinguistici, giù giù sino alla vecchia e classica struttura, nell’accezione marxiana della parola. Dunque, in una formula, struttura testuale e struttura socio-economica. E anche […] ideologia e linguaggio.»[5]

Come si sa, infatti, di spirito imprenditoriale e costruzione del privato sono intrisi proprio i testi aurorali della letteratura italiana. Le novelle della fortuna e dell’ingegno della seconda e terza giornata del Decameron rispecchiano chiaramente la ristrutturazione della società (e dell’agency) all’uscita dal Medioevo: la vita è caos, dinamismo, e il successo la capacità – aiutata dalla fortuna – di cavalcarli astutamente, guadagnandoci ad esempio un forziere – come il naufrago Landolfo Rufolo – o le gioie di un eros ormai liberato dalle mortificazioni della carne – come avviene a Masetto quando si finge muto in un convento. Contemporaneamente a Petrarca si attribuisce una nuova percezione dell’interiorità, che ora è vasta, sfumata, anche conflittuale, ma soprattutto è una nuova modalità di elaborazione dello stare al mondo, per cui gli eventi acquistano senso nel momento in cui si ripercuotono sulla sensibilità individuale (e significativamente il centro è l’io anche nel Petrarca politico: «Italia mia», «Non è questa la patria in ch’io mi fido»). A partire da Petrarca, poi, è iniziato un percorso secolare di individuazione del soggetto e amplificazione del significato della sua esperienza (come illustrava Mazzoni in Sulla poesia moderna: «Negli ultimi due secoli, la poesia radicalmente soggettiva e intransitivamente personale è diventata norma»[6]) che è parallelo all’ascesa storica della classe borghese.

Più di tutto però la questione della morte, ai miei occhi, è rivelatrice: la storia della letteratura italiana è anche la storia della paura e della gestione della morte. Così, ancora, in Boccaccio e Petrarca: le storie che si racconta la brigata del Decameron sono di fatto narrazioni alternative (ed escapiste) rispetto alla realtà di Firenze funestata dalla peste; l’evento su cui si impernia, anche strutturalmente, il Canzoniere è la morte di Laura, apparizione tragica e definitiva della fine dell’individuo. Se la storia della letteratura diventa storia dell’io, del resto, la dissoluzione dell’io non può che essere la minaccia per eccellenza, quella che Jaspers chiamerebbe una «situazione limite»[7].

La letteratura è borghese
Marcelo Tinoco, Caminho para Montalcino

Ma non è solo questo. Tutta la letteratura è borghese perché il suo problema fondamentale è la morte e lo è perché il borghese (o il nobile che si trascina nella nuova società borghese[8]), avendo soddisfatto in partenza le preoccupazioni della vita (cioè della fame), ha il tempo materiale per pensare e raccontare la morte, emersa ora veramente, stando ad Heidegger, come «la possibilità più propria» dell’esserci[9], ma a partire dalla soddisfazione economica delle preoccupazioni biologiche. Leopardi scrive splendidamente sulla distruzione di tutto (come nel Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco, dove «le cose materiali […] periscono tutte ed hanno fine»[10]) perché esperisce drammaticamente la noia (e infatti il Frammento si apre con: «Questo Frammento, che io per passatempo ho recato dal greco in volgare»[11]), ma può esperire la noia solo perché per lui, in quanto aristocratico, la precarietà del quotidiano è risolta e messa in cassaforte. Così l’Ortis e i Sepolcri di Foscolo hanno il proprio centro nel rapporto tra morte e gloria, nella Vita di Alfieri «il senso [dell’]esistenza sembra alla fine volersi fissare in un futuro che la rende postuma a se stessa»[12], l’amore impossibile sulla Terra tra la musulmana Clorinda e il cristiano Tancredi si risolve nell’eliminazione e quindi nella riabilitazione post-mortem di lei tramite battesimo, lo splendore dell’Adone mariniano è in opposizione alla ferinità del cinghiale che lo uccide, Adelchi e il Conte di Carmagnola trovano nella caduta la conferma definitiva e beatificante della propria virtù («Avvezzo / io son da lungo a contemplar la morte / e ad aspettarla»[13]), e così via.

E infatti, per contro, il problema del proletario non è la morte – che non può pensare, essendo il suo tempo saturato dal lavoro e dal riposo dal lavoro – bensì la vita, ossia la sopravvivenza, la fame, la stabilità agognata e non possibile. A dimostrarlo è ancora una volta la storia della letteratura, se la prendiamo stavolta come dialettica tra canonizzati ed esclusi dal canone: l’ideologia dominante (che è anche l’ideologia di quella critica che, da Bembo a De Sanctis, ha sistematizzato il canone letterario) ha premiato il nobile pensiero della morte e relegato nello spazio del comico, dell’eccentrico, o addirittura bandito dalla memoria collettiva, quegli autori e quelle opere che al contrario davano largo spazio alle esigenze materiali, ai desideri del popolo, alla presenza sensuale e marcescente della carne. Folengo, che «ebbe modo di entrare in contatto sia con ambienti culturalmente elevati sia con ambienti popolari; e, come era abitudine dei monaci, si occupò anche di problemi pratici e materiali e conobbe da vicino il mondo contadino»[14], porta il suo Baldo in un’odissea di bagordi e demoni, ma il suo Opus macaronicum è stato a lungo ignorato, o accantonato, ingabbiato, dalle storicizzazioni della nostra letteratura. Poi Angiolieri, che fa il verso agli stilnovisti e che ha interesse solo per «la donna, la taverna e ‘l dado»[15], Ruzante, che mette in scena il realismo della vita contadina, l’Aretino, che inventa il dialogo puttanesco: sono tutti scrittori della vita e tutti sistematicamente dimenticati o catalogati come tematicamente e stilisticamente eversivi rispetto a una linea che viene così riaffermata, e che è quella petrarchesco-borghese. Lo stesso Dante, che con l’Inferno dava grande spazio all’immaginazione, alla lingua e al sogno dei popolari, è stato ostracizzato dal bembismo e riscoperto grandemente solo col Risorgimento (e cioè in coincidenza, appunto, con la formazione di una nuova agency del popolo nello spazio socio-politico).

Certo, molte delle rappresentazioni anti-canoniche sono simulate dallo scrittore borghese-aristocratico, dacché il povero è strutturalmente escluso dalle possibilità di farsi una cultura e una sensibilità letteraria. Ma proprio questo meccanismo che intreccia sguardo colonizzatore del ricco letterato sul povero analfabeta, liberazione nella scrittura del desiderio e della preoccupazione terreni e categorizzazione nello scaffale comico-realistico dimostra le dicotomie su cui si regge la storia della letteratura italiana, almeno su tre livelli: stilistico (monolinguismo vs plurilinguismo), tematico-epistemologico (morte vs vita), sociologico (borghesia vs proletariato).

Poi, con il Novecento, cioè con la scolarizzazione di massa, quindi con lo sviluppo dell’opinione pubblica, dell’editoria industriale, delle democrazie, infine con la rivoluzione informatica e la diffusione dei social, tali dicotomie sono esplose definitivamente. L’arruolamento di sempre più individui all’interno della fucina estetica e delle opportunità espressive[16] ha comportato necessariamente la disseminazione della produzione artistica letteraria, che equivale – ancora con Mazzoni – al culmine del processo di individuazione e cioè alla conquista paradossale del «diritto all’inappartenenza»[17]. Se il borghese, ideologicamente (e, in ciò, anche la letteratura), è l’individuo, il vertice della sua storia è il riconoscimento universale delle individualità, della loro dignità espressiva, infine della parcellizzazione radicale, atomizzata, delle esperienze (estetiche e non). Non mi sembra qualcosa di troppo lontano da ciò che Pasolini, in un articolo raccolto poi negli Scritti corsari, descriveva come l’«identificazione di borghesia con umanità»[18]: la classe borghese vince, coopta sempre maggiori strati della popolazione, che a loro volta la ribadiscono culturalmente in una letteratura del discorso privato.

La letteratura è borghese
Marcelo Tinoco, Baviera square

Sappiamo che la realtà non è così schematica. Ciò su cui si vuole porre l’attenzione, qui, è la conseguenza storico-culturale di questo quadro. Perché una contorta frattura interna a questa borghesizzazione universale fa in modo che tale processo sia l’opposto della risoluzione collettiva dei problemi della vita; una frattura che si colloca negli ultimi decenni e si muove tanto a livello strutturale quanto a livello sovrastrutturale. Strutturale: l’allargamento della borghesia non coincide, storicamente, con la distribuzione del suo potere economico, e anzi organizza una fluidità sociale che si regge sul precariato, cioè sull’imposizione di una flessibilità sfruttante (in particolare ai nati dagli anni ’70 in poi). Per contro, sovrastrutturalmente: la cultura del multitasking, dell’impermanenza (pensiamo alla “rivoluzione dell’effimero” su cui si fonda la trasformazione dei social e del web in generale negli anni ‘10, a partire dalle stories Instagram), l’«ontologia imprenditorialista» di cui parla Fisher[19], l’intreccio tra atomizzazione dell’esperienza e rappresentazione autolegittimante del sé, distolgono con un’illusione di agency e potere d’acquisto (quasi tutti possiamo permetterci uno smartphone, una smart tv, una vacanza all’estero) dalla precarietà strutturale.

Questo, in fin dei conti, significa una cosa: che la nostra borghesizzazione è culturale e non reddituale. Si imprime sulla cultura della classe lavoratrice – che fa gli stessi sogni della classe ricca, progetta la sua vita, in forma minore, sui modelli dei grandi imprenditori – ma non si traduce in una reale e significativa capacità d’acquisto. Borghesia culturale e borghesia reddituale, insomma, si scindono. E così siamo borghesi nell’idea che il potere d’acquisto coincida con l’azione del mondo, con la nostra possibilità di salvezza, e siamo proletari (inconsapevolmente, per lo più) in quanto privi di garanzie sociali significative e costretti alla flessibilità; abbiamo insieme il terrore della morte e il terrore della vita, e il nostro rapporto con la noia è di intolleranza assoluta: respingerla con l’iperstimolazione dello scrolling, possibile e minacciosa rivelazione della vita e della morte insieme. Scrivere oggi significa agire all’interno di questa torsione e avere la possibilità di cogliere il germe di una nuova immaginazione letteraria.


[1] https://youtu.be/2dKArXF7vJo

[2] https://youtu.be/ZDwQOcRViLg minuto 35:19.

[3] https://youtu.be/ZDwQOcRViLg minuto 1:03:19.

[4] https://youtu.be/ZDwQOcRViLg minuto 52:48.

[5] E. Sanguineti, Gazzettini, Roma, Editori Riuniti, 1993, pp. 161-162.

[6] G. Mazzoni, Sulla poesia moderna, Bologna, Il Mulino, 2005, p. 105.

[7] Cfr. K. Jaspers, Psicologia delle visioni del mondo, Roma, Astrolabio, 1950, p. 266 e sgg.

[8] In questo discorso possiamo accostare condizione borghese e condizione aristocratica, nell’ottica di una trasformazione storico-dialettica che vede l’ascesa della borghesia e il declino della nobiltà, ma anche la tensione osmotica tra le due, tra potere economico (borghesia) e potere politico (nobiltà), su cui del resto si fonda la Rivoluzione francese e di cui in letteratura abbiamo una traccia memorabile, ad esempio, nello «scudo di pietra» di cui si fregia illusoriamente il barone di fronte alla ribalta imprenditoriale di Mazzarò (cfr. G. Verga, La roba, in Tutte le novelle, Milano, Mondadori, 2017).

[9] M. Heidegger, Essere e tempo, Milano, Longanesi, 1971, p. 375.

[10] G. Leopardi, Operette morali, Milano, BUR Rizzoli, 2008, p. 478.

[11] Ivi, p. 477. Corsivo mio.

[12] G. Ferroni, Storia della letteratura italiana. Dal Cinquecento al Settecento, Milano, Mondadori, 2012, p. 464.

[13] A. Manzoni, Il Conte di Carmagnola, Atto V, Scena V, vv. 255-257.

[14] G. Ferroni, Storia della letteratura italiana. Dal Cinquecento al Settecento, Milano, Mondadori, 2012, p. 115.

[15] C. Angiolieri, sonetto LXXXVII. Cito da G. Ferroni, Storia della letteratura italiana. Dalle origini al Quattrocento, Milano, Mondadori, 2012, p. 131.

[16] Di questi concetti ho parlato anche in merito alla costruzione di un’opera poetica collettiva che viene proposta in Sono hackeratə, l’ultimo numero cartaceo di lay0ut magazine (https://www.layoutmagazine.it/lay0ut-magazine-sono-hackerat%c9%99/).

[17] G. Mazzoni, op. cit., p. 217.

[18] P. P. Pasolini, Scritti corsari, Milano, Garzanti, p. 19.

[19] Cfr. M. Fisher, Realismo capitalista, Roma, Nero, 2018.


Le immagini inserite nell’articolo provengono dalle serie dell’artista brasiliano Marcelo Tinoco, si possono trovare qui.

Antonio Francesco Perozzi (Subiaco, 1994) vive in provincia di Roma e insegna nella scuola secondaria. I suoi ultimi libri sono Lo spettro visibile (Arcipelago Itaca, 2022) e bottom text (in Poesia contemporanea. Sedicesimo quaderno italiano, marcos y marcos, 2023). Collabora con molte riviste tra cui Il Tascabile, La Balena Bianca, lay0ut magazine, Poesia del nostro tempo, Polisemie e Inverso. Cura il blog La morte per acqua e il podcast Spara Jurij.