Un hueco para rellenar con crisantemos – Tre poesie di Raquel Graciela Fernández

Cosa accomuna Maria Poliduri, Alfonsina Storni, Antonia Pozzi e altre ventinove scrittrici citate nei versi di Raquel Graciela Fernández? Protagoniste della raccolta Un rayo a tiempo (Villa María, El Mensú Ediciones, 2018) dell’autrice argentina contemporanea, hanno in comune non tanto la vita, quella letteraria, ma soprattutto la morte, quella tragica. Il filo conduttore dell’opera è infatti il suicidio, in trentadue poesie tutte dedicate a personalità letterarie che, per diverse ragioni, condividono lo stesso epilogo. Da Maria Poliduri, passando per Alejandra Pizarnik, fino ad arrivare a Martha Kornblith: la Fernández attraversa la biografia altrui e la utilizza come specchio per sostanziare la propria condizione nel processo di scrittura: una paletta tematica organizzata sotto il segno della morte. Attraverso una lingua semplice, quanto incisiva e immediata, tutte queste figure femminili, più o meno conosciute, si appropriano di una voce, troppo spesso messa a tacere, e contribuiscono alla messa in valore, in prima persona, della propria esistenza.

             In questi versi l’esperienza del suicidio non viene romanzata o idealizzata, ma mette in luce una serie di dettagli e acquisisce forza propria, fondamentale per la ricostruzione della vita di ognuna delle autrici, lontana dallo stereotipo melodrammatico della donna abbandonata, suicida in quanto disperata. Questa lettura focalizzata su nuovi spunti di analisi permette inoltre di venire a conoscenza di nuove personalità letterarie fino ad oggi sconosciute. Figure che non hanno trovato fissa dimora nei programmi di studi letterari, ma che oggi richiedono con forza da parte nostra una maggiore attenzione, in quanto ci permettono di attingere a modelli “altri”, dei geni storicamente recessivi che portano il segno di una cultura e un contesto specifici. Del resto, sappiamo che la storia è piena di buchi para rellenar con crisantemos (da riempire di crisantemi).                    

            “La poesia è la resistenza di fronte a un mondo che diventa sempre più crudele, sempre più terribile, disumanizzante” ha detto il poeta argentino Juan Gelman. In un contesto politico-sociale odierno in cui, troppo spesso, vengono escluse le minoranze, la parola poetica può giocare un ruolo di giustizia e di riscatto. Quello di uno specchio della realtà che vuole essere rimesso in discussione per poi essere trasformato. Al momento di “trasferire” le parole da una lingua all’altra, ciò che è fondamentale nel processo di traduzione, tra tantissimi altri fattori, è cercare di rispettare le intenzioni dell’originale. Grazie all’incisività della sua penna, l’autrice scava nella vita, e nella morte, delle poetesse dando luce a dei testi intensi e confessionali che hanno lo scopo di correggere, mostrandone tutte le sfumature, l’idea stereotipata rimasta ancorata nell’immaginario collettivo. In questo caso, è quindi indispensabile ricostruire lo spirito di denuncia e visibilità con cui la Fernández omaggia e si appropria della pluralità delle voci di tutte queste donne attraverso uno strumento poetico che è resistenza, bellezza e verità.


A KOSTAS   

“Me recibirás en tu aposento silencioso y habrá libros en torno, abandonados en un hondo silencio…” 

MARÍA POLYDOURI (1902-1930)

Me vas a recibir en la casa de tu sangre,	
vacía desde que el mar jugó a la amargura
en sus zaguanes, 
vacía desde el chillido de la pólvora,	
y habrá libros donde leer tu cuerpo
y encajes de rubor venidos de la lluvia
para anudar nuestras bocas.	
Nos vamos a lavar los ojos con cenizas	
y vamos a hablar de las cosas que se van,
de las cosas que mueren
antes de que las abandonemos,	
de las cosas que mueren
porque las abandonamos.	

(Te voy a contar, entonces, 
del lúcido escalofrío de la morfina
de su mordedura de hiena transparente,	
el boleto de ida a la casa vacía de tu sangre,	
ojalá la encuentre entre tantas desgarraduras,	
ojalá tenga las puertas abiertas).	

A KOSTAS

“Nella silente camera io ti sarò d’accanto 
(libri, intorno, nel tacito buio).”

        MARIA POLIDURI (1902-1930) [1]

Mi accoglierai nella casa del tuo sangue,
deserta da quando il mare giocò all’angoscia
nei suoi vestiboli,
deserta dal grido della polvere da sparo,
e ci saranno libri in cui leggere il tuo corpo
e merletti di rossore venuti dalla pioggia
per allacciare le nostre bocche.
Ci laveremo gli occhi con la cenere
e parleremo delle cose che se ne vanno,
di quelle che muoiono
prima di essere abbandonate,
di quelle che muoiono
perché le abbandoniamo.

(Ti racconterò, allora,
del lucido brivido della morfina
del suo morso di iena trasparente,
il biglietto d’andata per la casa deserta del tuo sangue,
sperando di trovarla fra gli strappi,
sperando di trovare le porte aperte).	

EL ZAPATO

“Oh mar, enorme mar, corazón fiero de ritmo desigual, corazón malo, yo soy más blanda que ese pobre palo que pudre en tus ondas prisionero.”

ALFONSINA STORNI (1892-1938)

No sé por qué nadie habla del zapato.
Un zapato viudo es un epílogo	
tan bueno como cualquier otro.

No sé por qué nadie habla
de mi cara de ratoncito mustio
cosida al horror con puntadas de viento, 
del diente de la sal royendo mis pulmones,
de mi faringe rota carraspeando
un soborno de algas.	

No sé por qué nadie habla
del ardor en el pecho,
de la carne buscando hacer
la voluntad de la vida:	
orinar, vomitar, salir a flote.
Declinar el naufragio.	

No sé por qué me inventaron 
un ruedo vaporoso, 
una huella en la arena,	
un nudo de corales en el pelo.
No sé por qué le colgaron 
un cairel de sirenas
al desgarro de octubre.

No sé por qué nadie habla del zapato.
No sé por qué nadie dice 
que tenía frío,	
que tenía miedo,
que tenía cáncer.	

LA SCARPA

“Oh mare, mare enorme, cuore fiero dal ritmo disugual, senza ritegno, io son più molle del povero legno che marcisce dell’onde prigioniero.”

ALFONSINA STORNI (1892-1938) [2]

Non so perché nessuno parli della scarpa.
Una scarpa orfana è un epilogo
buono come un altro.

Non so perché nessuno parli 
della mia faccia da cagnolino bastonato
cucita all’orrore con punti di vento, 
del dente del sale che mi rosicchia i polmoni,
della mia faringe rotta che sputa
un’esca di alghe.

Non so perché nessuno parli
del bruciore nel petto,
della carne che cerca di fare
la volontà della vita:
urinare, vomitare, restare a galla.
Declinare il naufragio.

Non so perché mi abbiano dipinta con
un orlo vaporoso,
un’impronta nella sabbia,
un nodo di coralli nei capelli.
Non so perché abbiano attaccato
una frangia di sirene
allo squarcio di ottobre.

Non so perché nessuno parli della scarpa.
Non so perché nessuno dica
che avevo freddo,
che avevo paura,
che avevo il cancro.

VERSO EN RIESGO

“Alguien llorará quien sabe dónde – quien sabe dónde alguien buscará el crisantemo para mí en el mundo cuando deba marcharme sin retorno.”

ANTONIA POZZI (1912-1938)

Como intuía el sol intuía la guerra,
algo muerto y enorme que se acercaba	
vomitando lejos de mí a los amigos judíos,
y veía caer los pájaros en los campos de batalla,	
sentía su peso,	
la imposibilidad de las alas.
Veía el punto final de amapolas
y después del punto final, la sangre
siguiendo su camino sedicioso, 	
y los amigos judíos que no volvían.
Intuía, también,
que el amor 
era poco más que un verso en riesgo
y unos labios mezquinos.

Dejé el cuerpo en el patio de invierno
vacío de mí, 
un hueco para rellenar con crisantemos,	
y él creyó 
que había vuelto al pueblo o a la cama,	
y se dio permiso para olvidarme.

VERSO A RISCHIO

“Qualcuno piangerà chissà dove – chissà dove –Qualcuno cercherà i crisantemi per me nel mondo
Quando accadrà che senza ritorno io me ne debba andare.”

ANTONIA POZZI (1912-1938) [3]

Così come intuivo il sole intuivo la guerra,
qualcosa di morto ed enorme che si avvicinava
vomitando lontano da me gli amici ebrei,
e vedevo cadere gli uccelli nei campi di battaglia,
sentivo il loro peso,
l’impossibilità delle ali.
Vedevo il punto finale di papaveri
e dopo il punto finale, il sangue
che seguiva il suo cammino sedizioso,
e gli amici ebrei che non ritornavano.
Intuivo, poi,
che l’amore,
era poco più di un verso a rischio
e delle labbra misere.

Ho lasciato il corpo nel giardino d’inverno
vuoto di me,
un buco da riempire di crisantemi,
e lui ha creduto
che fossi tornata in città o a letto,
e si è permesso di dimenticarmi. 

[1] Crocetti, Nicola, Pontani, Filippo Maria (trad.), Poeti greci del Novecento, Milano: Mondadori, 2010.

[2] Storni, Alfonsina, Poesie. Antologia, Traduzione, scelta, note e appendice di Angelo Zanon Dal Bo, Lugano: Fondazione Ticino Nostro, 1973; et Alfonsina y el mar de Félix Luna.

[3] Pozzi, Antonia, Parole, Milano: Àncora, 2015.


In copertina: Ren Hang