un moto di vita che marcia - corteo Torino 22 settembre

Un moto di vita che marcia – Antonella Angelini

Un moto di vita che marcia è la testimonianza di Antonella del corteo torinese del 22 settembre 2025.

Corteo di Torino, 22 settembre – Sciopero generale per la Palestina

Oggi sono stata prima triste. Di un grumo vicino e uno lontano, amplificati da un fatto irreversibile:
non sono più giovane.
Ho litigato con il mio compagno – è probabile che ci stiamo separando – e al risveglio, dal nulla, una
gamba ha preso a farmi male, come se nel sonno mi avessero giocata e rimontata a casaccio. Mi
chiedo fino a che punto sarà così, fino a quando ogni nuovo modo in cui conoscerò il mio corpo che
prova dolore sarà un recensire estensioni nuove, repertoriarle senza averle minimamente pensate. Mi
chiedo quando il dolore smetterà di essere una potenza conoscibile con la meticolosità alacre del
perito, con quale violenza o repentinità si estinguerà il privilegio del cartografo.
E lì accanto, il grumo lontano.


Vorrei raggiungere i compagni che marceranno, vorrei esserci, sento che devo esserci, ma dentro di
me, profondamente, non ci riesco. Lavoro da remoto per un’organizzazione non governativa
americana e vivo a Torino, città nuova, con la quale ho pochi e intermittenti legami. La mia azione ha
una rilevanza nulla sul piano strategico – non sono legata ad alcun ganglio importante per il transito
di beni a favore del genocidio di Gaza – e anche su quello simbolico non siamo messi meglio: per
intenderci, non ho nessun cliente cui mandare una mail per dire “oggi sciopero”.
Ma il problema è più profondo. Sono scissa.


E non perché creda sia inutile e cosa cambia e via dicendo. No, è che non sento nulla. Non riesco a
percepirmi come senziente. Qualcuno direbbe che questo momento non lo sto vivendo. Un po’ è
così. Manco tutto, l’inizio del corteo, la metà. Mi sento trasparente, mi sento mancarmi. Sento una
me che potrebbe essere altrove: la me che avrebbe potuto persino essere più vicina alla crepa che si
inabissa, la me della cooperazione internazionale, come bofonchia mio padre, che tuttora ignora cosa
io faccia davvero, a chi glielo chieda. È raro che un istante si manifesti nel suo rovescio: come la
relazione tra due realtà simultaneamente possibili, qualcosa che potrebbe essere allo stesso tempo,
ma non è. Io, di fatto, sono a casa, dolorante.


Ho letto Sudari di Paola Caridi, sdraiata sul posto letto superiore destro di una cuccetta dell’Intercity
notte 754 Fasano-Torino. Mi sono vergognata di averne bisogno: di far scricchiolare il lenzuolo
inamidato di Trenitalia sotto il mio corpo. Mi sono vergognata che fosse quel bianco incorrotto a
rendere reale la cancellazione dei corpi e dei loro riti nella morte. L’aria dei vagoni letto è sempre
piena di polvere, compatta. Da quel momento riesco a pensare alla morte a Gaza solo così: come
cemento polverizzato che si infila nelle narici, le ostruisce, si fa massa.


Dopo pranzo sento il corteo avvicinarsi. Il rombo fa vibrare le finestre del palazzo di metà
Ottocento dove abito, con il bell’ingresso decrepito. Esco con le chiavi in tasca e il cellulare in mano.
Esco – non ci sono abituata – come un numero sulla faccia di un dado. Voglio vederlo, il corteo.
Voglio unirmi.


Penso a mio padre, sempre a lui, che manifestava nel ’68 e poi basta. Lo chiamava ancora
innamoramento collettivo. «Come diceva Mauro». E dopo un istante: «Rostagno». Ogni volta come
se fosse la prima.


Le bandiere di USB sventolano, anche senza vento, perché qui il vento non c’è mai davvero. Mi
commuove che siano i lavoratori, oggi, a fermarsi.
Nella saletta del campus di San Gallo, racconto spesso dello sciopero dei portuali di San Francisco
nel 1984 contro l’apartheid in Sudafrica. Gesticolo troppo, incomprensibile, in un’aula svizzera.

Ora ho freddo. Le labbra restano serrate. Vorrei aprirle, forzarle, esserci con la voce, con il respiro,
con qualcosa che da dentro va fuori. Non ci riesco.


Il corteo si muove, i canti nel moto ondulare delle bandiere. Una madre con il velo tiene per mano
suo figlio riccioluto. Quando inizia l’inno palestinese, la sua voce – profonda per un corpo così
minuto – si dilata, si fa golfo. È un inno che invoca, che chiama la terra come fosse un’amante. Non
ne capisco le parole, in pochi le capiscono, e per una volta non è l’italiano la lingua ponte, ma l’arabo.


Accanto a me una donna guarda lo schermo del cellulare: da un lato scorrono le immagini di
esplosioni in corso, dall’altro quelle di un corteo. Forse questo stesso corteo. Potremmo essere già
sovrapposizione, crasi. Le due dirette non stanno solo accadendo insieme. Sono convocate, portate
assieme. Nello spazio di schermo che le separa sta prendendo forma una contemporaneità che è
simbolo allo stesso tempo. Forse ci sono dentro anch’io, a questo evento-concetto. Oppure no.
Cammino e basta.


A una pausa più lunga raggiungo la testa del corteo. La vedo: un’enorme bandiera della Palestina che
si gonfia, agitata dalle mani che ne reggono i capi. Il verde più di tutti mi sembra bellissimo. Come
bellissimo mi sembra il corpo di una ragazza che la fa ondeggiare, ballando e cantando. Perché sta
ballando e cantando? Mi mette i brividi guardare con giudizio alla gioia, cercarle una giustificazione,
chiedermi se sia stonata. Finisco per piangere, finalmente.


Questa non è una polis. Qualcuno di caro ha chiesto, con una nota di amarezza, cosa voglia dire
pensare al 22 settembre come un successo quando la nostra democrazia è una democrazia stanca alle
urne, quando la nostra idea di cosa pubblica è così erosa da non accorgerci che dovremmo scendere
in piazza prima e ogni giorno per una società che abbiamo i mezzi immediati – quelli elettorali – per
cambiare. Non era una polis, è vero. Era piuttosto un cavallo di Troia, una macchina per bucare, per
dirsi capaci di azioni collettive. Si perderà, forse, trazione. L’occasione di ritrovarsi così per
riconoscere assieme cosa sia la cosa pubblica che nasce dallo, anzi dagli spazi pubblici, sarà
probabilmente difficile da ripetere. Siamo stati, però, un moto di vita che marcia. Una prima persona
plurale.