Vedo doppio oppure / ho due felpe GKN | archivio affettivo GKN

Provò a mostrarmi qualcosa. Stavamo entrambi seduti al tavolo della cucina e io cercavo di copiare le linee che faceva su un foglio ma non mi riusciva. Era più che altro un modo per guardare.

Antony Cartwright, Come ho ucciso Margareth Tatcher

I

Io sono dimagrito, voi
venti chili negli ultimi sei
sette mesi tipo, me lo dico
per rimettervi nel mercato,
per dimenticare,
per mangiare senza dare nell’occhio,
perdere l’aria pesante
che contraddistingue,
fare le giostre altissime
del parco avventura
coperti da regolare assicurazione
in Sila o giù di lì,
per la promessa di felicità del contapassi,
del deficit calorico,
per guardarci allo specchio
ed esserne contenuti,
più di sempre, hai una pistola
che tuo nonno conserva
in una scatola su una mensola
in un capannone?
cosa è tornare sempre al chiodo
ovvero che importa essere cambiato,
persa la pancia sono tornato
soggetto da oggetto di rivoluzione?,
mi ricresco come i peli
a sfregamento delle cosce?,
vorreste ammazzarci, vorrei
ma siamo sottilissimi, non ci trovo,
con amore e con un filo di rassegnazione molle,
aspettando il metabolismo
e la corsa, imprescindibile,
seduto a un Bar Italia, di un Paese,
in una Piazza, di fronte a una Chiesa,
aspettandoti perché vale tutto per
essere amati – sì, la rassegnazione dura
mi darebbe una scelta, almeno,
con gli altri mi ritroverei alla fine
nevrotica rivoluzionando
dove è una merda, capiamoci, dove non lo è.

II

La pistola lasciata indietro ha sparato,
c’è stato un cambiamento. Immagino.
Me l’avevi detto alla stazione di Firenze, M.
e io non ti credo. L’ultimo sedicesimo
fallato nel libro nella collana dell’editore
al festival fuori dalla fabbrica, sotto il sole di aprile,
con l’energia dei pannelli solari,
è un errore o è un principio. Di immaginazione.
Phantasia. Dopo l’attentato una dieta ci sarà,
il Medioevo dei satelliti. La peste dei ricchi.
Niente più riprese, solo canzoni.
Forse qualche tamburo.
Parleremo in cerchio del futuro
e andremo a letto in pace.

Io da quando sono dimagrito, voi
non dormite meglio? Ho rivoluzionatomi
completamente, ho perso le guance
per i sogni tranquilli? Si può?
Me l’avevi detto alla stazione di Firenze,
e io non ti credo e con l’aria di aprile
mossa dal treno
non ricordo più dove andavo,
se a Milano dove è una merda, tutto,
o a Milano dove non lo è, non più.

In corteo durante il festival di letteratura working class, direzione Campi Bisenzio

III

Chi è stato colpito? Un alunno di prima
mi scrive «ho scritto questo perché anche a me
un giorno mi piacerebbe trovare un luogo
in cui poter essere solo me e il mondo»,
questo un racconto per un compito in classe
che immaginava di essere amato
davvero a quattordici anni –
o quella roba che dicevi tu D.,
di scoprirsi capaci della solitudine tra gli altri,
l’ho capita davvero, ho perso
sangue di drago, mostruosità, rilevanza,
che è problematico da tantissimi punti di svista.
Inversione a U facendo, senza patente,
nel perimetro immaginario in Gkn
e mi difendevo spendendovi
lo stipendio da tempo indeterminato,
se abbiamo trovato una nicchia
dietro al palco nel parcheggio
è per avere una qualche pace
tra la pace degli altri, senza pace,
una tregua nella tregua,
l’assemblea, le maglie brandizzate
per il caldo, i fagioli in scatola,
saranno la fonte di proteine corretta,
mi sentite? Perché mi sento male
anche io nella stanza,
con grande sforzo voglio uscirne,
ma la stanza… esco solo nella speranza
di essere la vittima, per semplicità,
per romanticheria, per amor di narrazione.

IV

Mi avete mangiato, sono felice.
Ho paura di perdere centralità,
di rimanere al centro.
Mi scentro a Milano,
con la felpa amaranto ancora,
piove anche sul nuovo modo di vedere.
Penso a M., al litigio seduti
comodi borghesi in pizzeria,
che bisognerebbe prendere in mano
la pistola e sparare,
individuare il nemico,
smettere la retorica.
Ma come facciamo a capire
che non ci stiamo dentro?
Che ti dico che esco dalla stanza
solo insieme, appassionatamente,
enfaticamente, ridicolmente,
romanticamente, ci credi?
Cos’è questo cambiamento
pronominale, epistemologico?
Perché parlo duro,
perché vorrei farmi capire da mia nonna,
da mio nonno che non sopravvive
come nel libro, meglio così
perché sono i nonni o i genitori,
in alternativa, vorrei che mi capisse!
Che non m’iscrivessero a L’Eredità!
Ma mi amerebbero ancora
e non nel rituale telefonato,
non nell’ostia della parmigiana,
in mio padre che mi passa la mela
tagliata col coltello della carne.

V

Lo testimoniano le smagliature.
Dal ventre fino alle costole.
Potrei dire in giro che sono cicatrici.
All’attaccatura di ogni arma.
Scusate, inglesismo: braccio.
Di ogni gamba.
Potrei raccontare di essere stato picchiato.
Non ho mai fatto scontri tranne uno.
Ero in seconda fila dietro gli studenti.
Ho chiamato mia mamma euforico.
Mia mamma piangeva terrorizzata.
Le ho detto mi hanno manganellato.
E che mi fa male la mano.
Non piangeva. Mi diceva di non fare lo stupido.
Avevo solo l’indice gonfio.
Mia madre mi conosce troppo.
Di non fare l’oppositivo.
Ho fermato la maggior parte dei colpi,
con la bandiera della Palestina.
Mi psicologizzava.
Ho sorriso alla stagista della Digos
che ci inquadrava da sopra la camionetta.
Abbiamo poi virato verso Piazzale Loreto.
Ci hanno lasciato passare.
Lo abbiamo bloccato.
Non ricordo se fosse prima o dopo
del festival in Gkn.
Non mi piace dire militanza,
il sapore metallico che ha sulla lingua.
Ho paura della solitudine che porta.
Che allude all’esercito.
Odio che camminino bombati
per la stazione centrale,
con i loro mitra del cazzo.
Ho paura delle rinunce.
Io voglio solo stare bene.
Con voi. L’altro ieri ho visto un migrante
braccato da dieci di loro
e non ho fatto niente.
Quando stavo tra il pubblico
nel cortile delimitato alla buona
con del nastro fuori dalla Gkn
non ascoltavo una parola.
Non riuscivo. Era vitale.
Non era vitale per me.
Era vitale per la persona che vorrei essere.
Era evitabile per ciò che sono.
Non appartengo a nessuna lotta.
Voglio appartenervi.
Sono spaventato a morte da ciò
che mi può fare la solitudine.
L’inappartenenza.
Mi faccio da parte.
Dovrei smetterla.

Scritta Insorgiamo a Milano, lungo il naviglio della Martesana


VI

C’è un operaio che sta suonando
da due ore in piazza
al Comune di Campi Bisenzio
che abbiamo invaso
come i barbari che restiamo,
vedo le fibre muscolari
alla fine dello sforzo,
lo so come ci si sente
perché mi alleno fino al cedimento,
per togliere la pancia,
stiamo ballando io non ballo mai,
non senza dimenticare
per il prodotto interno
perché non ho sete,
non è solo l’operaio con la pancia,
non riconosco gli altri,
il loro lavoro, la classe, l’etnia
perché c’è una luce rossa
o gialla, o arancione
perché a nessuno importa
chi sono io che scrivo, che guardo,
non capisci se ci sono dentro
perché in quella via strettissima
da parto, come oggetto,
ci guardavano famiglie di medici
cinesi, ecco, ironizzando.
Da soggetto a oggetto di rivoluzione e ritorno.

VII

Non si può dormire nel proprio letto.
La felpa è bagnata e puzza di fumogeno.
Diventato impossibile.
Io sono dimagrito ne occupo troppo poco.
Vorrei qualche cimice
appuntita come una desinenza.  
Come il medico di base che mi diceva
stringendomi i coglioni
che è tutto a posto,
ma che sono obeso, a dieci anni.  
Non si può tornare al centro,
come rosso d’uovo,
gli avrei voluto dire
con l’alito di tabacco marcio,
di pipa di poltrona.
Invece sorridevo,
come ho sorriso al professore
fascista di educazione fisica
che mi chiamava bestia.
Come ridevo della lista
che in assemblea studentesca
chiedeva assorbenti gratuiti
e altre cose che non ricordo
perché giocavo al DS, a Pokemon Smeraldo.
Mi impunto per nulla.
Le cose che contano mi scivolano addosso.
Il sisma virtuale dell’adolescenza.
La ribellione agli altri.

VIII

Mi sveglio ed è l’albume,
prendo in mano il telefono,
faccio colazione,
con uno yogurt di soia,
frutta secca cereali,
piscio e cago se ho fortuna,
contemporaneamente,
mi vesto, non sto tre secondi su ogni dente,
il tartaro è un nemico troppo debole,
mi sperdo un po’,
metto le cuffie,
dimentico la solitudine, in qualche giorno,
soffoco nella routine,
preparo pasti bilanciati.
Mi spavento di come
basta poco per tornare al centro.
Ignoro questo pensiero.
Ho studiato Marx e Freud,
senza leggere Il Capitale
o la Psicopatologia della vita quotidiana,
mi unisco ai gruppi che parlano
di lotta di classe e inconscio sociale,
il mistero dei misteri,
quindi sono influenzato a ragionare,
almeno in periodi di crisi,
in termini di conflitto.
Mi rileggo e ho un salto al cuore.
Poi vi leggo e mi sembra di morire.

(IX)

Vedo doppio oppure
ho due felpe Gkn
amaranto nell’armadio
di due taglie diverse,
ci siamo svegliati con Rafah a fuoco,
mi sento un po’
fanboy del movimento,
che complemento è?
Ripenso alla logica
preparandomi per il presidio
fuori dall’ambasciata americana.
Faccio l’analisi della sensazione
di inappartenenza
a me più che al resto,
prendo la L la XXL
e le indosso una sopra l’altra,
mi guardo allo specchio,
credo sia un dejà vu,
non fa niente per la faccia,
smagrita la coprirò due volte,
l’importante è sembrare più grosso,
spaventarsi più che spaventare,
fare spazio a qualcun altro
che non ha voglia di lottare.

No: fa un caldo porco.
Tolgo tutto, mi nascondo nello zaino
daremo fuoco ad una tenda
a volto scoperto,
sento che non ho voglia di lottare
ma che mi fanno spazio
come a Capodanno dopo i Meganoidi,
in corteo verso la Leonardo
senza aver mangiato.
Che prima o poi ritornerò lì davanti,
attraversando la strada
lasciato dalla Navetta
per i Gigli, come sto?,  
non so come ma simu cca,
il senso è che tutti
in un modo o nell’altro
siamo qua nell’inappartenenza,
c’è tanto spazio che
brucia ancora oppure
brucerà di nuovo.

Tenda simbolo dell’intifada studentesca bruciata di fronte all’ambasciata statunitense durante un presidio in solidarietà con la Palestiana

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