Transpecies #1 – Tre braccia di serpente | Quaderni da Remoto V

Quaderni da Remoto è una serie di appunti per immagini e testo (complementari e non sovrapponibili) con cui navighiamo la pratica artistica e teorica di Transpecies. I quaderni ci seguono come un diario, le immagini, le ricerche e i testi che li compongono sono tracce dei nostri spostamenti materiali, delle fluttuazioni del pensiero, segni lasciati sulle rocce di una cartografia che forse un giorno percorreremo a ritroso.

TRE BRACCIA DI SERPENTE nasce sulle coste di Creta, dove trascorriamo gli ultimi giorni di agosto. Sulla piaggia di Stavros, i resti di costruzioni consumate dall’acqua e dal sale sono la partitura di un mondo prima del mondo. Tentiamo di darle forma nelle immagini in movimento, nei ritmi dei violini registrati cinquant’anni fa da squadre di antropologi italiani che, insieme ai suoni, raccolsero anche le le parole dietro a quei canti, resti furiosi di quelle storie che tentiamo disperatamente di recuperare.

Le spiagge di Stavros (Creta) brillano sulla copertina delle guide turistiche e dei viaggi organizzati grazie al mito tardonovecentesco di Zorba il Greco, che fu girato qui, con gran gioia dei proprietari del luogo che affittano un ombrellone stracciato per a più del triplo dei loro conterranei. 

Secondo le fonti dell’epoca, nei quattrocento anni della loro dominazione i Veneziani scavarono la pietra di queste sponde per costruire le cinte murarie che ancora oggi portano il loro nome. A Stavros rimangono le stanze cesellate dall’estrazione, le piante megalitiche dei mattoni ritagliati in nome dell’efficienza marittima della colonia. Una specie di antico palazzo in negativo, che le onde e la pioggia scavano come gigantesche tarme, regine di una ricchezza che non vuole più nessuno.

La dominazione della flotta serenissima, di ritorno dalla Terra Santa, proseguiva una storie di conquiste del suolo cretese che ha inciso nelle forme dell’isola ritmi lontani, storie stratificate di un passato mitico, di re così potenti da sfidare gli dei.

Seguendo studi recenti, molto prima che i Veneziani ne facessero materiale per i propri porti, a Stavros venivano scavati i blocchi di pietra che reggevano lo scheletro di un regno alle origini dell’umanità come la conosciamo, celebrato dalle leggende arcinote del re Minosse, di sua moglie che si nasconde in una vacca di metallo per attirare il bel toro bianco che il marito non aveva immolato al dio del mare. Dei sacrifici umani, poi, per placare la mostruosità del figlio di questa unione proibita, nascosto dai genitori in un labirinto e ucciso con l’aiuto della sorella dalla spada dell’eroe greco Teseo. Che cosa fosse quella piattaforma di pietra, prima di dare forma al leggendario labirinto, invece non lo possiamo sapere.

Le storie che conosciamo parlano la nostra stessa lingua, insegnano a riconoscere i mostri, punire la blasfemia e obbedire ai potenti. Il corpo valoroso dell’eroe traccia il limite estremo di chi e cosa può trionfare e chi, invece, è destinato a soccombere. 

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Cnosso, fulcro dell’impero del Re Minosse, conquistò i primato delle province cretesi sottomettendo i territori circostanti. Probabilmente, quando circa quattromila anni fa uno dei terremoti più devastanti della storia sollevò le onde anomale che spazzarono via l’opulenza del regno, molti pensarono a quel re che non volle donare al dio del mare le sue bestie più belle. Molti, probabilmente, cercarono in cielo i motivi di quella carneficina, e di ciò che avvenne dopo. I greci, approfittando dell’improvvisa debolezza di un’isola tanto florida, inaugurarono una lunga storia di dominazioni: prima quella bizantina, poi quella araba, poi i veneziani, i turchi, i nazisti, i fascisti, fino all’annessione con la Grecia e all’attuale mai pacificata disputa con il governo Turco per il possesso delle terre e delle acque territoriali. Linee invisibili tracciate nell’acqua, nomi, esclusività delle tratte economiche, il diritto presunto umano di dire “questo è mio”, e farlo con le traiettorie dell’aria, con le molecole dell’acqua, su cui si gioca il destino di chi le attraversa con la speranza di salvarsi – corpi rifiutati da confini nemici, carne buona per la geopolitica dei ricatti.

Ma ci sono parti del mio essere, molecole  prima-che-mammifere, eredità primordiali, che conoscono storie più antiche di quella del re onnipotente e di suo figlio testa di toro – prima delle storie che insegnano la guerra e la morte dei mostri, anche i cretesi erano migranti, sotto la guida di una Madre potente che fece emergere un’isola nuova, soltanto per loro. Fondatrice e protettrice di una società matriarcale, non violenta, governava sulla vita e sulla morte, insegnava a tessere, a dipingere e a cantare. Anche oggi, come allora, si manifesta nei corpi degli animali che – immortalati nei pigmenti e nella terracotta – assistono afasici all’oblio della voce che un tempo condividevamo. Una delle sue forme più note, con le braccia alzate, i seni scoperti, i serpenti che si agitano nelle mani, maledice con gli occhi la stirpe che ha creato i propri mostri, che ha voluto dimenticare la lingua della terra. 

Ne rimane forse un ricordo nei canti che si ballano alle feste e ai matrimoni, intonate dai musicisti su strumenti veneziani e note arabe. Alcuni, perfino, originariamente composti per incoraggiare i soldati in partenza per il fronte turco.

Gli antropologi che hanno raccolto le loro voci si sono chiesti perché i cretesi ballino cantando di morte. Nei loro versi, la pelle si copre di squame, le braccia sono tentacoli, le bocche non parlano più la lingua degli uomini e nemmeno quella della Dea delle origini.

Presto anche queste note saranno dimenticate, spazzate via dalle onde più alte del mare, nella terra umida rimarranno le figlie atomi-di-serpe, lingua-di-madre, che annaffiano la terra fertile con il veleno della loro saliva.

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Leggi Il dilemma dell’amigdala, l’articolo introduttivo della serie Transpecies