slimy things

Di ‘slimy things’, ‘cose viscide’: ‘The European Eel’ di Steve Ely

Nel poema che sto traducendo, The European Eel (Longbarrow Press, 2021)*, Steve Ely impiega conoscenze scientifiche e linguaggio specialistico per costruire nel nostro immaginario comune uno spazio identitario per l’anguilla, animale tenuto spesso a distanza, nonostante la condizione di ‘pericolo critico’ in cui si trova. Arginando nel lettore l’automatismo della repulsione, l’autore decostruisce l’identità percepita del pesce per mettere in luce come, assumendo una prospettiva non-antropocentrica, a questo ci accomunino probabili radici e il destino di un’estinzione.

‘slimy things’

Per cominciare, la figurazione consueta delle anguille è forse riconducibile a quella delle ‘cose viscide’, le ‘slimy things’ della Ballata del Vecchio Marinaio di S. T. Coleridge (1798). Nel famoso testo inglese, il protagonista, preda della maledizione in mezzo al mare, chiama ‘cose’ le creature marine, i ‘water snakes’ – forse anche le anguille – che nuotano intorno alla nave: impiega un linguaggio minimo e ambiguo per liquidarne l’esistenza e rimarcare così linguisticamente la propria distanza e superiorità.

Prosegue poi con ‘viscide’, umide e mollicce, scivolose, inafferrabili, ripugnanti in tutti i sensi – dalla forma al colore, all’odore, al tatto, se non al gusto. Perturbanti, dunque, ‘unheimlich’, semplificando: da un lato familiari perché esseri viventi, dall’altro estranee perché di diversa ‘natura’. A tal punto che il protagonista si augura che queste ‘slimy things’ muoiano al posto suo e dei compagni, poiché trova ingiustificato che continuino a vivere dopo la propria tragedia di umano fra gli umani.

Anguilla comune, o Anguilla anguilla

Nel corso del ‘900, diversi poeti si sono occupati dell’anguilla, fra cui, in Italia, Eugenio Montale, che individua nel pesce un tratto ‘eroico’, facendone simbolo della poesia. Se Fabio Pusterla ha poi riscritto il testo montaliano anche alla luce di un triste incidente ambientale, all’estero il poeta inglese Ted Hughes ha ammirato in particolare la conformazione misteriosa della grande testa dell’anguilla e delle sue ‘cupole’ (parole sue), destinate a ‘un ampio contenimento, di qualche grande consapevolezza’.

Questa di Steve Ely – poeta eclettico, romanziere, biografo – è però forse la prima opera in versi di sessantacinque pagine esclusivamente dedicata all’anguilla europea, anche nota come Anguilla comune, o Anguilla anguilla, uno degli animali migratori a rischio concreto di estinzione, nonostante abbia a lungo fatto parte della dieta delle classi europee più umili, e dunque di una comune eredità culturale e materiale.

un “Dna mistico’’

L’autore ripercorre meticolosamente il ciclo vitale di questo essere. Tra la nascita e la morte nel Mar dei Sargassi, le traiettorie appena note dei viaggi migratori: le uova da subito orfane vengono sballottate fra le acque dell’Atlantico per tre anni, forse guidate da un ‘Dna mistico’, citando il testo, per diventare poi leptocefali a forma di salice, e ‘glass and elvers’ prima trasparenti, poi gialli e marroni, dimoranti lungo corsi d’acqua, laghi e valli per quindici o vent’anni. Il percorso si conclude con una terza mutazione in pesci ‘argentati, argentini’, ‘silver’, che in un incredibile viaggio a ritroso della durata di un anno e mezzo, in completo digiuno, ritrovano il luogo di nascita, sviluppano una determinazione sessuale – prima assente –, si riproducono e muoiono senza lasciare traccia.

L’operazione portata avanti da Ely consiste nel decostruire sistematicamente la possibile identità stereotipa di un pesce che segue linearmente il proprio ciclo catadromo seppure da Odissea intercontinentale, e che agisce trasformazioni senza tempo fra consimili in un idilliaco e incontaminato ambiente naturale.

In realtà, le anguille sono minacciate fin dalla nascita: nel Mar dei Sargassi, le spore di uova fecondate galleggiano in un ‘plankton termonucleare’, e proseguono a muoversi nell’ Atlantico in uno scenario fortemente marcato da interventi umani, fra cui ‘un tappeto di plastica da tre continenti grande come la Spagna’, residui saturi di cocaina, estrogeni in grado di deformarne i cromosomi, petrolio, reti, rifiuti da fast-food.

Del resto, il loro ‘Umwelt’ non è gravemente minacciato soltanto nell’oceano, ma anche lungo i corsi d’acqua dolce e i laghi, dove trascorrono la ‘seconda fase’ del ciclo vitale. Lì, infrastrutture come dighe, chiuse, turbine, tunnel e discariche riducono drasticamente le possibilità di vita di questi e altri animali.

Sintesi fra sapere umanistico e scientifico

Per avvicinare il lettore alla particolare realtà sfuggente dell’anguilla, a un primo impatto aliena e spesso rimossa dall’immaginario collettivo, Ely costruisce la sua identità attraverso tutto ciò che è noto dell’animale a livello specialistico, immettendo nel proprio testo il contenuto di oltre 200 fonti scientifiche.

In ‘The European Eel’ vengono dunque impiegate strategie lessicali diversificate, che tendono a contaminare e a deviare quanto si percepisce come parola poetica.

Innanzitutto, il pesce viene situato in contesti geografici delineati da puntuale terminologia oceanografica, in apertura e in chiusura – come la Zona di Convergenza Subtropicale dei Sargassi Meridionali, o l’Abisso di Nares, la cresta delle Bermuda –, e poi, nel cuore del poema, fluviale e terrestre.

Inoltre, il testo accoglie unità di misura come googleplexiano, centilioni, micron, micrometri: indicazioni numeriche inconsuete, che offrono al lettore non solo i luoghi ma anche le altezze, le ampiezze, la vastità o l’infinitamente piccolo della materia trattata.

Il ciclo vitale dell’anguilla viene descritto mediante preciso lessico biologico e zoologico, facendo intervenire infine nel testo anche la terminologia scientifica propria della chimica – come benzoylecgonina (metabolita della cocaina) neurotossine metanfetaminiche, neonicotinoidi (cromosomo-deformanti) – e dell’ingegneria fluviale, messa in campo per fornire al lettore un’idea delle proporzioni del disastro ambientale affrontato dall’animale. L’efficace sintesi fra sapere umanistico e scientifico dà nuova linfa alla lingua poetica e ne amplifica il tratto etico ed ecologico.

L’iperrealismo straniante del lessico si inserisce però in un impianto sintattico sostanzialmente classico per la lingua inglese, dando così vita a nuove modalità di narrazione per un’epica dei giorni nostri che permette uno sguardo ravvicinato, empatico, verso l’animale e la sua tenacia nelle molteplici peripezie. È pertanto possibile che, come il Vecchio Marinaio, noi lettori giungiamo infine a percepirne la bellezza, quasi senza rendercene conto.

Una causa comune

In chiusura di questo percorso, qualcosa comincia infatti ad aprirsi e ad abitare in noi lettori: potremmo non sentirci più così lontani e disgiunti dalle anguille. Lo spettro della nostra identità collettiva si potrebbe ampliare ed è giusto così – com’è giusto che non ci siano confini netti tra le pratiche discorsive di scienza e letteratura.

In conclusione, se da una parte potrebbe arricchirci raggiungere la consapevolezza di quanto il destino di questi animali dipenda dagli esseri umani, dall’altra parte la sopravvivenza dell’anguilla europea auspicata dal poema di Steve Ely potrebbe essere simbolo di una causa comune, di una ricerca di soluzioni rispettose della biodiversità. Soluzioni in cui la cura della lingua e l’articolazione delle sue lenti siano innanzitutto votate alla comprensione della complessità delle trasformazioni che siamo chiamati ad operare.

South of the plastic, offshore from Puerto Rico,
leptocephali ride on the Antilles current.
Feeding at night in the epipelagic, they in daylight
descend to the dark of Deep Scattering,
a phototaxic flight from the light and the deaths
that lurk there: harpooning cnidarians,
the grip-claws of krill, the lit jaws of the lanternfish—
devoured in centillions, centillions riding still.
A month or so since hatching, the size
of an April tadpole, they move in the plankton
like Pac-Man, simple machines of growth
and devouring, deliverers of the savage telos
written in their genes. They drift with the current,
making five or fifteen miles each day,
beyond Grand Bahama to the Blake Escarpment,
where the Florida current blows out from the strait
on the plume of Deepwater Horizon.
There, between Andros Island and Biscayne Bay,
it courses into the racing Antilles
to form the Gulf Stream, a roaring salt river
hurtling north on the edge of the American
continental shelf, its estuaries of blight:
oestrogen-saturated sewage, methamphetamine
neurotoxins, chromosome-warping
neonicotinoid run-off. The leptocephali soak it up,
and tumble to Hatteras with the flotsam
of the current—single-use Canaveral
space junk, the strip mall’s car-tossed,
fast-food trash and radioactive manatees.
A sud della plastica, al largo di Porto Rico,
i leptocefali cavalcano la corrente delle Antille.
Di notte si nutrono nell’epipelagico, di giorno
discendono al buio del Riflettente Profondo,
in una fuga fototassica dalla luce e dalle morti
là in agguato: celenterati arpionanti,
chele artigliate del krill, fauci accese del pesce lanterna—
divorati a centilioni, a centilioni ancora in viaggio.
A un mese o poco più dalla schiusa, grandi
come un girino di aprile, si muovono nel plankton
come Pac-Man, semplici macchine per crescere
e divorare, corrieri del telos selvaggio
scritto nei loro geni. Alla deriva con la corrente,
fanno cinque o quindici miglia al giorno,
oltre Grand Bahama sino al bacino di Blake,
dove la corrente dalla Florida erompe dallo stretto
sul pennacchio del Deepwater Horizon.
Lì, fra l’isola di Andros e la baia di Biscayne,
scorre verso le veloci Antille
a formare la Corrente del Golfo, un ruggente fiume salato 
lanciato verso nord sul bordo della placca
continentale americana, i suoi estuari di degrado:
liquame saturo di estrogeni, neurotossine
metanfetaminiche, deflusso di neonicotinoidi
cromosomo-deformanti. I leptocefali assorbono,
e ruzzolano verso Hatteras coi detriti
della corrente—spazzatura spaziale
monouso di Canaveral, rifiuti da fast food 
lanciati dai finestrini e lamantini radioattivi.

*Il testo è in attesa di un editore italiano.

In copertina e in corpo al testo © Honey Long and Prue


Questo articolo, indagando la produzione e la decostruzione delle identità, continua la wave sono hackeratose vuoi espandere l’argomento.