movimento blocchiamo tutto

Blocchiamo tutto, davvero – Stella Poli

Da Piacenza, un racconto di Stella Poli sulla giornata di movimento Blocchiamo tutto del 22 settembre.


Io non lo so, se ha ragione Bianciardi, quando dice che la provincia serva. Io l’ho sempre vissuta come qualcosa accaduta, capitata, di cui scusarmi o da cui fuggire. Eppure, quando un sindacalista USB a cui avevo chiesto se riuscissimo a bloccare lo svincolo di Castel S. Giovanni, quello dell’amazon hub, mi ha detto che, loro, in gran parte andavano a Milano, ma noi aveva senso che presidiassimo, moltiplicassimo i fronti, ho pensato d’accordo. Anche le camionette saranno mandate, in gran parte, a Milano. Ma se tieni la piazza, non possono sguarnire.

La piazza di Piacenza la prepariamo aprendo un coordinamento per la Palestina che, poco prima del 22, quando iniziamo a calcolare in miglia giornaliere un giorno possibile di blocco della Flotilla, si riempie di molte altre sigle, oltre a USB che lancia lo sciopero generale, e al nostro collettivo. Segue una chat fiume, fra CGIL, partiti, vecchie glorie sessantottine, SiCobas. Il tasso di ingovernabilità della chat è alto, io, che non ho grandi doti diplomatiche, lascio ad altri dire che no, blocchiamo tutto non è troppo forte come slogan, che, no, from the river to the sea non è estremismo, che, no, non citeremo la parola ostaggi nella lettera al prefetto, ché megafoni per la cazzo di propaganda sionista ne è già bastante pieno il mondo.

Meri è nella chat, Meri viene chiamata da un mare di gente, tendenzialmente per lamentarsi di altra gente, Meri si è trasferita da poco a Piacenza, temeva di perdere l’attivismo genovese, quello parmense, be’, benvenuta, a questa terra di terra e sassi.

Meri ha firmato in questura, Meri è preoccupata, soprattutto via via che il 22 si avvicina. Sente sempre Cecilia, delegata USB, che pure ha firmato. In qualche maniera, si rassicurano.

Quando il 22 arriva, a me un po’ spiace di aver accettato di tenere questa posizione. A Milano, a Roma, a Napoli inizia tutto dalla mattina, la portata della mobilitazione, si capisce in un momento, è enorme. Ci scriviamo hanno bloccato l’A1, hanno bloccato Marghera, hanno bloccato la stazione di Napoli, l’iniziale stupore diventa entusiasmo. Termini dall’alto è impressionante, del corteo di Milano non si vede la fine.

Noi abbiamo appuntamento per il pomeriggio, c’è una critical mass in bici che si snoda per una serie di punti nevralgici della città, poi concentramento, poi corteo. A un certo punto siamo a passeggiare in un parco, in un sospeso appena prima.

Ci troviamo presto in piazza, Paolo assembla delle bandiere da fissare alle bici. Ho provato a dire a Meri che Piacenza è una città difficile, è sempre stata abbastanza moderata, complessa da mobilitare. Alle cinque meno un quarto siamo tredici e io penso cazzo. Si avvicina un signore con sua figlia per mano, avrà tre anni, mi chiede se può tenere la bandiera, gliela passo, lei si fa fare le foto mentre la sventola, è molto carina, mi spiace richiedergliela per fissarla alla bici, le dico che un momento e gliela riporto, di chiedere alla sua mamma se può venire alla manifestazione dopo, lei corre e poi ritorna e mi dice sì, tutta contenta, ci vediamo dopo.

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Alle cinque e cinque siamo centocinquanta, forse di più. C’è Issa che è tornato, non so come, che  non si muove nemmeno il famoso chiodo, da Milano. Prende il megafono, terrà i cori. Issa è arrivato con un barcone, anni fa. Raccontava che in Egitto si lavorava, nei migliori dei casi, per tre-quattro euro al giorno. Che suo padre piangeva, quando gli ha detto che sarebbe partito, ma capiva. Che per un po’ non voleva neanche raccontare quanto fosse una merda, questa cosa per cui, sapendolo, aveva rischiato la vita. È stato delegato SiCobas, è delegato USB. Non so bene perché, ma mi mette sempre una certa sicurezza, Issa.

Partiamo. A un certo punto lanciano degli oggetti di vetro verso un ragazzo che canta gli slogan, da una finestra. Eh, palco difficile, lo sapevamo. Partiamo, piove, ma noi blocchiamo il traffico delle cinque, Piacenza è piena di macchine, Piacenza si incolonna.

Su una cargobike c’è una cassa. Parte Kneecap, a un certo punto, poi Macklemore, poi Bob Vylan. Incrocio lo sguardo del Cino che ha preparato la playlist, lui ride, cantiamo.

Iniziamo a fare una serie di giri nelle rotonde. Mimmo, che è sempre una scheggia impazzita, gira contromano, creando scompiglio. La polizia stradale dice “dovreste proseguire”, ma noi giriamo, we would prefer not to, preferiremmo bloccare tutto, pare che non sia davvero blocco stradale se sei in movimento, a ver.

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A un certo punto ripassiamo per il centro e ci sono dei ragazzi di seconda generazione che sarebbero venuti, mi chiedevano se avessimo delle bici in più, e io, col privilegio a farmi i nodi nella pancia, a pensare che non ci avevamo pensato davvero, a offrire bici a chi non l’avesse, ma gli ho detto di aspettarci, ormai nelle vie centrali andiamo a passo d’uomo, loro corrono in mezzo alla critical scandendo free palestine.

Siamo a una via dalla piazza di concentramento, la via è dritta, la curva a gomito, io sarei già contenta di questa critical voluta e difesa dal collettivo, così piena di gente e di cori, ma poi giro nella piazza, la piazza è grande, l’ultima volta la gente riempiva una gradinata, noi pedaliamo, giriamo e, cazzo, è piena, è piena che io così piena non me la ricordo.

Allora pensiamo che sì, è fatta. Che, certo, altri numeri rispetto a altri posti, ma qui, per qui, questo è un mare di gente. Dal palco si chiama un’attivista sulla Flotilla. C’è uno stendardo enorme, della Comunità Islamica, con i nomi dei bambini di cui la morte è accertata. Lo stendardo è almeno 25 metri, i nomi sono a un punto tipografico quasi illeggibile. Ci sono i ragazzi di Controtendenza già incordonati per il corteo. Qualcuno pensa di strappare, prendere la stazione, il ponte sul Po. Penso che sarebbe bello. Penso a un mio amico che non aveva mai visto bloccare i binari, a Lucca, ma oggi sì. Penso che l’ultima volta che hanno bloccato, a Piacenza, avevano ammazzato un operaio in sciopero, Abd ElSalam. USB aveva bloccato, USB si è presa le denunce.

Penso alle esistenze precarie che conduciamo, penso al comunicato che è passato nelle assemblee precarie universitarie, di un compagno che ha perso tutti i contratti dopo esser stato fermato in Val di Susa. Però sono i loro ricatti, a essere vili, i loro decreti sicurezza, i loro tagli del 40% al finanziamento ordinario nelle università, che dovrebbero essere illegali, nemmeno noi, se strappiamo il corteo.

Alla fine, lo facciamo dritto. Ci fermiamo al dolmen, che è un monumento partigiano, resistenza per resistenza. Meri fa un bellissimo intervento, dice che avremo bisogno di questa vittoria, di questa forza, sempre di più, contro il riarmo, che no, non porterà nuovo lavoro, lavoro che in Italia è sempre più precario e il posto dove si muore di più, dice che noi non vogliamo produrre le armi, vogliamo la sanità e i trasporti pubblici, la cultura, e, fortissimo, la Palestina libera.

(Applausi. Siamo contente. Applausi).

(Oggi sto finendo di scrivere, ma fra poco usciremo di nuovo, hanno bloccato la Flotilla, ieri abbiamo chiamato un presidio di emergenza, davanti alla stazione avevano schierato l’esercito, l’esercito, con i rinforzi delle fiamme gialle, della polizia locale, di chiunque. Ma oggi c’è corteo, di nuovo.

Vi diranno che non abbiamo un cazzo da fare, non è così. Vi diranno ma quando alzano le tasse invece, o ma ci sono tante guerre nel mondo. Vi diranno che non serve a niente, ma no, non è così).


Per leggere gli altri racconti sulle piazze del movimento Blocchiamo tutto sulla pagina Il nostro movimento (?)