GKN lay0ut magazine

GKN, scrittura, classi, Shrek, cacca di gatto. Una resa dei conti

La GKN di Campi Bisenzio (Firenze) era una fabbrica metalmeccanica in cui lavoravano 500 persone, che sono state licenziate nel luglio del 2021. Il marchio GKN è multinazionale, e la società inglese che gestisce le varie aziende GKN si chiama Melrose Industries Plc.

Quello che Melrose sta cercando di fare dal 2021 è spostare una serie di fabbriche come quella di Campi Bisenzio in zone del mondo in cui i lavoratori costano di meno e ci sono meno tasse da pagare. Melrose inizialmente ha cercato di giustificare questa scelta dicendo che la pandemia aveva reso le fabbriche GKN troppo poco redditizie.

In realtà, dopo il lockdown, in alcuni momenti GKN ha anche dovuto assumere più personale per riuscire a soddisfare le richieste dei clienti. In questi anni, è emerso che Melrose vuole semplicemente guadagnare dalla delocalizzazione delle fabbriche senza considerare le conseguenze per i lavoratori. Anche se il lavoro non mancherebbe.

I licenziamenti, bloccati dal Tribunale civile di Firenze, sono diventati definitivi a ottobre 2023. I lavoratori della GKN, dal 2021, hanno occupato il capannone della fabbrica organizzandosi attraverso il loro collettivo. Il collettivo di fabbrica lotta per evitare la delocalizzazione. Inoltre offre il suo sostegno alle altre lotte ecologiste, queer, femministe, contrarie al lavoro precario in tutti i settori.

Una delle ultime iniziative organizzata dal collettivo GKN insieme alla casa editrice Alegre è stata quella del Festival di letteratura working class (5-6-7 aprile 2024). Si tratta di un festival dedicato ai lavoratori della scrittura e del settore librario, un evento che ha dato spazio alle storie create da persone che vengono dalle classi sociali più basse.

La nostra rivista, lay0ut magazine, ha deciso di organizzare la sua riunione di redazione proprio lì, durante il festival. Io sono Dimitri Milleri, c’ero e vorrei parlarne. Non dirò esattamente cosa ho visto, però, ma un po’ di quello che ho visto e molto di quello che ho provato.


Venerdì 5, ore 21.00 Linguaggi working class #1 – Le subalterne possono parlare? Con Brigitte Vasallo, Sara Farris, Eugenia Prado Bassi e Giusi Palomba

Il festival, i libri

Erano molti anni che non partecipavo a un evento del genere, ancora più anni che non mi trovavo in mezzo a un corteo, per molte ore ho provato disagio. È un sentimento familiare: provavo disagio quando andavo in conservatorio, dove mi sono diplomato, e nella sala da pranzo di mia nonna, nelle palestre delle scuole, nei campi da calcio, alle presentazioni dei libri e agli incontri fra scrittori.

Tutti questi posti erano posti adatti, almeno in teoria: potevo starci e potevo interagire con le altre persone, a volte fare bella figura. Eppure, mi sembrava che alcune persone, in questi posti, si comportassero in modo più naturale, mentre altri, me compreso, dovevano pensare alla cosa giusta da dire o da fare.

In conservatorio molte persone intorno a me venivano da una famiglia unita ed economica benestante, figli di piccoli imprenditori, insegnanti, professionisti, impiegati pubblici. Anche molti scrittori erano così, e lo stesso vale per i lettori.

Capivo tutto quello che dicevano, ma il modo in cui lo dicevano e i gesti e i movimenti non erano i miei. Nella sala da pranzo, nelle palestre delle scuole e a catechismo invece era l’inverso: il dialetto, i gesti e la maleducazione erano i miei, ma non la visione del mondo e i desideri. In più ero grasso.

Esiste un libro di Cynthia Cruz che parla di questo disagio, si chiama Melanconia di classe ed è stato portato in Italia da Paola De Angelis (Atlantide Edizioni, 2019). Questo libro potevi trovarlo nello shop del festival di letteratura. Cruz dice che la melanconia di classe riguarda quelle persone che vengono da una classe sociale inferiore e arrivano a vivere come una classe superiore. Non solo: dice che riguarda anche quelle persone che non vanno bene né per le classi superiori né per quelle inferiori.

La riunione di redazione + amaca

Melanconia di classe, la famiglia e il destino

Entrambe le definizioni di Cruz descrivono me, i miei genitori, e molte delle persone che mi hanno circondato. Il mio sogno è sempre stato quello di diventare normale, benestante, superiore. Lo ho capito istintivamente, lo so da sempre. Essere normale per me voleva dire non provare più quel disagio, la sensazione di essere in parte estraneo. Allo stesso tempo, la normalità era dettata dalla televisione: dalle pubblicità con le persone felici ed equilibrate, composte. Dai film per famiglie. Una persona normale è felice, ricca e invisibile.

Nella valle in cui sono cresciuto i genitori di un ragazzo omosessuale hanno chiesto allo psicologo dell’ASL se era possibile tentare una terapia di conversione, per farlo tornare normale, intorno al 2015. Mio nonno usava mia zia come poggiatesta, non ha messo da parte un soldo e non è riuscito a comprare una casa anche se aveva un negozio di vernici che per un periodo è stato molto redditizio. Però ha comprato una Jaguar.

Ha anche minacciato degli albanesi con un ascia perché gli avevano occupato il vialetto, nel 2019. Ha sempre raccontato di aver comprato una schiava quando, ancora ventenne, era parte della marina militare. A casa mia la cacca di gatto restava sul pavimento per una settimana, nessuno ti diceva di bere durante il giorno e cosa mangiare. Un giorno mi hanno chiesto se volevo fare la spesa o la benzina.

Per questo volevamo diventare normali. Fra i miei parenti, alcuni hanno riprodotto le stesse strutture chiuse e violente da cui venivano, lavorando e riuscendo a comprarsi una casa. Alcuni hanno nascosto un’identità queer e una storia di abusi per creare una famiglia nucleare, e il concetto significa che la famiglia esplode. Altri hanno rinunciato a tutto tranne il lavoro, altri sono tossicodipendenti, altri malati psichiatrici, altri più cose insieme tra quelle che ho detto. Io sono il primo laureato del mio ramo familiare, ma questo non basta per diventare normali.

Tutti in corteo

Melanconia di classe, diventare normali

Le classi inferiori che cercano di salire fanno cose orrende. Penso al rifiuto della vita per il lavoro, allo sfruttamento di quelli come te, ai creditori di mio nonno, alla violenza di tutti. Nel corteo di GKN mi sentivo a disagio perché so che non sono come i lavoratori, non ho una vera identità. So che ho dovuto lasciare indietro molte persone per salvarmi, per diventare un lavoratore del terzo settore, un musicista. Eppure, essere lì con gli altri è stato un modo per esprimere un desiderio, il desiderio di creare un posto in cui ognuno può essere a suo agio, non solo utile.

Sentivo che la mia famiglia era sbagliata perché i suoi membri non facevano abbastanza. Sapevo che non era vero, ma ho avuto bisogno di anni per accettarlo, perché se la colpa è di qualcuno si può sempre fare meglio. C’è voluto ancora più tempo per capire che ce l’hanno messa tutta. Ho dovuto allontanarmi, e rinunciare a molte cose per stare al passo con i miei compagni di studi. Ho fatto del male e mi sono fatto del male.

Poi ho smesso di suonare, perché sapevo che non avrei potuto raggiungere il livello che mi ero prefissato. Ci vogliono troppi soldi, troppo tempo, troppo ambiente, troppa genetica. Ho provato altre strade ma niente, ho perso la persona più importante perché non riuscivo a immaginarmi in una famiglia con dei figli, una stabilità.

Mi sentivo un fantasma anche a Campi Bisenzio, con gli altri della redazione. Eppure c’era una cosa che ci teneva insieme: non voler fare del male per salire più in alto.

Sabato 6, quando Silvia Gola di RedActa ha parlato dei lavoratori editoriali a partita iva, sapevo che stava parlando anche di me. Quest’anno mi sono trovato a fare un lavoro per cui non ero molto tagliato, perché era l’unico lavoro che potevo fare quando non ero al corso di abilitazione per insegnanti di sostegno, che va pagato. Non lo ho fatto molto bene, quel lavoro, e infatti l’ho perso. Fra poco sarò un insegnante, lavoro che mi è piaciuto perché per la prima volta sono stato a servizio di qualcuno. Non devi arrivare da nessuna parte: devi solo rendere il mondo più vivibile.

Allora cosa posso fare adesso? E cosa è giusto fare?

preparazione del corteo di sabato 6; Beatrice al banchino

Cortissimo manifesto

Dimitri Milleri è una persona non conforme. Depresso, instabile nel genere e nel sesso, svuotato, senza idee sul posto di lavoro e sul luogo in cui vivrà da settembre. Sta per lasciare Firenze per tornare nella sua valle, dove gli indiani di seconda generazione si lanciano dal terrazzo e i medici pensionati si sparano in testa.

Dimitri Milleri vuole essere uno scrittore, vuole essere amato, non può essere diverso da quello che è. Anche se il disagio se ne andrà, continuerà a essere parte dei subalterni. Anche se li ha traditi, anche se ancora vorrebbe diventare [continua tu]

Essere (e) Shrek: ho solo due mood


Trovate qui il resto dei contenuti dell’archivio affettivo del Festival di Letteratura Working Class di GKN