Musica Lo-Fi, luddismo e altri mondi – Monacelli e il suo The Great Psychic Outdoors


Ita

È in uscita per Repaeater The Great Psychic Outdoors: Lo-Fi Music and Escaping Capitalism, un personal essay di Enrico Monacelli basato su un catalogo personale dei rappresentanti di questo non-genere, ordinato cronologicamente e speziato con una grandissima quantità di considerazioni teoriche ed extra-musicali in genere. Ne abbiamo parlato. L’articolo in inglese segue quello in italiano.

Eng

Coming soon for Repeater is The Great Psychic Outdoors: Lo-Fi Music and Escaping Capitalism, a personal essay by Enrico Monacelli based on his own private catalog of the representatives of this non-genre (more on this later), ordered chronologically and spiced up with a great deal of theoretical and extra-musical considerations. We talked about it. The article in English follows the one in Italian.


Intervistare un rettangolo: Enrico Monacelli e la storia del lo-fi

Monacelli l’ho intervistato su zoom, il suo video aveva dei glitch verdognoli e rosini che lo rallentavano e scollavano dalla voce (non è un caso), così è dovuto passare al solo audio, diventando un rettangolo parlante con cui mi sono trovato subito d’accordo: The Great Psychic Outdoors: Lo-Fi Music and Escaping Capitalism, diciamo, non è un libro storiografico. La storia della musica lo-fi che presenta è infatti scritta da un fan che non parla di ma con, e ogni capitolo, dedicato a un diverso rappresentante di questo non-genere (ne parliamo poi), diventa metafora per altro, vivificandosi al contatto con un ricco bagaglio teorico “contestativo”: Foucault, Derrida, Deleuze, Guattari, Fisher, Marcuse, Adorno… – i soliti sospetti.

“Quello che mi interessava”, prosegue il rettangolo, “era spiegare perché il lo-fi avesse assunto una posizione così preponderante all’interno della mia vita estetica […] perché avesse assunto una serie di significati extramusicali”. Quali significati? Il sottotitolo iniziale del libro, per esempio, era Adventures in Low Fidelity, per dire che ciò che rende lo-fi il lo-fi sta nell’esporre gli ingranaggi, le falle e le imperfezioni del processo di produzione musicale, non puntando alla massima raffinazione possibile ma al controllo e all’identificazione con i mezzi, per quanto rudimentali possano essere. Qui sta anche, chiarisce square-Monacelli nel libro e fuori, l’interesse propriamente politico del lo-fi.

50 sfumature di lo-fi: dal radicalismo infantile buono al posa-allert


Fra i ritratti teorici che compongono il libro, forse, quello di Daniel Johnston (Daniel Johnston as mystic and acid communist) è il più adatto a spiegare quanto appena accennato. Si tratta, cronologicamente, di uno dei primi capitoli scritti e, con l’Introduction, a più alto valore affettivo per l’autore. Monacelli ha conosciuto Jonhston tramite una canzone dei Cani, quindi in modo impreparato e meravigliosamente frontale. “Nella musica di Daniel Jonnston”, dice, “c’è sempre un malgrado di mezzo”, nonostante sia stato il primo artista lo-fi a diventare un’autentica star dell’indie. Musica inconsapevole, la sua: un gioco esorcistico ed ego-riferito ma innervato da temi suo malgrado sociali (salute mentale, esclusione dal mondo produttivo, neurodivergenza). Ingenuità e radicalità si sposano quindi in una critica del lavoro in quanto tale, attività che per cui alcuni semplicemente non va.

Questa attacco fono-testo-verbale al lavoro produttivo fa da specchio alle modalità realizzative di Johnston: caserecce, rozze, assolutamente rudimentali (che si tratti di progetti grafici, registrazioni o performance). C’è poi la religiosità di Johnston, che gli permette di accedere a un rifiuto totale del qui e ora per proiettarsi senza riserve nell’utopia: un’ascesi felice. È bambinesco, ma a maggior ragione capace di individuare con tanta intransigenza i buoni e i cattivi, di schierarsi e tenere una posizione.

Al polo opposto del libro si situa la produzione di Ariel Pink, che Monacelli considera fra i più sofisticati artisti della wave, e che a differenza di molti altri, non cade nel lo-fi suo malgrado ma con un’enorme consapevolezza storica e stilistica. Eclettico e tutt’altro che monomaniacale (qui la sua peculiarità) Ariel Pink è anche ambiguo e saputo, emblema di una sorta di arte-per-l’arte pop che ci fa venire un dubbio: è possibile parlare di lo-fi se escludiamo dall’equazione il miracolo del malgrado? Forse: “io lotto contro l’idea del lo-fi come genere naïf”, dice Monacelli, e in generale con il fatto che sia un genere – è più un campionario di strumenti, un’estetica. Ecco: Ariel Pink è sicuramente il più scaltro nell’utilizzare questo campionario (e il più conservatore) fra gli artisti presentati dall’autore.

E adesso?


Peccato che The Great Psychic Outdoors dedichi soltanto un capitolo, quello finale, alle propaggini iper-contemporanee del movimento lo-fi. Magari ci scappa un altro volume. Nell’attesa ho affrontato l’argomento con Monacelli direttamente, dibattendo: non è facile decidere cosa sia lo-fi soltanto nel risultato sonoro, la vaporwave per esempio, e cosa mantenga quella promessa di salvazione della soggettività e utopia produttiva – la vapor in effetti, con il suo anonimato, è forse invece l’incarnazione di un feticismo verso il nulla musicale: vissuto ironicamente, sì, ma con un risultato non meno alienante.

Concordiamo tuttavia che alcuni album, come Hologram plaza di Disconscious (basato sulla musica da ascensore) o i primi due di Balnk Banshee siano riusciti a realizzare il sogno vapor di una sublime degradazione del banale – senza considerare che questa decomposizione della musica del passato, questa presa di contatto con la scomparsa del futuro, viene portata avanti attraverso “un computer, quattro software crackati e tanta passione” (sempre lui), il che ci riporta nel campo del lo-fi.

Fra i rappresentati del lo-fi contemporaneo considerati da Monacelli, apparentati con l’horror speculativo, con il black metal, con l’adolescenza post-industriale o psicofelice che siano, sono due quelli che mi piacerebbe citare. Da una parte i 100 gecs, che quest’anno celebrano il loro secondo album: due producer-camerieri che hanno creato un sound post-punk e allucinatorio mettendo tutto il pop petaloso pensabile in un frullatore pieno di carne marcia. Dall’altra, in tutti i sensi, Semetary, producer di DSBM trap (l’acronimo sta per Depressive Suicidal Black Metal): una sorta di demone adolescente distruttore del mondo, capace di costruire del noise raffinatissimo con gli scarti degli scarti delle tenebre, figura della quale vale la pena di tradurre una barra e ascoltare un po’ tutto:

Sono andato indietro e cazzo avanti in questo angolo
Sono andato super fuori cazzo ‘til the morning’ (Ahh)
Tu credi nella vita, stupido figlio di puttana
Se davvero vuoi provarci, ti investiremo
Tossisco sangue, muoio da McDonald’s
Ho mischiato Benadryl e Tussin nella Monster (la mia Monster)
Sono contento che il mondo stia bruciando, io credo nei mostri

Nonostante il lo-fi sia andato incontro a numerose mutazioni dal punto di vista strettamente musicale, come sentiamo, la sua proposta politica di alterità sonora e do-it-yourself radicale restano le tracce genetiche che ci permettono di seguirne ancora oggi gli sviluppi, suo malgrado.

Per concludere, due parole sul lo-fi italiano. Innanzitutto Bello Figo – sul quale Demetrio Marra ci ha regalato il saggio critico (ad ora) definitivo – che non solo ha portato la trap in Italia ma anche inaugurato una postura multimediale ghost-ironica, della quale, cioè, non è davvero possibile valutare il tasso di autenticità. Poi ArteTetra, che Monacelli cita, un’etichetta che aspira a creare della “musica folk da un mondo che non esiste”. Infine Pop X, che Monacelli non cita, produttore legato a doppia mandata con lay0ut, lo-fi nell’utilizzo dei mezzi di produzione e nel giocoso rapporto con la sua schizofrenia (e ritorniamo a Johnston). Pazienza per il campanilismo: la sonorizzazione delle poesie di Simone Cattaneo che Pop X ha realizzato per noi sono costretto a citarle – non solo per un’affezione personale, ma anche perché l’estetica visuale che le anima aggiunge un tassello a quello-che-può-voler-dire-lo-fi quando i processi che lo caratterizzano sono applicati a media non musicali.

Ora basta, speriamo che il libro di Monacelli esca anche in italiano.


Lo-Fi music, Luddism and other worlds – Monacelli and his The Great Psychic Outdoors

Interviewing a Square: Enrico Monacelli and the History of Lo-Fi

When I interviewed Monacelli on Zoom, his video glitched out greenish and pinkish slowing the video down and throwing his voice out of synch (a somewhat apt event given the topic), so he had to switch to audio-only, becoming a talking square with whom I immediately found myself agreeing: The Great Psychic Outdoors: Lo-Fi Music and Escaping Capitalism is not a historiographical book, so to speak. In fact, the history of lo-fi music it presents is written by a fan who does not speak of but with, and each chapter, devoted to a different figure of this non-genre (more on that later), becomes a metaphor for something else, enlivened by a constant contact with a rich “antagonistic” theoretical background: Foucault, Derrida, Deleuze, Guattari, Fisher, Marcuse, Adorno… – the usual suspects.

“What interested me,” the square continues, “was to explain why lo-fi had assumed such a preponderant position within my aesthetic life […] why it had taken on a series of extra-musical meanings.” What meanings? The book’s initial subtitle, for example, was Adventures in Low Fidelity, meaning that what makes lo-fi lo-fi lies in exposing the gears, flaws, and imperfections of the music-making process, aiming not at the highest possible refinement but at a newfound control and identification of the means of production, however rudimentary they may be. This is basically the crux of the properly political interest of lo-fi, Square-Monacelli makes it clear in the book and as we speak.

50 shades of lo-fi: from good ol’ childish radicalism to allert-pose

Of all the theoretical portraits that make up the book, perhaps Daniel Johnston‘s (Daniel Johnston as mystic and acid communist) is the most apt to explain what we’ve just talked about. It is, chronologically, one of the earliest chapters he wrote and, with the Introduction, one of the chapters he cherishes the most. Monacelli met Jonhston through a song by I Cani, thus unpreparedly and wonderfully crashing onto him face first. “In Daniel Jonnston’s music,” he says, “there’s always a despite in between,” even if he turned out to be the first lo-fi artist to become a genuine indie star. Unselfconscious music: an exorcistic and ego-referencing game, innervated, nonetheless, by his own take on social themes (mental health, exclusion from the productive world, neurodivergence). Naiveté and radicality are thus married in a critique of work as such, an activity which some people are just not meant for.

This phono-text-verbal attack on productive labor mirrors Johnston’s modes of production: homemade, crude, utterly rudimentary (whether they are graphic projects, recordings, or performances is irrelevant). Then there is Johnston’s religiosity, which allows him to access a total rejection of the here and now in order to project himself unreservedly into utopia: a happy asceticism. He is childish, sure, but all the more capable of intransigently identifying the good and the bad, of taking sides and holding a position.


At the opposite pole of the book are the modes of production of Ariel Pink, whom Monacelli considers among the most sophisticated artists of the lo-fi wave, and who, unlike many others, does not fall into lo-fi despite himself but with enormous historical and stylistic awareness. Eclectic and far from monomaniacal (here his peculiarity) Ariel Pink is also ambiguous and knowing, the emblem of a kind of art-for-art’s-sake pop that makes us wonder: is it possible to talk about lo-fi if we exclude from the equation the miracle of the despite? Perhaps: ‘I’m against the idea of lo-fi as a naïve genre’, Monacelli says, and, more broadly, with the idea that it is a genre at all – it is more of a sampler of instruments, an aesthetic. So: Ariel Pink is surely the most astute in using this sampler (and the most conservative) among the artists presented by the author.

Now what?

Too bad The Great Psychic Outdoors devotes only one chapter, the final one, to the hyper-contemporary offshoots of the lo-fi movement. Maybe another volume is due. While we wait, I broached on the subject with Monacelli, starting the debate on this note: it is not easy to decide what even is lo-fi anymore basing our judgement solely on sonorous terms, vaporwave being the chief example, and what elements of contemporary lo-fi still hold that promise of subjective salvation and productive utopia – vapor in fact, with its anonymity, is perhaps instead the embodiment of a fetishism of musical nothingness: experienced ironically, yes, but with a result no less alienating.



We agree, however, that some albums, such as Disconscious’ Hologram plaza (based on elevator music) or Balnk Banshee‘s first two have succeeded in realizing the vapor dream of a sublime degradation of the banal – not to mention the fact that this decomposition of the music of the past, this grappling with the disappearance of the future, is carried out through “a computer, four cracked softwares and a lot of passion” (him again), which brings us back into the realm of lo-fi.

Among the representatives of contemporary lo-fi considered by Monacelli, affiliated with strands of speculative horror, black metal, post-industrial or psycho-happy adolescence, there are two I would like to mention. On the one hand 100 gecs, who are celebrating their second album this year: two producer-waiters who have created a post-punk, hallucinatory sound by putting all conceivable suburbanite pop into a blender full of rotten meat. On the other hand, in every sense of the word, Semetary, a DSBM trap producer (the acronym stands for Depressive Suicidal Black Metal): a kind of world-destroying teenage demon, capable of constructing highly refined noise out of the scraps of the scraps of darkness, a figure worth reporting a bar and listening a bit of his back-catalog:

I been rockin’ back and fuckin’ forth in the corner
I been getting super fuckin’ gone ‘til the mornin’ (Ahh)
You believe in life, you’re a dumb motherfucker
If you really wanna try, we will run you over
I been coughing up blood, dyin’ at McDonald’s
I been mixing Benadryl and Tussin in my Monster (In my monster)
I’m glad the world’s burnin’, I believe in monsters

Although lo-fi has gone through many mutations from a strictly musical point of view, we feel that its political proposition of sonic otherness and radical do-it-yourself remain the genetic traces that allow us to still follow its developments today, despite itself.

To conclude, two words on Italian lo-fi. First of all, Bello Figoon whom Demetrio Marra has given us the definitive critical essay on so far – who not only brought trap to Italy but also inaugurated a ghost-ironic multimedia posture, whose rate of authenticity, so to speak, cannot really be assessed. Then ArteTetra, which Monacelli mentions, a label that aspires to create “folk music from a world that does not exist”. Finally Pop X, which Monicelli does not mention, a producer linked hand-in-glove with lay0ut, lo-fi in his use of means of production and in its playful relationship with schizophrenia (and we are back to Johnston). I don’t care about parochialism: I am compelled to mention the sonification of Simone Cattaneo’s poems that Pop X made for us – not only out of personal fondness, but also because the visual aesthetic that animates them adds a piece to what lo-fi-could-be when the processes that characterize it are applied to non-musical media.

That’s enough, let’s hope that Monacelli’s book comes out in Italian as well.


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Enrico Monacelli è uno scrittore. Scrive principalmente per The Quietus. A volte, scrive da altre parti. È autore di The Great Psychic Outdoors (Repeater, 2023)

Enrico Monacelli is a writer. He writes mainly for The Quietus. He also writes elsewhere. He is the author of The Great Psychic Outdoors (Repeater, 2023)


In corpertina: Bill Armstrong, Unspoken #1515, 2016