Zeugma poesia

Zeugma e gli incontri alla casa della poesia di Roma #4

Il 15 Maggio, alle 19:00, si terrà alla Casa Della Poesia di Roma (via Giulio Rocco n.22) il quarto e ultimo incontro della rassegna Intersezioni (qui l’articolo sul primo incontro e sul progetto; qui sul secondo; qui sul terzo), curata dall’associazione Zeugma. Strutturato in forma di dialogo tra due voci della poesia contemporanea italiana al pari degli altri appuntamenti, il prossimo incontro riguarderà l’opera di Tommaso Di Dio e quella di Marco Caporali. Proponiamo qui un profilo critico dei due artisti a cura di Sacha Piersanti, uno dei tre curatori della rassegna insieme ad Alessandro Anil e Stefano Bottero.


Lasciare una traccia: Tommaso Di Dio e Marco Caporali. Intersezione IV, Zeugma, Roma

Iniziare andando fuori tema può sembrare una scelta poco saggia, ma che vuol dire andare fuori tema quando si scrive o anche solo si parla di umani e di poesia? non è sempre un deragliare, un fuoriuscire, non è sempre ogni dire un digredire? Marco Caporali e Tommaso Di Dio, i protagonisti dell’ultima Intersezione, prevista per il 15 di maggio negli spazi di Zeugma – Casa della poesia di Roma, sanno bene che per arrivare alla meta, all’obiettivo, il modo migliore è perdersi, fare il giro più largo possibile distorcendo e mappe e rotta, ché tanto non c’è approdo che non sia punto di partenza e viceversa. Dunque saranno i primi a perdonare quest’io che scrive adesso e qui di loro partendo da un verso di qualcun altro: di quella poetessa (una poeta, avrebbe scritto lei) che si è talmente «acquattata nel pelo del mondo» da essere definitivamente altrove e chissà dove, eppure sempre qui:

«Non ha storia il mare, né perdono» (Biancamaria Frabotta, da La viandanza, Mondadori 1994)

Tommaso Di Dio, una lettura di Verso le stelle glaciali (e oltre)

E di storia e di mare, di mare senza storia propria ma pronto a farsi grembo e tomba della storia degli umani che lì cercano se stessi sa bene Verso le stelle glaciali (Interlinea 2020), il libro probabilmente più rappresentativo della voce colta e al tempo stesso famigliare di Tommaso Di Dio, critico e traduttore oltre che poeta (sempre del 2020 è il suo William Carlos Williams, La primavera e tutto il resto, FinisTerrae). Un libro, non una raccolta, dalla struttura che trova singolare compattezza in virtù di una natura frastagliata (quattro macro-sezioni, quattro notti, dieci «mappe» iconico-fotografiche che parlano e orientano non meno dei versi), fatto di figure e di itinerari, di cripto-citazioni e di appunti affini ora al diario di bordo, ora al quadro urbano, tra aneddoti (para)biografici e aperture più meditative che suggellano se non proprio l’identità, di certo la reversibilità tra passato e futuro, proiezione e memoria – preistoria e contemporaneità:

Un uomo entra
per ragioni oscure, oltre la porta scorrevole
di un piccolo supermercato. Oltre il getto
d’aria condizionata
e oltre tornelli, casse, scaffali; ha sparato
ad altri uomini fra le merci kosher. Mentre guardo
dal cellulare la notizia e sovrappensiero
ad alta voce la dico, tu stai
seduto; e non parli, immerso
nell’odore di urina e proteine animali. Guardi
oltre il letto, oltre il tavolo. E per tutta
l’estensione tu sei
dimensione di nulla spazio né tempo, quasi non più
cognizione, né memoria. Dentro la caverna, hanno trovato
residui organici, rocce e frammenti di corno
sbozzato in zagaglie. Per ragioni oscure
in fondo a tutto questo; sulle pareti di pietra
e con milioni di mani
è stato dipinto un uomo.

Sta forse qui la qualità più evidente della scrittura di Di Dio, in questo mai gratuito accostamento di corpi e di strutture apparentemente lontanissimi, nella capacità di travasare il remoto nell’imminente, l’appena nell’ormai, nel farsi, da poeta, archeologo e astronomo, minatore e navigatore, potenziando la modalità in felice equilibrio tra descrizione e evocazione già presente nel libro d’esordio Tua e di tutti, (Lietocolle 2014) («Possiamo dire: gli uomini con le scarpe / sopra i ballatoi. Possiamo dire che / si trovano e parlano. Che aprono / ancora le porte e che gettano / mezzo spente le sigarette giù, fino al fondo / di cemento dove stanno poi / nel fumo che finisce») che ci autorizza, fra i tanti echi, a individuare in Vittorio Sereni uno dei maestri di Di Dio.

È dunque in virtù di questa mimesi, di questa pluridimensionalità dello sguardo così fedele all’urgenza di scavo e riscoperta della parola che Verso le stelle glaciali, con uguale rigore e vista sempre acuta, può mostrare al lettore sia «grotte / con i teschi di orso disposti in cerchio / lungo il perimetro di pietra», sia le Nubi di Magellano, ora un «tronco / che non vuole più andare via da qui» ora «la grande neve / del Millenovecentottantacinque», «stelle» che «nessuno mai / le ha viste prima» e il «corpo della renna / sepolto nel lago con lo stomaco / pieno di pietre».

Una mimesi e una fedeltà alla parola, si diceva, che esplicitano se stesse in quella che è forse la sezione più originale dell’intero libro: 1492. Il mare, la mente, sorta di diario di navigazione che il poeta congegna e trascrive dalla viva esperienza di Cristoforo Colombo, son semblable, son frère sul serio, qui, specie – e non sembri un paradosso – nella fertile certezza del dubbio («E se questo mare non finisse. Se ci fosse altro mare / oltre il mare…»), questa suite dà la dimensione migliore di quella che è la ricerca umana e poetica di Di Dio, insieme se stesso e altro da sé nel cogliere quella condizione di alienante famigliarità che, piaccia o no, riguarda tutti:

Quando viene a noi
la terra. Quando viene cielo
e basso orizzonte di case. Siano braccia.
Siano occhi, occhi a moltitudini, sono mondi
nel mondo ricevuti. Apro il cassetto.
Apro la bocca. Apro l’anta lo spacco la porta.
Fra le cosce, il libro la pagina la lettera
la rinuncia, la povertà. Ovunque
e dappertutto; in ogni dove io trovo
terra. E ancora

terra mi manca.

Il mare, certo, e la terra, la mimesi e lo sguardo, gli accostamenti e la memoria – ma la voce di Di Dio s’impone per davvero in quel salto di strofa e in quell’«ancora», nell’irriducibile consapevolezza che non importa se esista o meno un senso, una qualche via d’uscita, un riscatto o una salvezza: quel che conta è farsi traccia e segno per chi ci sarà quando noi si sarà stati: «La ciurma non mi crede più. / Nel corso del mio viaggio non fu mai / così agitato il mare. Ho mentito. / Ma devo dire. Devo scrivere».

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Marco Caporali, appunti per un profilo

Consapevolezza non dissimile, ma certo sostanziata da fonti e da esperienze sensibilmente diverse, a quella che da più di un trentennio muove i passi e la penna di Marco Caporali:

Mysteries and smaller pieces

Né suono né atto concedi.
T’infatui e sali con inerte letizia
nel turbinio che travolgendo impasta
scivolandoti accanto fin dove t’inerpichi.
Chi ha ragione della montagna è la montagna.
In te che scali nulla contempla la tua presenza

(Alla fine del solco, Empirìa 2007).

Caporali, poco incline ad assecondare mode e mondanità, appartato e vigile ora tra la Danimarca e le sue isole ora nella provincia laziale più brada e silenziosa, ha elaborato un corpus in versi, con significative aperture drammaturgiche nutrite da una solida frequentazione con la critica teatrale e col teatro visto e vissuto (Cose future, Tuscania Teatro 1998), che ha la statura dell’opera. Un’opera che anche a scorrerne distrattamente le pagine, tutte in sé compiute eppure in continuo e mutuo dialogo, tra rimandi e ritorni, immagini topiche e vere e proprie parole-chiave (una su tutte, e certo non a caso, il verbo-missione “edificare”), dimostra la propria natura di continuum esperienziale e testimoniale:

Mi serve una voce continua come un suono naturale
una voce modulata
dal sussurro alla violenza del furore.

(Il silenzio venatorio, 2001)

Dall’esordio de Il mondo all’aperto (Empirìa 1991) a La vita inoperosa (Empirìa 2019), la poesia di Caporali si è imposta col rigido garbo e la pazienza, la faticosa devozione e l’umanissima pietà dell’artigiano che, cosciente del proprio talento, non ne fa – non può farne – un vanto e anzi è naturalmente proiettato fuori da se stesso, al servizio totale dell’oggetto, della materia da plasmare. E qual è la sua materia, se non l’inesauribile miniera di spunti e suggestioni, di traumi e di fratture, d’ovvio e di mistero che chiamiamo natura e non è che, puntualmente, la nostra stessa consistenza di uomini e di donne nel mondo e nella Storia?

Schiudono il selciato le radici,
soggiorno inabitabile
per chi non si sofferma
a sommuovere piane certezze,
conforti dalla furia del maltempo,
vendetta di natura
che invia sicari, travestiti da climi
ad aprire voragini. A valle
affiorano massi
discordi, in distese uniformi, segnali
di piste inesplorate,
visibili cime di mondi sommersi, spianate
da strade abbrutite dal transito
che si riannoda ininterrotto unanime.

(La vita inoperosa, Empirìa 2019)

Contemplativo, sì, ma mai passivo, abile nell’orchestrare toni e timbri perché risuoni nel verso e nella ritmica quella stessa voce (sia essa «una nenia / una danza appena appresa», Tra massi erratici, Empiria 2013, il «chiasso della vita», (Il silenzio venatorio, Empirìa 2001), o «tutto il silenzio che un suono di flauto attraversa», Matrimonio magiaro, in Alla fine del solco) che più che dargli ispirazione gli arma di cesello la mente e la mano, Caporali sembra andare alla ricerca dei legami meno immediati e più originari tra le diverse realtà che abitano il pianeta, articolando, senza esplicita teoresi né sterili costrutti, una sorta di personalissimo panismo che alla virulenza e al titanismo sa preferire l’umiltà di una presa di coscienza, umana e umana soltanto:

Quando si espone il corpo
ad ogni mutamento
anche l’esistenza di una pianta
apre lo stelo sottile
eco che si spande nel villaggio
in terra o nella vasta
caparbietà d’una feroce crescita
la forma del neonato per nutrire
o catturare il mondo.

(Il mondo all’aperto, Empirìa 1991)

Nella poesia di Caporali è in gioco un incessante esercizio di osservazione e agnizioni, di continua riscoperta dell’umano nell’altro dall’umano, che ne certifica pure le contraddizioni e le storture in modo disincantato ma non sconfitto, lucido ma non cinico, duro ma fraterno («La chiesa segue le tradizioni umane. / Al posto delle bestie benedice macchine. / Equipara cose morte a cose vive. / Dimentica che solo opere dell’uomo contaminano l’uomo», Cose future, in Il silenzio venatorio, Empiria 2001).

È in forza di questo esercizio che la poesia di Caporali sa d’antico e di moderno al tempo stesso, che il suo equilibrio tra tesa partecipazione emotiva e austero distacco ci può richiamare alla mente e senza gerarchie la tradizione classica e quella a noi più contemporanea (dalla malinconica severità delle Bucoliche alla «disperazione calma» di Caproni: «Continui a coltivare, Fabio, quest’orto? / Meglio tornare al silenzioso lavorio / che alla miseria delle parole, al far conoscere ad altri / quel che ci anima e ci redime…», Tra massi erratici, Empirìa 2013). Anche laddove la lettera sembra farsi meno immediata e i significati molteplici, ci scopriamo non solo coinvolti, ma puntualmente ritratti nella nostra più profonda verità: quella di precari testimoni, di esuli abitanti che, senza vera storia né perdono, sanno però «riconoscere la via / che mai hanno percorso» (La vita inoperosa, Empirìa 2019).


Marco Caporali è nato a Roma nel 1956. Ha pubblicato i seguenti libri di poesie: Il mondo all’aperto (Empirìa, 1991, con prefazione di Elio Pagliarani, premio Mondello Opera prima), Motivi danesi (Il Bulino, 1996, con due Maniere nere di Giulia Napoleone), Il silenzio venatorio (Empirìa, 2001), Casa Bagger (Il Labirinto, 2003, con quattro incisioni di Svend Bagger), Alla fine del solco (Empirìa, 2007), Tra massi erratici (Empirìa, 2013, con un disegno di Gianni Dessì, premio Marazza), La vita inoperosa (Empirìa, 2019). Ha pubblicato il testo teatrale Cose future (Tuscania Teatro 1998) e ha curato per Empirìa la verione italiana di Ridere a mezzogiorno, poesie di Laus Strandby Nielsen (1993). Ha vinto il premio nazionale Haiku 2009.

Tommaso Di Dio (1982) È autore delle raccolte e plaquette di poesie Favole (Transeuropa 2009, con la prefazione di Mario Benedetti), Tua e di tutti (Lietocolle- Pordenonelegge 2014, tradotto in francese da Joëlle Gardes per Recours au poème éditeurs), Alla fine delle favole (Origini edizioni 2017), Verso le stelle glaciali (Interlinea 2020), La favola delle pupille (Edizioni volatili 2020, tradotta in greco da Maria Frangoulis), Nove lame azzurre fiammeggianti nel tempo (Scalpendi Editore 2022). Nel 2015 pubblica la plaquette Per il lavoro del principio, nata all’interno del progetto Le parole necessarie, in collaborazione con Il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna e l’Ospedale Sant’Orsola. Per Ibis Edizioni, è stata pubblicata la sua traduzione di La primavera e tutto il resto del poeta americano W. C. Williams. Nel 2018 è tra i fondatori della rivista di poesia e arte Ultima, in cui ha pubblicato la plaquette World Wide Whatsapp crash. Dal 2015 è membro del comitato scientifico del laboratorio di filosofia e cultura Mechrì.


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In copertina: George McLeod, Untitled#3 +Untitled #7, 2021