Bizzarroni #02 | Ogni giorno per il resto della tua vita di Maggie Siebert

Bizzarroni è una rubrica di traduzioni dall’impossibile. Qui l’uscita numero zero e qui il numero uno.

A cura di Enrico Monacelli, Marcela Isabel Navea Vera e Tommaso Garavaglia


Lo vedi sul ciglio della strada. È un batuffolo di roba rossa e roba pelosa. È secco e piatto e spiaccicato sul cemento. Il tuo cervello lo registra come un animale, ma non capisce quale. Hai tre anni.

“Cos’è quello?” chiedi a tua madre, strattonandole la mano.

Lei lo guarda con disapprovazione e ti dice di non toccarlo. È un animale morto. Portano malattie. Ti ammalerai.

Ciò non risponde alla tua domanda ma sai che è meglio non discutere, quindi guardi verso la cosa un’ultima volta finché tua mamma non ti porta via prendendoti per il braccio dentro un Walgreens. Ti trascina in giro, comprando prodotti per i capelli in brillanti bottiglie di plastica e tu continui a pensare all’animale morto che c’è fuori. 

Lascia la presa per un minuto e ti allontani, ma non troppo. Sta guardando le riviste mentre vaghi per la corsia degli alimenti per cani e gatti. Ci sono dei giocattoli qui, ma sai che sono per animali e quindi non ti entusiasmi troppo. 

Però osservi. E quando vedi un grosso bastone con un pezzo di corda attaccato a un topo peloso dai tratti cartooneschi, l’immagine dell’animale morto là fuori si infrange su questa. Un topo morto, schiacciato da qualcosa, gli occhi e le piccole zampe distese e rotte, legate a una corda legata a un bastone.

Ti allunghi per toccarlo. È in alto, ma immagini la sensazione del finto pelo sulle tue dita. Ti chiedi come sarà, se sarà vecchio e secco come quello che c’è fuori. È in alto, ma cerchi di raggiungerlo, stando in punta di piedi, aprendo e chiudendo la mano nella sua direzione.

“Eccoti”, dice tua madre, prendendoti per la spalla e portandoti via. “Questi non sono per i bambini, sono per cani e gatti”.

Ti guardi indietro e lei strattona il braccio più forte, costringendoti a guardarla negli occhi.

“È esattamente così che il figlio di John Walsh è stato rapito”, dice rivolgendosi a se stessa. Poi dice, a te, “Non allontanarti da me quando siamo nei negozi”.

Questi sono i tuoi primi ricordi.

Tu e tua mamma siete a casa di Gwen, la sua amica. Gwen e tua madre stanno bevendo del vino mentre guardano la TV. Sei nella stanza con loro, giochi con un gattino seduto con la schiena contro il muro. 

Russell, il gatto di Gwen, che in realtà è una gatta, è scappata da casa per un paio di giorni, per poi fare ritorno con dei cuccioli. Gwen stava raccontando a tua madre di come non sapesse cosa fare di loro, che forse avrebbe appeso dei volantini per vedere se qualcuno avrebbe voluto adottare dei cuccioli di gatto. Era preoccupata dalla possibilità di doversi tenere gli otto gatti e diventare una gattara.  

Voi non avete animali a casa e questa è la prima volta che vedi un gatto così da vicino. Tutti i cuccioli stanno dormendo, ma uno ha iniziato a strisciare sul pavimento e ti sei alzato per prenderlo in mano e portarlo nell’angolo.

“Stai attento!”, dice seccamente tua madre, ma Gwen ti dice che è tutto a posto, Russell li prende su per il collo usando la bocca, tua mamma si rilassa e tornano a guardare la TV. 

Sei seduto vicino al muro con il gattino e lui ti cammina addosso. Si arrampica sul tuo braccio e cerca di salire sulla tua spalla, ma siete entrambi troppo piccoli. I suoi artigli fanno un po’ male, ma non ci fai caso perché è la cosa più carina che tu abbia mai visto e ne vuoi uno tuo. 

Lanci una pallina con un campanello all’interno e il gattino corre verso di essa cercando di colpirla con le zampette. È ancora troppo piccolo per poter fare molto e anche voi non siete molto bravi con l’attività fisica, per cui siete un’accoppiata perfetta. Gli accarezzi forte la testa, che si alza e si abbassa quando il tuo palmo gliela sbatacchia tra le orecchie. 

Il gattino sbatte la testa contro la tua gamba e miagola con la voce più esile e acuta e tu sei sopraffatto dall’emozione e lo prendi di nuovo su e lo abbracci.

Lo senti miagolare tra le tue braccia e pensi che questo significhi che gli piace, quindi lo stringi ancora più forte e lo culli avanti e indietro, mentre i suoi artigli ti scavano dentro, ma lo facevano già prima quindi non ti importa. Lo abbracci e lo abbracci e lo abbracci perché lo ami e non ti accorgi quando smette di miagolare finché non lo senti afflosciarsi tra le tue braccia e capisci che qualcosa non va. Lo lasci andare sperando che scappi via, invece ti cade in grembo e la sua merda ti finisce sui pantaloni. Lo scuoti con la mano ma ancora non si muove.

Inizi a urlare e così Gwen e tua madre vengono a vedere cosa è successo e poi anche loro cominciano a urlare. 

Russell e i gattini si fanno strada per vedere a cosa è dovuto tutto il casino e iniziano a miagolare e Russell dà dei colpi al gattino morto con la sua zampa e mugugna ed è il peggior suono che tu abbia mai sentito e ti corpi le orecchie e urli più forte che puoi. Dici no no no no no no no ancora e ancora e non solo odi te stesso per la prima volta ma desideri che a essere morto sia tu invece del gattino. 

Tua madre smette di andare a casa di Gwen.

La mattina dopo è la prima cosa a cui pensi appena sveglio.

Sarà la prima cosa a cui penserai ogni mattina per il resto della tua vita.

“Cazzo di frocio”

È finita la scuola e quasi tutti sono stati presi dai propri genitori, tranne te, perché tua madre il martedì lavora fino alle 16:30. Una volta che iniziano a chiudere la scuola alle 16:00 aspetti nel parco giochi. La maggior parte delle volte leggi un libro.

Oggi Scott Tomlinson ti sta tenendo appeso alla rete metallica tenendo l’avambraccio contro il tuo petto. Vi state guardando negli occhi e lui respira pesantemente. Il suo alito puzza di culo e ha un odore pungente di cipolle. Ha un evidente morso inverso e respira dalla bocca. L’insegnante incaricata di sorvegliare il parco giochi non c’è per tutto il giorno. Siete solo tu, Scott Tomlinson e il suo amico Daniel Stevens, che sta dietro a Scott con le braccia conserte cercando di farti brutto.

Non piaci a Scott Tomlinson, e lui non piace a te, ma lui è più grosso. Va dicendo a tutti che suo nonno lo ha iscritto agli Young Marines e che ha imparato delle tecniche di sopravvivenza e che l’attimo successivo a quando finirà la scuola si iscriverà ai veri Marines e andrà a far saltare in aria degli iracheni. A te lui non piace perché ha un alito pessimo e a lui tu non piaci perché sei una checca piccola ed esile. piccola esile checca. 

Ti ha tenuto sott’occhio tutta la settimana come se ti volesse uccidere e ora è il suo momento. Non pensi che ti ucciderà ma capisci che, se lo volesse, potrebbe farlo. 

Ti chiede se sei spaventato e non lo sei, sei solo eccitato. Lo hai osservato mentre ti guardava e stavi aspettando questo momento. Così dici di no e lui ti sbatte il braccio sul petto e ti fa rimbalzare sulla rete e ti chiede che ne dici di ora. Senti che non è ancora abbastanza arrabbiato e gli sputi in faccia.

Si ferma, ma solo per un secondo. Poi, senza fermarsi per asciugare l’umidità dal viso, si infuria e ti sferra pugni sul naso e sugli zigomi. Daniel Stevens inizia a prenderti a calci nello stomaco e nella schiena. Il sangue ti esce dal naso e puoi sentire nel profondo del tuo cervello le costole scricchiolare come il cardine di una porta. Le cose si scheggiano e si spezzano e si sfaldano proprio sotto la pelle, che può essere portata via con estrema facilità.

È la sensazione più incredibile del mondo.

Scott Tomlinson e Daniel Stevens vedono sangue sulle loro scarpe e sulle loro mani e ti guardano preoccupati. Stai piangendo e forse anche un po’ ridendo. Vieni interrotto da un conato di vomito che esce dalla tua bocca e circonda la tua testa.

Gli insegnanti ti trovano e vai in ospedale e gli racconti cos’è successo. Tua madre sporge denuncia contro Scott Tomlinson e suo padre paga le spese ospedaliere. I genitori di Daniel Stevens lo mandano in un riformatorio da qualche parte a nord. 

La prima volta che rivedi Scott è due settimane dopo, il primo giorno di scuola. Ha due occhi neri che sono sfumati in anelli viola. Sembra un procione. Tu ridi di lui e lui ti ignora. A volte lo sorprendi a guardarti dall’altra parte della mensa. Non vi direte mai più una parola.

Questa sarà la seconda cosa a cui penserai ogni giorno per il resto della tua vita.

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Un parto cesareo. Il chirurgo e la sua équipe si muovono con un’efficienza accecante. La prima incisione, alla base dello stomaco, divide i primi strati di pelle. Una seconda incisione rivela l’utero opaco. Forato, scoppia con un forte schiocco, mentre il neonato che vi è racchiuso viene inondato di luce.

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Un filmato di bassa qualità girato con un cellulare, risalente al 2008 o giù di lì. Il video sgranato mostra quello che sembra un incidente in moto. Un uomo con indosso una tuta di pelle barcolla sul luogo dell’incidente, tenendosi il viso. Si gira e la telecamera vede per la prima volta che la mascella è separata dal cranio. Spessi fiocchi di carne pendono pigramente dagli zigomi. Sta cercando di dire qualcosa. 

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Un montaggio di suicidi per mezzo di fucile a canna liscia accompagnati da blast beat e chitarre metalliche e distorte.

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Un ucraino ubriaco cade da un palazzo di cemento, atterrando direttamente sulla propria testa. Il suo corpo si straccia, accartocciandosi. 

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Un uomo che si aggrappa disperatamente alla cima di un traliccio. Una tempesta ha dato fuoco al suo corpo. Non riesce a decidere se morire cadendo o bruciando.

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“Questi li abbiamo già visti tutti”

“E?” chiedi, scrollando.

“Passa oltre”

Digita animal crush video nella barra di ricerca e preme invio. Scorre e clicca e preme il pulsante “indietro” e digita ancora. Sa che questi li odi e non c’è bisogno di dirglielo. È ossessionato dall’idea di guardarli. A te non piacciono perché non ti piace vedere qualcuno che fa del male a qualcosa, a meno che non si tratti di sé. Sai cosa vuol dire farsi male e ora tutto ciò a cui pensi, i pensieri che invadono la tua testa ogni mattina appena ti svegli, è come sarebbe andare fino in fondo. Come ci si sentirebbe a essere completamente polverizzati. Rovinati. Obliterati.

Ti gratti le croste sulle cosce e senti che qualcuna trasuda un po’. Vuoi che se ne vada così puoi farti stare meglio per un momento. 

Lui clicca sul video di una donna con indosso dei grossi tacchi. C’è un cucciolo su un piedistallo. Pensi al gattino e qualche secondo dopo il tuo amico è sul pavimento e le tue nocche sono aperte, spaccate. Una delicata perla di sangue compare sul bordo della sua bocca e ti guarda più confuso che arrabbiato.

Si alza e scappa via dalla tua camera e tu non lo fermi. Senti la porta d’ingresso sbattere e ti stai tormentando le gambe, odiandoti più che mai. Prendi fiato e senti un suono sommesso e stridulo provenire dalle casse del computer. Vedi cosa c’è sullo schermo e strappi via il cavo di alimentazione dalla presa e ti tiri i capelli e cammini avanti e indietro.

Tua madre non ti chiede perché non viene più a trovarti. La sua presenza la innervosiva. Tra otto anni sarà arrestato con l’accusa di omicidio dopo una rapina in banca finita male e lei ti dirà che ha sempre pensato che quel ragazzo avesse qualcosa di strano.

Ti graffierai le cosce e sarai d’accordo.

Trovi lavoro in un alimentari, nel reparto carne e frutti di mare. Il tuo compito è macinare la carne e tagliare le bistecche. Pesi le carni per i clienti. Sfiletti il pesce.

Il tuo futuro non contempla l’università e questo lavoro non ti piace per niente. Vivi in un monolocale in un quartiere degradato. Tua madre vive a venti miglia di distanza, in un campo caravan. Non vai più a trovarla, ma vi sentite tutti i giorni. Ogni volta lei dice che potresti trovare un lavoro che ti piace di più se vivessi in un posto come quello in cui vive lei. Ci vorrebbero meno soldi. Non dovresti lavorare affatto.

A volte, quando i tuoi pensieri rallentano, ti sembra una cosa carina. Ma rimani al supermercato per l’odore che sprigiona. L’aroma dei tessuti freddi aleggia denso nell’aria e ti rimane sulla pelle ancora a lungo dopo essere tornato a casa la sera.

I clienti sono orribili. Tu nemmeno mangi carne. Quando ti chiedono consigli e glielo dici, ti guardano e ti chiedono:

“Cosa?”

“Cosa c’è di sbagliato in te?”

“Allora perché lavori nel cazzo di reparto carne?”.

Tu rispondi che è perché stavano assumendo e loro ti fanno un cenno con la mano. A volte cercano di farti riprendere. Ma tu sei un buon lavoratore e il tuo responsabile ti dice di ignorarli, che la gente a volte è solo maleducata. È l’altro motivo per cui rimani qui, perché non ti dà problemi.

I tuoi colleghi non ti amano, ma nemmeno ti odiano. In ogni caso, non hai molto di cui parlare con loro. Sei la persona più giovane che lavora qui. Tutti i diciannovenni lavorano come cassieri e magazzinieri, ma nel reparto carne e frutti di mare ci siete tu, un veterano di 40 anni e una divorziata di 60 anni. Il veterano indica tutte le donne che indossano pantaloncini o pantaloni da yoga e la divorziata si lamenta perché il veterano fa così.

Li ascolti discutere e quando uno di loro dice qualcosa ti limiti ad annuire senza prestare ascolto. Entrambi pensano che tu sia un tipo strano, una delle rare cose su cui sono d’accordo. A volte sembrano un po’ preoccupati per te perché sei sempre così nervoso, ma a te non importa troppo.

Un giorno siete solo tu e il veterano, tu lavori al banco e lui è sul retro a tagliare a cubetti il manzo per lo spezzatino. Tu incarti bistecche, salmone e pancetta fresca, lui ti parla della guerra e tu lo stai a sentire. Ci sono molti clienti perché è sabato e tu cerchi di evitare che si formi una lunga fila. Lui continua ad affettare carne e a parlare di come una notte il Daesh abbia fatto un attentato suicida al loro accampamento e tu non sei sicuro di credergli. Continua a parlare e ti distrae ancora di più e i clienti iniziano a urlare. L’odore di ferro bagnato e di carta velina addensa l’aria e stai sudando e avvolgi la carne e lui parla e parla finché non si sente un suono atroce dalla macchina che ti costringe a voltarti.

Il veterano si guarda attorno e tu guardi il veterano. Il suo viso rosso ora è bianco e ripete “il mio il mio il mio il mio il mio il mio il mio il mio il mioil il il il mio mio mio” e il tuo sguardo passa dai suoi occhi alla sua spalla fino al gomito e al polso, e poi non c’è nient’altro da guardare. Grandi ondate di rosso fuoriescono da ciò che resta, una sezione trasversale della mano che parte dalla base del pollice e taglia di netto la nocca destra.

Si gira e si dirige verso di te e tu non riesci a distogliere lo sguardo. Per un attimo vedi l’interno della sua mano e pensi che assomiglia a una pila di costine.

Adesso ti sta chiedendo aiuto e tu sei ancora paralizzato dalla paura. Ti chiede un asciugamano e non ricordi più che cos’è. Lui si accorge della tua inutilità e si allontana stordito da dietro il bancone, uscendo nel corridoio dove i clienti inorriditi fanno un passo indietro e gli fanno largo. Ti avvicini al bancone posteriore, guardi il lavandino accanto all’affettatrice e vedi la sua mano che giace lì, esangue e senza vita. La raccogli, la avvolgi nella pellicola e la metti nel congelatore. Non sembra la sua mano, ma solo una parte di qualcosa.

Qualcuno è dietro il bancone con il veterano che balbetta e cerca di trovare un asciugamano e ti chiede perché non stai aiutando. Non lo sai proprio.

Il veterano torna al lavoro qualche settimana dopo. Ora lo fanno lavorare come cassiere. Viene pagato come prima e tutti sono dispiaciuti per lui. A volte vi guardate negli occhi quando state andando via la sera e lui sta facendo il conto alla rovescia. Tu non dici nulla e nemmeno lui.

Ti tengono nello stesso reparto e per qualche settimana dopo l’accaduto il direttore del negozio viene dietro al bancone per assicurarsi che sia tutto a posto. Ora lavori all’affettatrice. Sono preoccupati per te.

A volte, mentre macini il manzo, lo tagli a cubetti o a strisce sottili per la frittura, sei preoccupato anche tu.

Se ne sta andando perché sei un cazzo di schizzato.

È il giorno del tuo compleanno e hai appena finito un lungo turno di lavoro. Durante la pausa pranzo ricevi una breve telefonata da tua madre la quale ti dice: “Buon compleanno, hai ricevuto il tuo biglietto d’auguri?”. Parla con grande attenzione, assaporando le parole. Un po’ ingessata.

Non ci sarà nessun biglietto, ed entrambi lo sapete. Andrà perso nella posta. Non sei preoccupato. È così che stanno le cose adesso.

Scrivi un messaggio al tuo ragazzo e lui ti chiede se può venire da te più tardi e tu rispondi: “Certo, dammi solo un po’ di tempo per prepararmi. Ti manderò un messaggio. Prima devo fare alcune cose”.

Torni a casa dopo il turno di lavoro e non pensi due volte al grande ammasso di coperte sul tuo materasso. Il tuo appartamento è composto da una stanza e da un bagno, ed è per lo più spoglio. Ti togli la camicia e prendi il portatile dal pavimento.

Ti stai documentando sulla lavorazione della carne. Hai scaricato diagrammi e schemi. Stai imparando a conoscere i pezzi. Hai analizzato il processo dall’inizio alla fine, da quando i polli e le mucche e i maiali vengono ammassati in file strette e appesi a testa in giù per le zampe e dissanguati e scuoiati e schiacciati e sfilettati e macinati e trasformati in impasti densi e paté.

Qualche mese fa, un ex compagno di classe che non conoscevi bene ha condiviso un video intitolato “GLI ORRORI DELL’ALLEVAMENTO INDUSTRIALE”. Si trattava di una serie di sequenze rapide di animali macellati in tutto il mondo. Il video invitava ad avere compassione per gli animali che vengono uccisi per il tuo consumo.

Tu provi qualcosa di più della compassione.

Non hai più guardato nessuno di quei video da quel pomeriggio con il tuo amico. Hai cercato di dimenticare le cose che hai visto. Ma si sono fatte strada a forza nei tuoi pensieri, proprio come le prime due cose a cui pensi prima di svegliarti.

Non riesci a smettere di pensarci, comunque. Così decidi di imparare.

Stamattina ne hai trovato uno che non sei riuscito a finire prima di andare al lavoro. Premi play e porti il portatile in cucina per prendere un bicchiere d’acqua. Lo guardi per metà. Questa volta si tratta di polli, con il collo spezzato, il corpo immerso nell’acqua bollente e le piume strappate. Ancora e ancora, in fila, vivi, morti, vivi, morti, vivi, morti.

Pensi alla pressione esercitata dalla macchina che rompe il collo. Pensi a che effetto farebbe, paralizzato ma vivo, sprofondare nell’acqua e sentire la carne che si stacca dalle ossa, sentire l’intensità dell’acqua bianca e calda che ti acceca.

Ti sposti sul materasso a terra e ti sdrai, con il video ancora in funzione. Avverti una presenza nella stanza con te. Eri così assorto che non l’hai mai sentita fino a quando non ti è stata accanto. Getti via le coperte.

È il tuo ragazzo.

“Buon compleanno!”, dice.

Sei spiazzato, butti via il portatile e gli dici che ti ha spaventato a morte.

“Che c’è, dovevi farti una sega prima che arrivassi o qualcosa del genere?”.

Lui gira lo schermo del portatile verso di sé. È troppo tardi per fermarlo.

Trenta minuti dopo se n’è andato e tu sei di nuovo solo. Cominci a buttare giù un messaggio, ma ti fermi a metà strada.

Non ha senso. Non lo capirebbe.

Tua madre è morta.

I suoi reni hanno smesso di funzionare. Non ti ha detto che le davano problemi. 

Tu però lo sapevi. L’ultima volta che vi siete visti potevi sentire un odore di disfacimento su di lei. Le usciva dai pori come feromoni. Era un’ubriacona tranquilla. Beveva birra e Cheerios al mattino e metteva il whisky nel caffè decaffeinato la sera. Si era lamentata del bruciore di stomaco. Al telefono parlavate solo dieci minuti ogni volta, prima che i lunghi silenzi costringessero uno dei due a riagganciare.

Ora è morta, quindi non c’è più nessuno da chiamare.

Al funerale c’eravate solo tu e alcuni suoi amici. Gwen è lì. Si avvicina e a denti stretti porge le sue condoglianze. Tu la ringrazi e le chiedi come sta. Lei dice che sta bene e che deve andare.

Non sai cosa fare con le sue ceneri e ne getti una manciata nel fiume vicino alla sua roulotte. Non eri mai stato al campo prima d’ora. Avevi paura di vedere com’era la sua vita, ma avevi soprattutto paura che lei scoprisse di più sulla tua.

Mentre raccogli le ceneri da un sacchetto di plastica il vento si alza e le porta via in un soffio, portando però con sé l’odore di qualcosa di marcio ma familiare. L’odore di tessuto che si emulsiona, di frattaglie e grasso che si sciolgono contro il calore dei macchinari, di escrementi animali e di sangue.

Spargi il resto delle sue ceneri e segui il tuo naso. L’odore sovrasta tutto e lasci che ti guidi via dal fiume e oltre la pianura.

In lontananza c’è un edificio. Lo riconosci come la fonte dell’odore e inizi a corrervi incontro. Man mano che ti avvicini vedi un parcheggio in ghiaia e una recinzione. L’odore ti brucia gli occhi fino a quando non ti ci ritrovi davanti e puoi sentire la puzza di putrefazione, di sangue e di plasma e il calore che si abbatte su questa enorme struttura metallica.

Capisci che è questo ciò di cui hai letto così tanto. È qui che i corpi vengono spezzati, i loro componenti più fondamentali vengono distrutti e reincorporati fino a che non diventano tutti la stessa poltiglia. È questo il luogo in cui accadono i video che guardi tutte le sere.

È qui che gli animali, morenti o morti, vengono polverizzati.

È qui che vuoi passare il resto della tua vita.

Questa notte il tragitto verso il paradiso è reso più breve dall’assenza della pattuglia autostradale. Giri sulla strada sterrata all’altezza del segnale di progressiva chilometrica che ha un angolo piegato. Senti il rumore della ghiaia che scricchiola sotto gli pneumatici. Spegni i fari. Dopo poco emerge la macchia scura della recinzione in ferro che circonda la fabbrica.

Hai fatto questo viaggio così tante volte, aspettando la notte perfetta. Potresti farlo anche a occhi chiusi.

È così che hai passato tutto il tuo tempo da quando hai trovato questo posto. Hai smesso di andare al lavoro. Hai smesso di mettere in carica il telefono. Ora hai un progetto che richiede tutta la tua attenzione. Hai intenzione di portare a termine ciò che hai cominciato molti anni fa.

Non c’è nessun altro nel parcheggio. Ormai lo sai. Non ci hai mai lasciato la macchina, hai preferito abbandonarla a chilometri di distanza quando sei andato in esplorazione, dopo la chiusura dell’impianto. Non avendo una torcia con cui orientarti, appoggi la mano sul muro esterno e la fai scorrere su di esso per trovare la via d’accesso.

Forzi il lucchetto di una porta secondaria. Hai fatto pratica. La porta si apre cigolando.

All’interno è buio pesto. Non c’è bisogno di luci. Ormai sai com’è la situazione qui dentro. Puoi spostarti seguendo semplicemente l’istinto. Quattordici grandi passi dalla porta, dritti in avanti. Un mezzo passo a destra e ci sei di fronte.

Un intricato labirinto di macchine. Centinaia di pezzi. Svariate scale e gradini. Quando hai iniziato a venire qui, hai pensato che l’attrezzatura sarebbe stata pulita a fine giornata, ma non è come nei video forniti dal proprietario. L’odore è opprimente, il fetore putrido ti infiamma il naso e ancora, anche a distanza di tempo, ti costringe a soffocare la bile.

Rimani fermo lì, in attesa. Poi, un respiro profondo.

Fai scorrere le mani lungo i bordi, tastando gli angoli, schiacciando le viti e gli spigoli vivi con i palmi delle mani finché non ti fa male. La lamiera fredda si scalda con il tuo tocco, assorbe il tuo calore.

Hai deciso: è arrivato il momento.

Ti togli la camicia e sbottoni i pantaloni. Ti sfili di fretta i calzini e le mutande. Ripieghi ogni capo e lo sistemi in una pila, tenendo a mente dove l’hai lasciata accanto ai primi gradini.

Ti fermi alla base, ad ammirare i contorni indefiniti delle componenti. Basterebbe premere qualche interruttore e l’intera struttura prenderebbe vita. Sai dove si trovano, ma non sei pronto.

Non ancora.

Ti avvicini a tentoni alla scala, accanto al vano dell’ascensore. Una mano dopo l’altra, fino in cima, l’odore diventa sempre più forte fino a quando, finalmente, raggiungi la vetta. Questa è la parte difficile, quella che non hai ancora testato: un salto, di quelli che richiedono di gettare entrambi i piedi oltre il bordo del vano dell’ascensore e di tuffarsi direttamente nel container sottostante. Assapori il momento.

E poi ti butti giù, con forza. L’attimo che ci vuole per toccare il fondo sembra lungo una vita, ma l’impatto viene spezzato da un mucchio freddo e umido sotto i piedi. Il dolore si irradia dai piedi agli stinchi sino alle ginocchia. Ti ricordi di Scott Tomlinson e del tuo amico nella tua stanza. L’odore quasi ti stordisce, ma ti riprendi.

Esaminando l’ambiente circostante, ormai completamente accecato dall’oscurità, percepisci il contenuto dello scompartimento buffer. Zoccoli. Quella che sembra  essere una zampa. Piume. Carcasse irriconoscibili, triturate sommariamente a metà e in quarti. Arti. Grasso. Organi.

Inspiri a pieni polmoni l’aroma fetido di carogna.

Avevi programmato di rimandare la tua gratificazione, ma questa è la tua unica possibilità.

Ora, in ginocchio, raschi i bordi, raccogli quanto più liquido possibile con entrambe le mani, come in un sacramento. Te lo strofini sulle braccia, sulle gambe, sui capelli. Fai del tuo meglio per evitare le lame retrattili, ma a volte sfiori comunque il braccio contro di esse, sentendo piccoli tagli aprirsi dappertutto. Raggiungere la tubatura che trasporta i blocchi di cinque centimetri fino al pre-frantumatore. Sentire ciò che sai essere i resti grigi di quantità incalcolabili di carne; cibo per animali, razioni per detenuti.

Pregando per essere trasformati.

Ti ci sdrai dentro, sulla schiena, nascondendoti con la brodaglia fibrosa come se fosse una coperta. Rimani qui a lungo, senza pensare, respirando a malapena, finché non inizi a sentire la carne prendere vita. Proprio come sapevi che sarebbe successo.

Cosa non daresti perché gli interruttori si accendessero da soli.

Presto farai una scelta. Scenderai da qui, ricoperto di carne, e lascerai che la macchina prenda vita. Deciderai se diventare una cosa sola con te stesso o se andartene. Deciderai molto presto. Ma per ora giaci qui, nella brodaglia, con le braccia appoggiate ai bordi delle grosse lame che presto potrebbero porre fine alla tua vita.

La tua mente è limpida mentre ti togli le interiora dalla testa.

Sai quale scelta fare.

Traduzione a cura di: Marcela Isabel Navea Vera

Maggie Siebert è una scrittirice che vive a Brooklyn. Co-edita HARSH. Il suo primo libro, Bonding, da cui è tratto questo racconto è stato pubblicato nel 2022 da Apocalypse Party Press.