I fiori del Delirio – racconto inedito di Francesco Cane Barca | Opera morta

L’opera morta è la parte emersa di uno scafo. È lo spazio che occupiamo su una nave, mentre sotto di noi l’opera viva, i motori, le eliche si affaticano e ci trasportano senza farsi notare. La parte vivente della nave si muove a noi indifferente, come noi lo siamo a lei, dimentichi di essere ospiti, niente più di un carico. A meno che tempeste, rocce, iceberg non intervengano a ricordarcelo.
È nell’indagine sul rapporto del reale con tutto ciò che è occultato sotto e intorno a noi, con ciò che si intravede nelle fratture che crepano la parte visibile del mondo – il rapporto, il conflitto, tra opera viva e opera morta –, che risiede il senso profondo di questa rubrica di racconti inediti. Per questo intendiamo superare etichette, distinzioni e concetti di genere, accogliendo tutte le possibilità che il racconto offre: dalla narrazione realistica al fantastico e al weird, dal racconto impegnato a quello intimistico, dalla microfiction alle commistioni con la saggistica.
I fari che guideranno la nostra ricerca sono la letterarietà e la sperimentazione. Con letterarietà intendiamo l’uso consapevole e coraggioso della lingua e la ricerca di una propria voce di scrittor* (che può essere urlata, sussurrata, persino negata). E poi la sperimentazione: propendiamo per autor* che osano, che offrono punti di vista inediti, disturbanti, profetici.
Il quinto racconto di Opera morta è I fiori del Delirio di Francesco Cane Barca. Gli altri racconti sono L’ultimo Gaijin di Cesare Sinatti, Breve storia delle voragini di Mauro Tetti, Papaveri di Francesca Mattei e Trilogia del nido di Giorgia Melillo.

A cura di Claudio Bello e Daria De Pascale


vedo la luce riflessa sulla luna, è una notte che va verso la sua fine. Sono io che aspetto la sua fine, e lei rallenta, il mio turno si allunga, che strazio.
e sta zitta, ovviamente, che deve dire la notte, c’è troppo silenzio, e sto zitto anche io, è il regolamento, anche se qualcosa da dirmi lo avrei. Proietto su di lei. Vedo la luna anche se sono chiuso in una stanza, davanti a me, sul muro, nella porta, nel portale, letteralmente un portale, in un sotterraneo, qui che lavoro, a gestire gli ingressi nel Delirio, non il mio, è quello del cliente. Il nome? Non devo mai dimenticare i loro nomi, ma l’ho appena fatto.
fisso la porta del Delirio, il Delirio intagliato nella parete. Devo ripetermelo. Il passaggio scavato tra i mattoni. Due metri per due. Me lo devo ripetere. Per non dimenticare di esserci dentro.
sono in una piccola stanza inesistente, mattoni a vista, rosso scuro.
il Delirio, lo chiamano così. Il nome ufficiale della pianta è Mae. Come ‘madre’ in portoghese.
io sono uno degli operatori. Devo ricordarlo. Un buon lavoro. Sono un custode, un portinaio.

l’ho guardato troppo, batto ciglio, il Delirio.
dico solo: Waw, ffff. Non dovrei dire nulla.
ho perso il conto delle ore di lavoro, sono stanco, so quante sono, dodici. Mi bruciano gli occhi, li chiudo e li apro.
guadagno abbastanza, molto, potrei non lamentarmi, lo faccio comunque. Lei è a casa, appena sveglia quando tornerò.

masticare il fiore insieme a me, addormentarsi, darmi la mano, entrare nella mia stanza, nel mio Delirio, e superare il portale, e fare buon viaggio, prima fare il bonifico, e prendere quei due farmaci che l’azienda somministra, la #####, che ha sapore di menta, e la ####, amara, amarissima.
è tutto quasi reale. Quel che mangi nel Delirio ti fa ingrassare.
devo sempre dirlo ai clienti: nulla di materiale entra o esce dal Delirio, si devono lasciare orecchini, e collane, si è nudi all’ingresso, ci si veste là, se si vuole.

aspetto in piedi la fine dell’esperienza del cliente, l’ultimo di oggi. Faccio due passi indietro. Scivolo. Vado giù. Come fosse caduto dell’olio a terra. E mentre penso alla caduta sono in piedi. Come non fosse successo.

l’ho creato così: è fatto di stelle, nubi, galassie, colori e oscurità, lo spazio, se andassi lassù con una navetta non credo sarebbe lo stesso, è solo fantasia, etichetta, copertina, la copertina conta sempre.
lo scorso anno era il bianco, l’avevo elaborato così, il nulla, errore commerciale, noioso, il mio responsabile mi rimproverò: spaventava le persone tutto quel bianco in cui tuffarsi, è comprensibile, l’esperienza del Delirio è già inquietante, la prima volta soprattutto, poi ci si abitua, alla paura ci si abitua.

una interrealtà, frazione di altro mondo, sogno lucido, sogno reale. Una bella invenzione della mia azienda, qui sulle colline di #######, mentre altrove è disastro qua inseguiamo l’utopia.
è un esperimento, poi si vedrà quando sarà per tutti, e per tutte, vedremo se ancora ci accaniremo, ci odieremo, guerra e morte, distruzione del pianeta, non lo so se sarà una buona risposta davanti allo sfacelo del mondo.
mondo altro, e ognuno ha il suo personale.
tangibile, realistico nelle sensazioni, e non solo, un cliente uscì con la carnagione cambiata, un altro uscì con un nuovo taglio di capelli.

non devo confondermi, siamo già dentro il Delirio. Nel punto di accesso. La mia stanza. Quella da cui faccio passare chi viene a perdersi, o trovarsi. Siamo nel mio Delirio. Devo ripetermelo o ci finisco dentro e impazzisco, o divento tutto scemo. Lei poi mi lascerebbe, Catalina, mi aspetta, ho quasi finito, penso alle sue spalle, minuta, muscolare, devo concentrarmi, focalizzarmi sul Delirio, il mio, quello del cliente.

il Mae è un piccolo fiore nato da territori inesplorati, perché stupirsi che qualcosa di nuovo sia nato? Saperla gestire questa pianta, tutta altra storia. Bisogna mangiarne la giusta quantità, sintetizzata, lavorata, la giusta ricetta, nel giusto laboratorio, l’originale, è questo, della mia azienda, diffidare dalle imitazioni, si dice così.
è bellissimo, e buonissimo. Ne esiste la versione alimentare, gratuita per noi dipendenti, se fatto bollire diventa un ottimo condimento per risotti, un ripieno per la pasta, una spezia profumata, non dovremmo stupirci. Un mese fa lei ha preparato delle polpette: Mae, gorgonzola e ceci.

le ragazze dietro di me mi chiamano. Chi sono? Le avevo dimenticate. Interferenze? Colleghe? Ristabilire. Respirare come da manuale.
sono seduto assieme a loro. Nell’altra stanza mia madre cucina e devo ricordarmi che non è vero quel che fa, non c’è lei e non c’è altra stanza. Mia madre non è nel mio Delirio. È caldo. Si sta bene. Mi fanno domande, mi chiedono come sto, se ho sonno. Sono sdraiate su due materassi messi a terra. Non ricordo chi sono. Ristabilire.
quindi tu la pensi a lei?
quindi ti ricordi di lei?
non hai fame? Ma io non so di cosa parlano. Le assecondo. Non voglio farmi del male, non corro il rischio, sono bravo nel mio lavoro. Rispondo con smorfie. Ho paura di parlare. Il caldo. Mia madre cucina. Non sono vere. Ristabilire. Respirare.
a cosa pensi allora? Sono passati anni.
devo liberarmene. Qualcosa non va. Di chi parlano? Potrebbe essere chiunque. Di mia madre? Lei è viva. Di chi? Mia sorella? Non ne ho. Loro chi sono? Non importa. Devo mandarle via. Parlano della mia cagna?
non devo rispondere.
la luce se ne va. Ritorna. Lampeggia una decina di volte, le conto, dodici.

mi viene in mente qualcosa, io che mi lancio in acqua, contro una piccola onda nella spiaggia di pietre dove non c’è nessuno, il cielo è viola? Devo smetterla. Qualcosa non va.

sto correndo, in mezzo alla strada, in discesa, in salita, ho dieci anni, no, ora sono adulto. Qualcosa non va.
ristabilire, non ci sto riuscendo.
torno nella stanza, non devo pensare a queste cose, i ricordi, se lo erano, i ricordi non vanno bene, ci sono momenti in cui il mio Delirio, la mia zona di Delirio influisce su quella del cliente. Sono momenti pericolosi. Si può perdere qualcuno. Provo a riassettare. Aspetto. Ritorno al muro di pianeti e stelle. Che ora sparisce. Ancora. La luce nella stanza diventa rossa. Cupa. Nero e rosso. Le ragazze dietro di me dormono. Solo un breve sguardo. Non dovrei. Il passaggio diventa un muro. L’ho perso. Non sono ancora sparite. Non va bene. Chiudo gli occhi. Tocco il muro. Qualcosa non va. Respiro come mi hanno insegnato. Ristabilire.
ritorna. La luna. La galassia.
le ragazze si sono girate nel letto. Ancora. Ci sono ancora.
hanno un abito da sera. Non va bene. Sto pensando troppo. Metto la mano nel Delirio del cliente. Cerco di riassettarlo. Sbaglio qualcosa. Ristabilire.
aspetto e respiro profondamente, amplio il torace. Niente panico. Respiro e inspiro come mi hanno detto.
la mia stanza è di nuovo vuota. Ristabilire.
sono stanco. Continuo a fissare la parete. Una mano ne esce verso di me, si protende. La stringo. È fatta. Per oggi. Lo tiro fuori. Non dirò al cliente, qualsiasi sia il suo nome, non glielo dirò che stavo per perderlo, che stavo per perdere entrambi, spero esca uguale a come è entrato, cambiato solo nel profondo.

c’è chi ha mondi, nel Delirio, c’è chi ha solo due stanze. Chi ha il mare davanti e chi ci vive dentro. Trenta minuti. Il corpo regge al massimo questo, tranne il mio, che è preparato per resistere un paio d’ore, in caso di emergenza, dovessi perdere qualche cliente e andare a ripescarlo, in dodici ore di lavoro entro ed esco senza problemi, dovessi restare dentro per due ore consecutive non so cosa mi accadrebbe, alla mia mente non so che accadrebbe. Trenta minuti che per alcuni diventano cinque minuti, e per altri diventano due giorni.
fine turno. Chiudo gli occhi e vado verso casa.



hai fame?
sì, ti prego.
a che ora attacchi?
oggi non lavoro, questa notte non lavorerò, nemmeno domani. Voglio godermi la casa, nemmeno lei lavora, mi gira la testa, il suo corpo è il suo corpo magro nervoso muscolare che mi tiene in piedi il suo corpo minuto e muscolare magro mi evita una caduta Catalina sta meglio con i capelli corti un bellissimo piccolo seno infilato nel corpo muscolare le spalle simmetriche alte e ci affondo la mano e non cado mi tiene e dice …tutto bene?
sono stanco, questa notte ho avuto problemi con il Delirio di un… tutto bene.

la casa è grigia. Vuota. Spaziosa. Così mi sembra. Abbiamo scelto l’arredamento minimale. Un quadro rosso e uno verde. Ingrigiti anche i quadri. Il giardino riflette il grigio del cielo. Gli alberi e i cespugli in fondo che mi dividono dal resto del mondo, dal muro, dalle altre case, laggiù anche sembra tutto grigio, opaco, silenzioso, i suoni sono monchi. Forse sono io a non vedere i colori. Anche le piante e i libri sembrano ingrigiti. A lei piace avere piante in casa. Devo parlare con la psicologa del lavoro. Non devo perdere il lavoro e nemmeno impazzire ammattire lasciami cadere, non voglio confondermi. Catalina vuole che cambi lavoro. Non voglio che mi lasci.
lavorare nel Delirio non mi fa sognare, e non posso prendere sonniferi, non posso assumere sostanze, non potrei nemmeno bere, lo faccio lo stesso.
i soldi che guadagno mi permettono di vivere dignitosamente, avere cibo non contaminato. Il mio è un servizio per gli altri, senza di me si perderebbero, sono bravo nel mio lavoro.

mi abbraccia.
si spoglia.
facciamo l’amore. Sul tavolo.
faccio la doccia, resto sotto l’acqua, la spreco, lei mi raggiunge. Penso avesse ragione sul rifare la cabina doccia abbastanza grande da starci in due.
guardiamo la pioggia bagnare il nostro giardino con un bicchiere di vino in mano, qui fa caldo, resto senza maglia, i pantaloni leggeri, scalzo, lei è qui di fianco, siamo incantati, guardiamo le piante muoversi e bagnarsi, dice: Mi riempie il cuore il nostro giardino. Lei sa che scherzo quando sorrido e dico: Non vuol dire un cazzo che ti riempie il cuore, e mi risponde: Perché il tuo cuore è gelido, non sai cosa vuol dire averlo caldo. È seria nel dirlo, qualcosa non va, guarda avanti, non chiude gli occhi, li tiene spalancati.
mi parla. Lo fa in francese. Perché? Non la capisco. Non so il francese.
che dici?
il suo volto si sposta, un centimetro più a sinistra uno più a destra.
la stanza si riempie di luce. Da dietro di lei vengo abbagliato, un faro?
è in fondo alla stanza, la chiamo, non risponde, avrà le cuffie, pensa ad altro. Mi limito ad aspettare. Effetto collaterale? Aspetto che passi. Quando si è allontanata? È in giardino. Ferma sotto la tempesta. Al sole ora. Ristabilire. Qualcosa non va. Non è più nella stanza. Il sole è alto. Ha smesso di piovere? La chiamo. Dovrei restare in silenzio e cercare di concentrarmi così come mi hanno insegnato a respirare per distaccarmi dal Delirio, la raggiungo, guardo da vicino l’acqua colpire le foglie, metto i piedi nella terra, nell’erba fresca, il cielo è scuro, affondo nel terreno, piove ancora più forte, e lei non c’è, il mio busto va dentro, sprofondo nel fango, lavori di giardinaggio fatti male? Sto perdendo il senso, le cose non mi sono chiare, mi sento bene, sono preoccupato, lei mi prova a prendere uscendo di corsa di casa ma lo vedo che non è lei che arriva dalla doccia e le cade l’asciugamano e nuda allunga la mano me la stringe dal polso prova a tirarmi al suo corpo sto ridendo mi sembra di farlo


Francesco Cane Barca è nato a Genova. Antifascista, vegetariano e surfista. Ha pubblicato racconti su «Carmilla», «Utsanga», «Spore», «Neutopia», ecc. Dopo diversi anni in progetti di scrittura collettiva ha pubblicato nel 2021 la raccolta Strani soli per Zona42, e nel 2022 il suo primo romanzo da solista Le fortune di Alexander Sand, sempre per Zona42. Il terzo libro sta arrivando. Nel tempo libero lavora e beve vino.


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