Papaveri – racconto inedito di Francesca Mattei | Opera morta

L’opera morta è la parte emersa di uno scafo. È lo spazio che occupiamo su una nave, mentre sotto di noi l’opera viva, i motori, le eliche si affaticano e ci trasportano senza farsi notare. La parte vivente della nave si muove a noi indifferente, come noi lo siamo a lei, dimentichi di essere ospiti, niente più di un carico.  
A meno che tempeste, rocce, iceberg non intervengano a ricordarcelo.
È nell’indagine sul rapporto del reale con tutto ciò che è occultato sotto e intorno a noi, con ciò che si intravede nelle fratture che crepano la parte visibile del mondo – il rapporto, il conflitto, tra opera viva e opera morta –, che risiede il senso profondo di questa rubrica di racconti inediti. Per questo intendiamo superare etichette, distinzioni e concetti di genere, accogliendo tutte le possibilità che il racconto offre: dalla narrazione realistica al fantastico e al weird, dal racconto impegnato a quello intimistico, dalla microfiction alle commistioni con la saggistica.
I fari che guideranno la nostra ricerca sono la letterarietà e la sperimentazione. Con letterarietà intendiamo l’uso consapevole e coraggioso della lingua e la ricerca di una propria voce di scrittor* (che può essere urlata, sussurrata, persino negata). E poi la sperimentazione: propendiamo per autor* che osano, che offrono punti di vista inediti, disturbanti, profetici.
Il terzo racconto di Opera morta è Papaveri di Francesca Mattei. Gli altri racconti sono L’ultimo Gaijin di Cesare Sinatti e Breve storia delle voragini di Mauro Tetti.

A cura di Claudio Bello e Daria De Pascale


Un ciuffo di papaveri cresce lungo l’argine. Mic lo risale e li calpesta.
Io arranco dietro di lui. Quando arriva in cima mi tende una mano.
«Faccio da sola» dico.
«Stronza».
Ha ragione. Mi sono arrabbiata per i papaveri, ma lui li ha schiacciati per aiutarmi.
Ora si gira di nuovo, e comincia la discesa dall’altra parte. Lo seguo sobbalzando, con il fiatone. Non ho le scarpe adatte. Sempre con queste vecchie Superga di seconda mano, mezze rotte, che una volta sono state bianche. Che una volta sono state di qualcun altro.
Neanche Mic ha le scarpe adatte, ma a dire il vero non è un percorso difficile. È più una sorta di dosso che separa la strada dal letto del fiume. Non più alto di un paio di metri.
Quando lo scavalchiamo, ci si apre davanti il lungofiume. Il corso è quasi del tutto secco. Su entrambe le sponde si snodano due strette vie cementate, a loro volta costeggiate da una striscia di alberi e dagli argini.
Veniamo qui a passeggiare. Oppure a guardare le altre persone che passeggiano con i loro cani o con i loro figli mentre noi fumiamo seduti su una panchina di marmo. Anche il fiume è di marmo. Si chiama Frigido, immagino si chiami così perché è freddo, il che non lo rende diverso da qualsiasi altro fiume nel resto del mondo.
La vista, però, è unica. Da una parte vedi il mare, dall’altra i monti. Se dai le spalle all’uno hai di fronte gli altri, è così che ci orientiamo da queste parti e non è male. È facile. Ma quello che guardo davvero è Mic. Mic è bellissimo. Lunghe ciglia chiare, capelli castani e occhi verde brillante. Ha un paio di braccia tornite e tatuate, gambe e culo tonici, come fa a essere così? Quando mi mette una mano sul fianco mi circonda tutto il corpo. È incredibile, davvero. Eppure come tutti ogni tanto anche lui sbaglia, ogni tanto anche lui calpesta i papaveri.

La scorsa settimana mi ha portata a cena sul mare in un ristorante di pesce. Non sapevo cosa prendere, quindi ho chiesto delle linguine con il granchio blu, che era il piatto speciale del giorno. Mic ha ordinato gli gnocchetti al profumo di mare. La cameriera è arrossita quando lui l’ha guardata negli occhi e ha sorriso restituendole i menù. Il sole era quasi del tutto tramontato, lo potevamo vedere scomparire dietro l’orizzonte dalla veranda dove si trovava il nostro tavolo. C’erano altre coppie, oltre a noi. Tutte uguali a noi – uomo/donna, sulla trentina, profumati –, o almeno non del tutto dissimili. La bottiglia di bianco è arrivata subito e ho assaggiato io, anche se non so niente di vini. Non ho gusto per quel che riguarda l’alcol – o per quel che riguarda qualsiasi altra esperienza che può darti piacere senza bisogno che sia di qualità, come il sonno, le droghe o il sesso. Ho detto che il vino era buono e la cameriera l’ha versato nei nostri calici e poi l’ha messo in fresco nel secchiello che aveva portato su un carrellino di acciaio. C’era una brezza piacevole che portava odore salmastro.
Mic e io abbiamo questa cosa: quando siamo seduti a tavola insieme facciamo sempre un po’ di rassegna stampa, per trovare spunti di conversazione dalle notizie e per restare aggiornati. Leggiamo di tutto, anche cose che non ci interessano affatto, come magazine online di moda o arredamento. Quella sera ho aperto il sito di una testata locale. Il primo titolo diceva: Scoperto amianto nel tetto condominiale. Evacuate 12 famiglie. Nella nostra zona non c’è un tetto che non ne abbia un po’. È stata un polo industriale, che si è gonfiato di fabbriche nel corso degli anni Ottanta e poi si è sgonfiato in fretta dopo l’esplosione dello stabilimento della Farmoplant nel 1988. L’articolo, chissà perché, ricordava anche questo episodio e poi continuava: «Le famiglie che non hanno trovato una soluzione saranno sistemate temporaneamente nella ex colonia Torino in zona Partaccia», cioè a poche centinaia di metri da dove ci trovavamo in quel momento. Mic ha buttato giù il vino e ha scosso la testa.
«Brutta storia» ha detto. «Pensa svegliarti e scoprire che la tua casa è tossica».
Che non mi sembrava poi tanto diverso da quello che si sarebbe potuto dire della città intera.
La cameriera ci ha servito un’entrée che consisteva in una spuma di pesce bianca, e io istintivamente ho pensato che avremmo speso un sacco di soldi. L’ambiente era elegante, anche se non sembrava turistico. O almeno non solo. La nostra cameriera era una ragazza carina, con i capelli biondi legati in una coda e un trucco leggero, color pesca, che copriva un viso a sua volta color pesca. Ma la divisa che indossava non portava il logo del ristorante. Consisteva in una semplice camicia bianca, che probabilmente aveva portato da casa, su leggings neri. È da questi dettagli che capisci che il servizio è buono ma non pretenzioso. Me lo ha insegnato Mic, che per un po’ ha fatto il cameriere.
La spuma era buonissima. Sapeva di lime e freschezza e un pesce che non ho saputo identificare. L’ultimo spicchio di sole era rosso rosso come una macchia di sangue e il mare lo rifletteva in parte. Sprigionava un colore violento, eppure in cielo diffondeva dei toni tenui di lilla e rosa. I gabbiani si posavano sugli scogli, sbocconcellando la spazzatura dimenticata dai bagnanti. Ce ne stavamo lì, a stringerci ogni tanto la mano, tra un boccone di spuma e l’altro. Guardavo un po’ Mic e un po’ il panorama, il vino cominciava a fare effetto e ho pensato che Massa ha l’amianto, però ha anche il mare.
Ed è stato in quel momento che Mic ha indicato qualcosa alle mie spalle. Un cameriere alto e bruno stava armeggiando con un paio di lunghe pinze dentro un acquario.
«Guarda, lo sta prendendo per te».
Un grande granchio color madreperla sgambettava nell’aria, stretto nella morsa solida e delicata delle pinze del cameriere. Prima che noi possiamo mangiarli, gli animali devono morire – nella maggior parte dei casi, si intende. Ma questa volta è stato diverso. Quello specifico animale stava morendo specificatamente per me, quindi ero stata io a decidere la sua sorte.
«Non volevo» mi è scappato.
«Se non lo avessi preso tu, lo avrebbe comunque ordinato qualcun altro».
Nell’acquario era rimasto ancora un granchio. Perché il cameriere aveva pescato proprio quello? Perché un gesto così casuale poteva determinare un evento così definitivo come la morte?
Perché i nostri momenti di felicità passano sempre attraverso la violenza, immagino.
Ho detto a Mic che lo avrei mangiato lo stesso, per non essere ipocrita.
«Bisogna saper vivere la contraddizione» ha detto lui.
A me saper vivere sembra già abbastanza. Ma so che ha ragione, ovviamente. Viviamo immersi, circondati, assuefatti, accecati, protetti e alimentati dalla sofferenza; in qualche modo dobbiamo pur guadagnarne qualcosa.
«Lo dici solo per non sentirti in colpa» ho risposto, quando era ovvio che lui non si sentiva affatto in colpa.
«E per cosa?»
Non mi aveva convinta, perché non volevo lasciarmi convincere.
«Sai cosa faceva Ted Bundy mentre uccideva giovani donne in giro per gli Stati Uniti?»
Guidava un Maggiolino color crema. Era esatto, ma non era la risposta che voleva.
«Assisteva una vecchietta scippata, inseguendo il ladro e consegnandolo alle forze dell’ordine. Ha trovato anche il tempo per salvare la vita a un bambino che stava annegando in un lago. Non è tutto bianco o nero. La stessa persona che è in grado di salvare una vita è anche capace di dare la morte».
Era una frase pomposa da dire, ma Mic mi guardava come se mi stesse prendendo in giro.
«E sai come è stato beccato Ted Bundy?» ho rilanciato io.
Ha scosso la testa, sorridendo a labbra chiuse per non far uscire il vino. Sapeva dove volevo andare a parare.
«Non è stato beccato. Almeno non quando avrebbe potuto esserlo. Un’amica che lavorava alle indagini aveva avuto dei dubbi su di lui, perché era uguale all’identikit, ma lo ha scartato dai sospettati, e persino la sua ragazza lo aveva segnalato. Ma tutti lo ritenevano un uomo così esemplare da non riuscire in alcun modo a pensare che il killer fosse lui. Lo hanno fermato a un posto di controllo, quindi alla fine è stata una casualità. Lo hanno trovato proprio mentre non lo stavano cercando».
Mic ha mandato giù il vino e ha assunto un’aria trionfante: «E questo non conferma forse la mia tesi? La stessa persona che si dimostrava affabile con la comunità la stava decimando. Stava vivendo la contraddizione».
«E sai cosa ha fatto una volta arrestato?» ho proseguito io, ignorandolo.
Mic non lo sapeva, o forse sì, ma preferiva lasciare che lo raccontassi.
«Ha provato a fuggire. Due volte. La prima si è lanciato da una finestra. Lanciato da una finestra, capisci? Lo ha visto una signora che entrava nel tribunale, altrimenti non se ne sarebbe accorto nessuno. La seconda volta ha rubato un’auto, ha preso un aereo e poi un autobus, ha fatto fuori diverse studentesse e una bambina. Lo hanno ritrovato solo due mesi dopo, alla guida di una macchina rubata».
Mic era sempre più divertito. Il cielo si era fatto scuro e l’aria fresca.
«Lui se ne fregava della contraddizione, voleva solo uccidere quante più persone possibile».
In quel momento un piatto di linguine si è materializzato sotto il mio naso. La cameriera ci ha augurato buon appetito ed è scivolata via silenziosa. Il granchio era stato lasciato intero ed era appoggiato sopra al nido di pasta, con le chele rivolte verso la mia faccia. Il carapace si era leggermente scurito per via della cottura. Non vedevo gli occhi, se li aveva ancora.
Un paio di clienti si sono voltati a osservare il mio pasto e poi hanno sussurrato tra di loro curiosi, forse ingolositi. Il piatto di Mic era molto più discreto.
Ho sollevato l’animale per guardarlo da sotto. Era come bucato. La polpa, morbida e traslucida, trasudava una sostanza succosa. L’addome dell’animale era particolarmente grasso. L’ho ripulito per intero, lasciando che la carne cadesse nel piatto insieme all’aglio e al prezzemolo, e ho succhiato le chele. Il granchio era enorme e vagamente minaccioso, ma non blu. Non so se era buono, perché stavo pensando alla morte, ma immagino che quello facesse parte dell’esperienza.
Al termine della cena abbiamo ordinato un dolce. Quello di Mic era migliore del mio. Nel sapore e nell’aspetto. Abbiamo preso anche una seconda bottiglia di vino, quindi alla fine eravamo completamente ubriachi.
«Comunque sia un serial killer non è un esempio rappresentativo della popolazione» ha detto Mic.
La luna era piccolissima. Davvero. Sembrava la punta di un’unghia: sottile, lattiginosa. Pareva fatta apposta per essere guardata, così piccola in mezzo a tanto nero. Sapevo che quei pensieri derivavano dal vino, ma non mi interessava. Quando bevo riesco a essere sentimentale senza vergognarmene.
Mic mi ha offerto una forchettata del suo dessert, imboccandomi. A quel punto ero certa che tutte le altre coppie ci invidiassero. Lo capivo dal modo in cui ci sbirciavano mentre credevano di non essere viste. Le donne guardavano Mic, la sua bellezza e la sua premura, e gli uomini sapevano che avremmo fatto sesso quella notte. Basta così poco per essere una coppia, a volte.

E nonostante i papaveri ora ce ne stiamo seduti sulla panchina a fumare – oggi è uno di quei giorni in cui guardiamo gli altri che passeggiano – con le schiene che si toccano e si sostengono a vicenda, di modo che io guardi i monti e lui il mare. A volte penso che lo odio solo perché non ci siamo conosciuti da giovani. Non siamo vecchi. Abbiamo compiuto trentatré anni il mese scorso, entrambi nati a maggio. Eppure quando l’ho incontrato, due anni fa, aveva già i primi peli bianchi sulla barba e una serie di storie che facevano parte del suo passato e che io non avevo vissuto con lui. Mi fa infuriare non esserci conosciuti nei nostri momenti di passaggio. È frustrante arrivare a cose già fatte, ti lascia una sensazione permanente di estraneità. La prima volta che ho pensato alla vecchiaia, che ci ho pensato davvero, è stato vedendo Mark Renton, ossia Ewan McGregor che lo interpretava in Trainspotting. Il film era uscito da almeno vent’anni e io lo stavo guardando per l’ennesima volta. D’un tratto è comparsa questa figura in canottiera, che si poggiava sul cofano di una macchina e ci guardava dentro. È bellissimo, ho pensato. E subito dopo: È un ragazzo che non c’è più. Ma io lo volevo.
Ecco, Mic è un ragazzo che non c’è più e che io non posso avere.
Il Mic di adesso fuma osservando il mare. Non so se questa è una lite, non ne ha affatto l’aspetto, ma forse un po’ sono arrabbiata con lui. Perché ha calpestato i papaveri senza neanche farci caso e perché non conoscerà mai la ragazza che un tempo sono stata.
«Vuoi bere qualcosa?»
Allontano la mia schiena dalla sua, che cede leggermente, impreparata al movimento.
«Sì» rispondo.
Ci scrutiamo in silenzio per un po’. Il sole gli ha arrossato le guance. C’è tutta questa bellissima faccia rivolta verso di me, che non mi riguarda per niente, che mi sembra lontana.
Mi dà una pacca sul ginocchio, con la sua grande mano asciutta. La tiene sulla mia gamba.
«Allora andiamo».
Mi alzo per prima e lui mi segue. Il fiume scorre lentamente. Quasi non fa rumore.
Mi avvio verso l’argine e lo risalgo. Quando arrivo in cima gli tendo una mano e lui la afferra.

Nella rassegna stampa di questa mattina è spuntato un articolo che parlava del granchio blu. L’ho mostrato a Mic, che ha scosso la testa, ancora assonnato. Masticava una manciata di cereali. Un rivolo di latte gli è scivolato al lato della bocca e poi giù lungo il collo. Non so davvero come faccia a essere così bello anche in momenti come questo.
«Il granchio blu ha invaso il delta del Po. È grosso, alloctono e soprattutto vorace».
Il granchio blu mangia, se non mangiato. Evidentemente vive la contraddizione.
A differenza di quello che avevo visto adagiato nel mio piatto, il crostaceo raffigurato nella fotografia aveva le chele blu.
«In fondo hai aiutato a riequilibrare l’ecosistema. Immagino sia così che funziona la catena alimentare».
«Immagino non sia affatto così che funziona, Mic».
Ha scrollato le spalle, per lui la questione era chiusa. Viviamo in una città dove i monti si vendono, che male può fare mangiarsi un granchio blu?
L’articolo entrava nel dettaglio. Diceva che è ghiotto di vongole, che non ha predatori naturali e si riproduce in modo incontrollato. A causa del surriscaldamento globale, le nostre acque sono diventate molto ospitali per lui. Questa situazione permette a lui di proliferare velocemente e a noi di ucciderlo e metterlo per intero dentro un piatto di pasta.
Ho guardato Mic alzarsi, sparecchiare, sciacquare le nostre ciotole nel lavandino e poi riporle al loro posto con cura. Un gesto che forse non avrebbe fatto a vent’anni. Ma io non posso saperlo.
Moriremo, un giorno, come il granchio blu. Come qualsiasi creatura che per un po’ è stata viva su questa Terra e poi ha smesso di esserlo.
Nel frattempo Mic svuota la moka nel cestino, la lava sotto l’acqua tiepida e poi la lascia asciugare nello scolapiatti, mentre io lo osservo inanellare una dopo l’altra tutte queste abitudini solide, eterne, che ha costruito in un tempo prima – e senza – di me.


Francesca Mattei ha esordito con Pidgin Edizioni nel 2021, con la raccolta di racconti Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa (finalista premio POP e premio John Fante). Suoi testi sono apparsi su diverse riviste e antologie tra le quali Vite sottopelle. Racconti sull’identità (Tuga Edizioni), Human/ (Moscabianca Edizioni), Biassanot (Battaglia Edizioni), Cloris (Pidgin Edizioni). Ha preso parte a È giusto che finisca così, primo volume della “trilogia della vertigine”, edito da CTRL Magazine. Nel novembre 2022 è uscita la sua novella Gli stessi occhi, nella collana 42 Nodi per Zona 42.