Pachiderma Letizia Polini

il corpo a pezzi / l’ha sparpagliato sul tavolo. 5 testi da Pachiderma di Letizia Polini

Risorge Presa d’aria, rubrica di poesia inedita e poetica a cura di Matteo Cristiano e Dimitri Milleri, in veste rinnovata per il 2025. Da quest’anno niente più interviste classiche: solo testi di critica apparentemente classici, in realtà strutturalmente ibridi, fortemente partecipati e pensati per ricostruire i vari scambi avuti con l* autor* nel tempo. Il tutto tramite la voce dell* redattor*. Il secondo episodio, dalla durata epocale, vede il dialogo di Matteo e Letizia Polini (1988) a partire da alcuni testi da Pachiderma.


tu non lo sai mai cosa diventi
puoi ritrovarti mutilata
può piacerti strisciare
(3)

Chi bussa alla porta

C’è una differenza importante tra l’attrazione verso le forme dello splatter – le sbrodolate di sangue, il caos – e l’attrazione verso, diciamo, la chirurgia. Lo splatter risponde a un bisogno di distruzione violenta, di sadismo esplosivo. Mentre coloro che si chiedono come si colleghi il tendine all’osso dell’articolazione, volendo incidere la pelle per guardarci dentro, queste persone sono mosse da necessità diverse rispetto a quelle caotiche dello splatter.

Quando, tanti mesi fa, ho letto le pagine di Pachiderma di Letizia Polini, mi sembrava chiaro che l’andamento lacunoso, non lineare, di questo “cortometraggio” nascondesse in realtà un principio ordinatore ad alto gradiente. L’entropia espressa dai movimenti di questo testo è in realtà direttamente proporzionale allo spirito analitico. Intanto i mesi sono passati e i ritardi redazionali hanno lasciato a Pachiderma il tempo di sedimentarsi. Mi sono sentito in colpa per aver lasciato Letizia appesa al link zoom con il quale avremmo fatto la seconda parte dell’intervista, e di colpa effettivamente ne ho. Però quel pensiero laterale, quell’attrazione verso il corpo che andava scrostato, quella voglia di rimettere insieme i pezzi: queste scene non le ho scordate facilmente e volevo approfondirle. L’intervista, alla fine, l’abbiamo fatta: abbiamo dialogato di anatomia, di BDSM, di ossessività, di ripugnanza. I testi li leggete subito, prima di entrare nella conversazione.

Cinque testi inediti da Pachiderma, Letizia Polini

(1)

lei dorme in un buco. lei è nel centro

di una stanza traslucida. questa volta si è tagliata fino all'osso. sanguina.

nessuno sa sanguinare come lei non me lo sono mai dimenticato

dopo la caduta ha mostrato l'osso sono serviti cinque punti di sutura

il cane che voleva salvare è vivo e libero. lei no. lei sanguina e si vede l'osso.

dice di smettere di piangere e di sanguinare

si dà buoni consigli mentre si tortura

ha ammesso di aver barato quando ha mostrato il corpo a pezzi

l'ha sparpagliato sul tavolo

la voce le si era liquefatta su ogni superficie tutto grondava del suo liquido

diceva qualcuno deve rimettere insieme i pezzi prima o poi con

una colla buona. asciuga asciuga la voce diceva

in ospedale le aveva tenuto la mano

mentre un velo con un buco le toglieva l'aria

serve per isolare la parte da cucire.


e questo buco

da questo buco, che si posiziona in laterale in ogni stanza, parte una linea diagonale


una macchia le intralcia la visione


fa sempre piccoli movimenti ondulatori

fa sempre piccoli movimenti

anche quando sembra ferma

(2)

del corpo che andava disincrostato

se ne sono accorti mentre guardava la mensola più alta quella dei volatili imbalsamati.


si addormentava per difendersi.


potrebbe marcire da un momento all'altro

sa che dovrà imparare a nuotare teme prima dovrà avere il coraggio di affogare

deve forzare lo spazio e sradicare la voce mozzata


distendere di nuovo la mano serrare il pugno.


gli strilli questa volta sono due più i vetri rotti.

è mutilata per questo non.


le hanno tolto gli organi sensori


raccoglie i pezzi

ma ha questo presentimento

ha il presentimento che

lei immagina che

presto il suo corpo andrà in fiamme


pensa ancora a quella caduta


si chiede della sensazione che produce un posto sicuro

si chiede se è mai stata in un posto sicuro

considera di diventare un animale

di perdere la parola

di seguire un odore

(6)

non è mai stata dentro una forma da quando ha saputo che tutto può essere decapitato.

dalla mattina blu e per qualche anno successivo le si è formato uno spiraglio in fondo al

cranio

per qualche mese ciò che era fuori le ha trapassato l'epidermide

contaminando strati sottostanti fino al derma papillare e reticolare.

così, periodicamente, si faceva tagli profondi per far uscire certe immagini

voleva studiarne temperatura colore consistenza.


un giorno ha aperto una caverna per ogni cosa che non ha avuto il coraggio di volere

(16)

si è occupata di lei solo con gli occhi

l'ha catturata fra palpebre e pupille

ogni organo si è fatto spazio nell'orbita oculare.


si è espansa appena ha tagliato la parte

si è accorta che il suo dolore

(per forma, fattezze, colori e densità) respinge


un feto da un ventre trasparente la guarda

la sdoppia

lei ha la faccia scottata incastonata di sale


spezza ed estirpa le radici per fare spazio

per venire

esondare


è lontana

prosegue per la prima volta.


quando allunga le mani nel buco

un alone chiaro illumina la pulsazione


chiudendo i buchi ne ha aperti di più grandi

questa volta non soffoca

(19)

mangia per la prima volta e per la prima volta ha paura

a ritroso è sempre pericoloso

il pensiero quando ricorda è straniante. si porta avanti per assicurarsi

un dirupo


non ha mai saputo compiere una serie di movimenti ordinati per reggersi e muoversi

nell’acqua

questo le fa temere grandi porzioni di pianeta

quel bianco deve cancellare la casa

lo strisciare

deve cancellare la madre

deve cancellare il padre


la pace ha ancora la forma di un pugno o di un movimento violento

il primo soffocamento quello roteante


quando ti ha tirata per i capelli

ti ha deposto in un caldo buio scintillante

il sole è caduto

sotto il livello della superficie granulosa


la madre l'ha scritto che non sa come arrivare a lunedì

e che non sa bloccare il dolore neanche per un giorno

nello stesso foglio ha annotato una ricetta che non farà mai

scrive per far coincidere dolore e crescita degli arti


del corpo resta poco:


giusto le parti necrotiche dei tessuti, gli spasmi muscolari,

la voce espansa

Giocare con il lego

Quelli presentati qui sono solo cinque movimenti estratti da un’opera che ne conta in totale 24. A occhio, quella che definirei la poetica di Polini è data dalla ossessività materiale della ricerca. Ricerca di che? Domanda ingenua, direi: è il paradigma della ricerca in sé ad animare questa forma di scrittura. Prendiamo un testo precedente dal quale trarre ancora qualche direttrice:

quando ho visto una forma nuova 		ho cercato di  

scomporla

provenienza crescita mutazioni

vedi qualche irregolarità?


dalla pelle scavi fin dentro l’encefalo ogni giorno

perdi 70.000 cellule e non lo sai però menti

rimpiazzi ogni vuoto in tempi brevi


in questo slancio [dicono di rinnovamento] l’errore è

lasciarsi infettare da certe presenze


[stadio 2 di espansione]

soldatini e sentinella devono essere estirpati

prima dell’avanzata


Come vorresti battezzarlo questo essere?

Ti va bene chiamarlo Tumorino?


si direbbe sintomo o mostro ancestrale

si insinua nell’amore fino a godere

(Subsidienza, Puntoacapo, 2024, p. 41)

Questo testo, incluso in Subsidenza – la precedente raccolta di Polini – ci aiuta a fissare alcuni termini principali, ovvero: forma, scomposizione, infezione. Il termine forma ricorre una ventina di volte in Subsidenza ed è il complemento dell’ossessività della ricerca di cui si diceva. Uno dei problemi principali dello svolgimento delle sue opere è il trovare la forma, intendendo per forma il luogo di incontro tra l’entropia individuale (semantica, affettiva, mistica, ecc.) e la sua sistematizzazione esecutiva. Qui entra in gioco la chirurgia e l’anatomia: il principio ossessivo di formalizzazione richiede un processo di scomposizione e ricomposizione che potrebbe essere infinito (e infatti, chi volesse trovare una conclusione in Pachiderma avrebbe un bel lavoro da fare).

Questo sembra il principio che governa i movimenti di Pachiderma. La necessità di scomporre minuziosamente, di scavare fino all’osso per poi rimettere insieme i pezzi con una colla buona, al fine di comprendere il corpo, i corpi e ciò che li compongono. E nella scomposizione e nella ricerca delle nuove forme si scoprono le malattie, si scoprono le storture: la superficie si squarcia e il pus che esce dall’infezione (ultimo lemma della triade da cui siamo partit) interna sconvolge e impone una nuova svolta nella ricerca della forma. Mi chiedo se il pachiderma, il tumorino e il feto siano solo metafore del male: non il male ipostatizzato manicheo, ma il male della malattia sociale.

Pachiderma

Sottrazione e non finito

Letizia mi racconta della genesi di questo testo, e anche in questo si rivede nel processo di bricolage che ho cercato di descrivere: all’inizio fu un racconto, una forma lineare che da A portasse a B. Poi, un po’ michelangiolescamente, tra cassature e liberazione di spazi, dalla forma grezza del racconto ha fatto venir fuori la forma che vediamo ora. Che di lineare ha solo, appunto, l’intenzione, ovvero quella della scomposizione ossessiva, «ho fatto fuori tutto».

Il racconto ha perso le sue caratteristiche di narratività e rimane questo cortometraggio ecfrastico, di forma (metaforicamente) elicoidale. Da un movimento all’altro si comprende che c’è uno stacco, che all’interno delle scene alcuni non detti impongono uno scatto di significato, ma chi legge resta lì ad arrovellarsi verso un centro mancante. Parlando con Letizia mi è venuta in mente la zecca: questo processo senza fine di scavo verso l’osso, spasmodico. La nostra chirurga, comunque, ha iniziato già con Macula a sviluppare questi procedimenti, mi dice che «in Macula mi interessava il fatto di vedere le cose così da vicino da non riuscire a vederle più, da arrivare a deformarle».

Acciaio chirurgico

Con il camice bianco, immacolato nonostante stia, probabilmente roteando l’articolazione del ginocchio per sondarne la mobilità. Polini mette sulla pagina un processo di formalizzazione attraverso un lessico e contenuto di carattere quasi scientifico. Le immagini sono tridimensionali, parlo di ecfrasi perché i movimenti sembrano dei piano-sequenza dalla focalizzazione veramente scientifica. Quello che importa, infatti, a Letizia, è una certa autonomia dell’oggetto. I corpi esistono nella loro composizione materiale e biologica, e poco, in realtà deve spaventare la durezza di queste immagini. Non è facile, scontato, proporre opere di questa crudezza: ma, ripetiamo, non è il gusto dello splatter che muove queste pagine. È piuttosto una funzione disgregatrice che muove il sottosuolo dell’intimità. Non succederà mai che ci metteremo a scavare il nostro avambraccio per vederne l’osso, ma qualcosa di attraente, di morbosamente nostro si percepisce nella lettura.

L’effetto è ricercato dall’autrice, sia nelle sue opere che in quelle che fruisce: «mi piace quello che in qualche modo tocca il corpo». Virginia Niri è statə tiratə in causa diverse volte durante la conversazione: prima perché, durante una presentazione di Giochi di dolore (effequ) alla libreria l’Ornitorinco di Firenze, alla domanda su cosa lə rendesse felice rispose “mi rende felice fare ricerca, ricercare” (che ho subito legato all’ossessività di Letizia). Poi perché, sulla mensolina alle spalle di Letizia, Giochi di dolore rappresenta, per lei, uno spunto veramente essenziale per la sua ricerca. Le forme di dolore corporeo come liberazione dai traumi, l’agire la corporeità, ribaltare le forme di percezione corporea.

Così si torna al principio

La sensazione che provo finendo di scrivere queste pagine è di trovarmi di fronte a un’autrice che resta lontana dalla “letterarietà”, che non definirei di ricerca nel senso della scrittura, ne tanto meno di liricità o quant’altro. Quella di Polini è una letterarietà dello sforzo, la letterarietà della formalizzazione. Per quanto alcuni tic linguistico-formali non mi appartengono, riconosco dietro queste pagine la compattezza di un’epistemologia, il che rende, a mio avviso, tanto più autentica la scrittura. Pachiderma possiede la forza centrifuga del perturbante e dello sconcerto mettendo sulla pagina una sala operatoria del corpo e del testo. Così come possiede quella forza centripeta che rende assillante la ricerca di un punto finale, sempre spostato un po’ più in là, verso qualcosa che ancora non si comprende. Personalmente, in questi testi trovo il fermento individuale e la psicosi collettiva. Trovo la disciplina del sé e l’impossibilità di unire i punti del senso dell’esistente.



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Letizia Polini (Fermo, 20/08/1988) vive a Bologna. Ha pubblicato Macula (Ensemble, 2022) e Subsidenza (Puntoacapo Editrice, 2024). Vincitrice di Bologna in Lettere 2024 nelle sezioni Raccolta inedita e Poesia inedita. Tra i vincitori e le vincitrici del Premio Ossi di Seppia 2023. Suoi testi sono presenti in riviste online e cartacee. Collabora con la rivista di letteratura Versodove.