Le cose sono come sembrano – 5 poesie di C.D. Wright

«Things are as they seem». Quando ho letto questo verso di Carolyn D. (C.D.) Wright nella traduzione di Riccardo Duranti mi è venuta subito in mente la celebre ammonizione/indizio del Gigante in Twin Peaks: «The owls are not what they seem». Per quanto apparentemente siano affermazioni di senso opposto, non vedo una grande differenza concettuale: in nessuno dei due casi things are things. Che siano o non siano quello che sembrano (o come sembrano), le cose esprimono un’alterità nel momento in cui vengono messe in scena artisticamente, quindi in atto. Parliamo di poesia, di esiti artistici e quindi non scarnamente denotativi, di una dialettica aperta tra realtà e rappresentazione: elementi percettivi e cognitivi che vengono allacciati e messi in relazione, dando luogo a un nodo che è forma ulteriore non direttamente riconducibile ai passaggi precedenti. Oltre/altro da sé, variante entropica di sé.

Oltre alla frase del Gigante, rilevo un’altra connessione tra l’universo di Lynch e la poesia di C.D. Wright: l’ambientazione. Anche qui parliamo di paesaggi opposti ma legati da una comune radice essenziale e primigenia, la presenza di un tetro mistero materico dietro la superficie del visibile: da un lato i boschi cupi di Twin Peaks, cittadina immaginaria dello Stato di Washington nel nord-ovest americano, dall’altro le atmosfere rurali, pre-moderne delle Ozark Mountains in Arkansas, lo stato che ha dato i natali a C.D. Wright, quel Deep South che (un po’ come la prima stagione di True Detective per perseverare nell’incrocio poesia-serialità televisiva) è entrato nelle viscere della sua poesia per suoni, visioni, sensazioni olfattive, esperienze radicali (vedi Bent Tones, la poesia più antica della selezione).

Nel 1998 Stephanie Burt, ora professoressa di Letteratura Inglese ad Harvard, ha coniato in una recensione per il Boston Review il concetto di Elliptical poetry, categoria critica assai discutibile chiamata a includere tutte le scritture poetiche prive di un carattere referenziale, assertivo o prosaico. Burt aveva sintetizzato un concetto sin troppo ampio per identificare le scritture che definiva «post-avant-gardist, or post­-postmodern», includendovi anche le poesie di C.D. Wright.

The prime characteristic of this kind of poetry is not the nature of its imagery but its obscurity, its urgent suggestion that you add something to the poem without telling what that something is.

Stephanie Burt

C. D. Wright, durante un’intervista su Jacket Magazine, ha evidenziato le sue perplessità a proposito di questa classificazione, rivendicando per la propria poesia lo stato di scrittura «not obscure […], not conceptual», bensì «cranky, idiosyncratic, privately allusive, […] country but sophisticated». La prospettiva di Wright non è riducibile a mera rielaborazione linguistica di materiale preletterario, bensì tentativo di portare all’estremo ogni evidenza esperibile, usando come nessi logici le sinestesie, i bagliori, le volute, le «circonvallazioni di luce».

Wright dà credito alle immagini quotidiane come alle allucinazioni visionarie, considerando ambedue gli ordini come parte integrante di un «perennial present», un panorama del quale restituire i complessi chiaroscuri. Ella mette alla prova la resistenza elastica della forma: nella sua memoria dedicata a Wright e pubblicata in calce alle poesie in questo post, il suo traduttore e amico Riccardo Duranti ci fa notare come le poesie in our only time (già apparsa su Interno Poesia), until words turn to moss (da Cooling Time: An American Poetry Vigil, 2005) e elation washed over our absence toward everything in the increasing darkness (che potete leggere in questo nostro articolo, insieme ad alcune poesie e una testimonianza di suo marito Forrest Gander) risultino sospese e omissive solo a chi non si renda conto che il verso finale è in realtà il titolo. Laddove si sospettava la reticenza, ecco che Wright aveva organizzato un incastro ellittico sì, ma in senso geometrico: una struttura circolare imperfetta che nella forma chiusa vuole esaltare la vertigine.

Bernardo Pacini

Di seguito, 5 poesie nella traduzione inedita di Riccardo Duranti e un testo di quest’ultimo in memoria di C.D. Wright.


5 poesie di C.D. Wright

from Translations of the Gospel Back Into Tongues (1982) 

Bent Tones

There was a dance at the black school.
In the shot houses people were busy. 

A woman washed her boy in a basin, sucking
a cube of ice to get the cool. 

The sun drove a man in the ground like a stake.
Before his short breath climbed the kitchen's steps 

She skipped down the walk in a clean dress.
Bad meat on the counter. In the sky, broken glass. 

When the local hit the trestle everything trembled —The trees she blew out of, the shiver owl, 

lights next door — With her fast eye
she could see Floyd Little
changing his shirt for the umpteenth time. 

from Rising, Falling, Hovering (2008)

Re: Happiness, in pursuit thereof

We would be mercurochrome to one another
bee balm or chamomile. We should be concrete,
glass, and spandex. We should be digital or,
at least, early. Be ivory-billed. Invisible 
except to the most prepared observer.
We will be stardust. Ancient tailings
of nothing. Elapsed breath. No, 
we must first be ice. Be nails. Be teeth.
Be lightning.

from String Light (1991)

Humidity 

There are no houses no trees there is no body
of water. Things are as they seem.
They are driving around another beltway of light.
A hand glows under the radio’s green dial.

Both are taken up with their own itinerant thoughts
about the borrowed binoculars or mineral rights
to an unknown relative’s land. They are at a point in space
where animate dark meets inanimate darkness.
Flares from refineries ignite their faces.
There are no houses no trees…
Pods of satellite dishes focus on an unstable sky.
Soon they will exit and look for a cafe 
where there are people. We’ll hear them order
charcoal and beer, watching the fan work the smoke.
They could even take a room, and submit
unto the soaked bedding with one hundred strokes of night.
Here where the imperfection gives way to perfection;
there are no houses no trees and no body of water.
Things are as they seem.


from Cooling Time: An American Poetry Vigil (2005)

in our only time.

«Follow me» the voice, the long, longed-for voice stops
the writing hand. «I have your shoes.» Except
for a rotating fan, movement at a minimum. The plan,
if one can call it a plan, is to begin in what is known
to some as the perennial present; beginning
with a few sentences written in a kitchen while others
cling to their own images in twisted sheets of heat.
A napkin floats from a counter in lieu of a letter. Portals
of the back life part in silence: o verge
of song, o big eyelets of daylight. Leaving milk and bowl
on the table, leaving the house discalced. All this
mystery, mildly erotic. Even if one is terrified
of both death and the color red. Even if a message is sent
each of us in secrecy, no one can make it stay.
Notwithstanding scale—everything has its meaning,
every thing matters; no one a means, every one an end



until words turn to moss.

This was all roses, here, where an overblown house crowns
the hill, the whole field, roses, all the way to the end;
when the rosarian died, the partition of roses
began. We’ve come out of nowhere, literally,
nowhere, autumnal towns marked for destruction
by a phantom hand; houses held underwater, every bed
a sunken tub, tools drowned between rows, every keyhole
caulked; clouds hallucinating girls asleep
on a wedge of wedding cake; the white rose,
among the greatest of liars has begun
to show the debilitating effects of fame,
the ever-popular blaze placates a vase; the bad sons
of thunder beating back a strand of light; someone
who knows nothing apart from the rain
standing on a chair in muddy legs; the roses
blown into their cumulonimbuses,
and someone whose glove is recovered, a face
that doesn’t come clear, a face drawn under an umbrella,
beautiful, charcoal, beautiful, like words
that never get old, the sons of thunder beating
da Translations of the Gospel Back Into Tongues  (1982)

Toni sommessi

C’era un ballo giù alla scuola dei neri.
Nelle bettole la gente si dava da fare.

Una donna lavava suo figlio in un catino succhiando
un cubetto di ghiaccio per rinfrescarsi.

Il sole ficcò un uomo in terra come fosse un picchetto
prima che con affanno salisse i gradini fino in cucina

Lei scese il vialetto saltellando nel suo vestito pulito. 
Sul bancone carne andata a male. In cielo, schegge di vetro.

Quando il treno locale ha travolto il traliccio, ha tremato tutto -
anche gli alberi da cui è volata via, la civetta del brivido,

le luci dei vicini --  Col suo sguardo fermo
riusciva a vedere Floyd Little
cambiarsi la camicia per l‘ennesima volta. 

da Rising, Falling, Hovering (2008)

A proposito di: Felicità e suo conseguimento

Saremo mercurocromo l’uno per l’altra
balsamo d’ape o camomilla. Dovremmo essere cemento,
vetro o tessuto elasticizzato. Dovremmo essere digitali
o almeno in anticipo. Avere becchi d’avorio. Invisibili
tranne per gli osservatori più preparati.
Saremo polvere di stelle. Antiche scie
di nulla. Fiato passato. No,
prima dobbiamo essere ghiaccio. Unghie. Denti.
Essere fulmini. 

da String Light (1991)

Umidità

Non ci sono case né alberi non c’è neanche uno
specchio d’acqua. Le cose sono come sembrano.
Stanno girando su un’altra circonvallazione di luce.
Una mano riluce sotto il quadrante verde della radio.

Entrambi sono assorti nei propri pensieri vagabondi
su binocoli presi in prestito o i diritti minerari
sulla terra di un parente sconosciuto. Sono in un punto nello 
                                                                    [spazio
dove buio vivo si fonde con inanimata oscurità.
Bagliori dalle raffinerie accendono i loro volti.
Non ci sono case né alberi…
Le parabole puntano dritte a un cielo instabile.
Presto prenderanno un’uscita in cerca d’un caffè affollato. Li 
                                                                      [sentiremo 
ordinare brace e birra, fissando le pale dissipare il fumo.
Potrebbero anche affittare una stanza e sopportare
le lenzuola fradice di cento tocchi notturni.
Qui dove l’imperfezione cede alla perfezione;
non ci sono case né alberi e neanche uno specchio d’acqua.
Le cose sono come sembrano.

da Cooling Time: An American Poetry Vigil (2005)

nel solo tempo che abbiamo.

«Seguimi», la voce, a lungo, a lungo desiderata blocca
la mano che scrive. «Le tue scarpe ce l’ho io». A parte
un ventilatore acceso, movimento al minimo. Il programma,
se può chiamarsi un programma, è di cominciare con ciò che  
                                                                    [alcuni
chiamano il presente perenne; cominciando 
con poche frasi scritte in cucina mentre altre 
si aggrappano alle proprie immagini in contorte volute di calore.
Dal bancone svolazza un tovagliolo invece di una lettera. Le 
                                                                     [porte
sul retro della vita si separano in silenzio: oh bordura
di canto, oh grandi asole di luce diurna. Lasciando latte e ciotola
sul tavolo, lasciando la casa scalza. Tutto questo 
mistero, vagamente erotico. Anche se si è terrorizzati
dalla morte e dal rosso. Anche se viene mandato un messaggio 
segreto a entrambi, nessuno riesce a trattenerlo.
Malgrado la grandezza – ogni cosa ha il suo significato,
ogni cosa conta; nessuno è un mezzo, siamo tutti uno scopo

finché le parole non diventano muschio.

Era tutto rose, qui, dove una casa sfiorita incorona
la collina, l’intero campo, rose, tutto fino in fondo;
quando morì il cultore delle rose, iniziò la loro 
spartizione. Siamo spuntate dal nulla, letteralmente,
dal nulla, città autunnali segnate alla distruzione
da una mano fantasma; case tenute sottacqua, ogni aiuola
una vasca sommersa, attrezzi affogati tra i solchi, ogni serratura
otturata; nuvole creano allucinazioni di ragazze addormentate 
su una fetta di torta nuziale; la rosa bianca,
tra i più grandi bugiardi inizia 
a mostrare i debilitanti effetti della fama,
la sempre-popolare rosa Blaze pacifica il vaso; i figli malvagi
del tuono incalzano un filo di luce; qualcuno
che non conosce altro che pioggia
in piedi su una sedia con piedi di fango; le rose
spazzate via nei loro cumulonembi, 
e qualcuno cui hanno ritrovato il guanto, un viso
che non si vede bene, un viso disegnato sotto un ombrello,
bellissimo, a carboncino, bellissimo, come parole
che non invecchiano mai, i figli del tuono incalzano

In Memoriam, di Riccardo Duranti

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C.D. Wright (1949-2016)

Nell’estate del 1980, ho scoperto i Poetry Archives del Poetry Center della San Francisco State University. Stavo mettendo insieme l’antologia di poesia americana degli anni Settanta, Storie di ordinaria poesia, che sarebbe uscita l’anno dopo per Savelli, e quella biblioteca segnò un punto di svolta: passai parecchie giornate a consultare i suoi schedari, a rovistare negli scaffali, ad ascoltare le audiocassette per sentire la voce dei poeti che non conoscevo.

C.D. Wright, la bibliotecaria con il nome puntato, era rimasta colpita dal mio entusiasmo investigativo e mi aiutava molto nella ricerca, con informazioni precise e consigli forniti insieme a un affascinante sorriso mesto ma incoraggiante. Siccome non c’erano tanti altri utenti in quell’estate californiana, alla fine del mese eravamo diventati amici e mi aveva fatto leggere le poesie sue e del suo compagno, Frank Stanford, che da non molto era tragicamente e inspiegabilmente scomparso, lasciandole in eredità una piccola casa editrice, la Lost Roads. Furono entrambi una rivelazione per me e aggiunsero una sfaccettatura nuova alla rosa della selezione (300 poeti, ridotti poi a 30). Una poesia visionaria, ma concreta che animava paesaggi inediti del profondo sud, evocandone allucinate atmosfere, con un linguaggio sorprendente nel suo taglio immaginativo.

Dopo l’uscita dell’antologia siamo rimasti in contatto. Ulteriori ricerche sulla poesia delle minoranze mi riportarono ai Poetry Archives due anni dopo e C.D. mi presentò Ishmael Reed e cercò di farmi conoscere i L=A=N=G=U=A=G=E poets, ma io continuavo a preferire le sue strane poesie ellittiche, ma solide. Nel 1985 ci incontrammo in Italia, a Cortona, e in quell’occasione mi presentò il suo nuovo compagno, Forrest Gander – che lì per lì mi impressionò più che altro per la sua improvvisa dipendenza dal parmigiano, sviluppata in meno di una settimana di soggiorno in Italia – che poi ho apprezzato anche come poeta. In seguito, ci siamo incontrati diverse volte a Providence, dove entrambi insegnavano alla Brown University e stavano diventando famosi. L’ultimo incontro, nell’autunno del 1998, è avvenuto nella casa che si erano comprati a Barrington, Rhodes Island, un’ex-scuola rurale costruita nel bel bezzo di un cimitero, con un’atmosfera molto simile a certi paesaggi sospesi delle sue poesie.

Altri incontri, programmati, ma impediti da varie circostanze, si sono trasformati in una corrispondenza fitta e scambi di libri di poesia. Ho anche ripreso in mano alcune sue poesie per tradurle, accettando la sfida che le sue strategie compositive sempre più dense ed enigmatiche, ma infallibilmente marcate dalla sua originalità, ponevano alla mia comprensione e alla resa. Ci ho messo un po’ prima di capire che le poesie che sembravano finire di colpo, lasciandomi vacillare su un precipizio, in realtà formavano un circuito molto interessante ricollegandosi con il titolo che è in effetti l’ultimo verso. Le dinamiche messe in moto da questo semplice stratagemma rendono il suo linguaggio ancora più vibrante.

Poi, all’improvviso, qualche anno fa, il silenzio della malattia e la repentina e incredibile notizia della sua scomparsa. Nell’illusorio tentativo di metabolizzare il lutto, ho continuato a dialogare con lei attraverso la sua ricca produzione poetica e a rielaborare le traduzioni dei suoi versi, per non spezzare il filo che ci ha tenuti uniti per quarant’anni.

Riccardo Duranti

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C.D. Wright (1949-2016) ha pubblicato sedici libri di poesia e prosa. Ha lavorato alla Brown University come il marito Forrest Gander, anch’egli poeta e vincitore del premio Pulitzer nel 2019. Il libro di Wright One With Others (2010) è stato finalista al National Book Award e ha vinto il National Book Critics Circle Award e il Lenore Marshall Prize. Ha anche ricevuto premi dalla Lannan Foundation, dalla Foundation for Contemporary Arts e nel 2004 è stata nominata MacArthur Fellow.

Riccardo Duranti (1949) è traduttore e poeta. Ha insegnato Letteratura Inglese e Traduzione Letteraria all’Università La Sapienza di Roma. Ha tradotto l’opera omnia di Raymond Carver e molti altri autori di lingua inglese, tra cui Philip K. Dick, Cormac McCarthy, Elizabeth Bishop, Henry David Thoreau, Robert Coover, Kate Tempest. Nel 1982 ha tradotto 30 poeti americani per l’antologia Storie di ordinaria poesia (Savelli), tra cui anche C.D. Wright.


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