«Man hands on misery to man» – Due poesie di Philip Larkin

«Just me getting older, I suppose. What’s disenchanted about describing a hospital, or a nursing home?»

Philip Larkin sarà nato da cento anni nel 2022. Per questo motivo mi sembra ragionevole supporre che la sostanziale sua assenza dall’Italia si trasformerà in presenza: abbiamo fuori commercio Le nozze di Pentecoste e altre poesie (Einaudi, 1969) e Fading. Poesie scelte, 1950-1980 (Stamperia dell’Arancio, 1994); in commercio Finestre alte (Einaudi, 2002); poi due libri in prosa per Nottetempo. Un recupero necessario, considerando l’influenza di Larkin nella poesia contemporanea. Il punto è: come verrà tradotto?

High Windows esce per la collana Bianca Einaudi nel 2002, con la traduzione di Enrico Testa. A più letture non mi ha convinto. C’è una particolarissima ubiquità di certi accademici, che tutti sanno, non necessariamente di questo: dentro alla Letteratura, fuori dalla Letteratura, in qualcosa che assomiglia, se si tratta di sé, ad una astensione dal giudizio. Il genio di Dopo la lirica, di Lo stile semplice, di Per interposta persona, di Montale. Il poeta prefato da Caproni, ultima sua fatica Cairn (2018). Ricordo personale: durante la presentazione del libro al Collegio Borromeo, con ordinari associati ricercatori a suo seguito, incapaci a suo giudizio di vedere, di sentire le “reminiscenze dantesche”, sbotta: “a me piace rotolarmi nella merda”, parlando della merda infernale dantesca, per dare un messaggio di prossimità alla Terra. Dicevo: quel genio, questo poeta, dà prova incerta di traduttore.

La traduzione di Testa non mi convince perché parte da un presupposto, che sia impossibile dell’ellittico Larkin restituire i due fuochi: densità semantica e densità formale. Ragioni ragionevoli: non esistono corrispettivi, in italiano, della brevità sillabica inglese; della “musicalità” (detta così, banalmente), per cui una rima potrebbe pesare meno, risuonare meno. Tra gli anglofoni c’è anche, graziadio, una più diffusa accettazione della repetitio (contro il dogma tutto italiano della variatio).

Con Larkin si assiste (soprattutto nelle ultime due raccolte, The Withsun Weddings e High Windows; per The North Ship e The Less Deceived il discorso è diverso) ad alcuni elementi che inspessiscono le difficoltà: forme chiuse decisamente personali; una impressionante sostanza iterativa (anche rimica); predilezione per una misura versale tradizionale (innovata), in particolare per l’endecasillabo. Testa, il più delle volte, di fronte alla difficoltà di fissare in italiano significato e significante, dà più importanza al contenuto, che ha un particolarissimo portato di immaginazione del mondo e della sua ontologia, della sua “interiorità”, direi. Prediligere la creazione d’immagini e situazioni all’eufonia. Ma questa sua capacità non penso sia assoluta, sciolta dall’eufonia.

In questo articolo tento due traduzioni da High Windows: The Trees e This be the verse (quest’ultima l’avevo già tradotta per il Journal of Italian Translation; ci sono varianti). Sono due testi molto brevi e molto densi, scelti non a caso, anche per la loro estrema popolarità (sono banchi di prova frequentatissimi). Un tentativo di mantenere i due fuochi accesi. Do le mie ragioni in coda all’articolo.

The Trees è stato tradotto molto, online si possono leggere le versioni di Enrico Testa, Giovanni Ibello e Filippo Tuena.

This be the verse è forse il testo di Larkin più tradotto in Italia, data la sua memorabilità. Si possono leggere online le traduzioni di di Enrico Testa, Claudio Giunta e Gianluigi Simonetti, Luca Alvino, Giovanni Ibello, Giuseppe Cornacchia.

Un ritaglio di una foto di Luigi Ghirri.

The Trees

The trees are coming in to leaf
like something almost being said;
the recent buds relax and spread,
their greennes is a kind of grief.

Is it that they are born again
and we grow old? No, they die too.
Their yearly trick of looking new
is written down in rings of grain.

Yet still the unresting castles thresh
in fullgrown thickness every May.
Last year is dead, they seem to say,
begin afresh, afresh, afresh.

Gli alberi

Gli alberi vengono alle foglie come
parole sulla punta della lingua;
si posano e crescono germogli nuovi,
il loro verde è un tipo di pena.

È che loro rinascono sempre mentre
noi invecchiamo? No, muoiono uguale.
Il trucco ripetuto di apparire nuovi
è marchiato a cerchi nel legno.

Tuttavia gli instancabili castelli
perdono la chioma piena ogni maggio.
L’anno passato è morto, sembrano dire,
evviva l’anno, evviva, evviva, evviva.

This Be The Verse

They fuck you up, your mum and dad.
They may not mean to, but they do.
They fill you with the faults they had
and add some extra, just for you.

But they were fucked up in their turn
by fools in old-style hats and coats,
who half the time were soppy-stern
and half at one another’s throats.

Man hands on misery to man.
It deepens like a coastal shelf.
Get out as early as you can,
and don’t have any kids yourself.

Questo sia il verso

Ti inculano, tua mamma e tuo papà.
Forse non vogliono, ma lo fanno.
Ti riempiono delle colpe che hanno
e aggiungono un extra, solo per te.

Ma sono stati inculati anche loro
da idioti con cappelli fuori moda
per la metà del tempo amore-odio
e per l’altra metà mani alla gola.

Di mano in mano passa la pena.
Si assesta nell’uomo come una faglia.
Fatti da parte prima che puoi
e non avere bambini tuoi.


Nota ai testi del traduttore

Il problema è la compresenza di forma chiusa, metro, rima, semplicità lessicale (a patto di escursioni) e chiarezza semantica ma obliqua. Per quanto concerne entrambi i testi: mantengo le forme chiuse, tre quartine di uguale alternanza rimica; al pentametro sostituisco un eventuale isosillabismo, con versi dal decasillabo al dodecasillabo; do assonanze/consonanze al posto delle rime, dove possibile, al massimo quasi-rime anche interne (es. germogli-fogli); allitterazioni compensate, ancora quando possibile.

Per le informazioni sulle varianti, sulle lettere e per un ottimo commento, si legga The Complete Poems, a cura Archie Burnett, Faber and Faber, 2012.

The Trees

“Can one write this sort of poem today?” (in una lettera del 28 aprile 1968). Larkin sembra consapevole dell’antimodernità di un testo come The Trees, che a un punto bolla come crap, merda, a esclusione del primo verso: l’obiettivo è sostenere la necessità, per la poesia, di venire naturalmente (naturally) proprio come le foglie sui rami. L’inglese ha già una sua formula per sulla punta della lingua (on his tongue), che però dà il conato alla voce che mi serve – anche se in quel verso c’è il sapore dell’annuncio (come qualcosa che sta per essere detta? Come un annuncio che si ripete?).

Testimonianza dell’insoddisfazione il complesso processo correttorio. A noi interessano molto i versi scartati corrispondenti a 9-10, perché potrebbero dare luce nonché risorse linguistiche alternative:

The faint reclothing of midair
That thickens into restless towers

Molto difficile dare un equivalente del sistema linguistico semplice, quotidiano, che contempla scarti neologistici o aulici o tecnici: relax and spread diventa si posano e crescono perché posare richiama ri-posare; unresting castle, che ha una patina di riverenza, diventa instancabili castelli, una soluzione per me, già, poco accettabile. Dalle varianti potrebbe darsi qualcosa con il sostantivo torri.
La chiusa di due versi che segue la gioco sul medievalissimo è morto il Re, evviva il Re, per la separazione che suggerisce tra temporalità divina-naturale e mortale-umana. Mi rendo conto di poter essere accusato di eccessiva addomesticazione.

This be the verse

Il titolo è citazione del verso quinto di Requiem di Robert Louis Stevenson: questo per sottolineare il valore “tombale” (non a caso Larkin ammise di volerla recitata da “un migliaio di ragazze al mio funerale” [lettera a JE del 6 giugno 1982]).

Per l’attacco celebrissimo They fuck you up uso inculare per un motivo: è il verbo più adatto a mantenere un doppiosenso, perché fottere ormai è davvero di senso comune. Mantenere l’ambiguità con la parolaccia è una priorità (troppe volte si è espunta, per pudore forse). Una lettera a FR del 1981:

[…] these words are part of the palette. You use them when you want to shock. I don’t think I’ve ever shocked for the sake of shocking. “They fuck you up” is funny because it’s ambiguous. Parents bring about your conception and also bugger you up once you are born”.

Le difficoltà cominciano con la seconda strofa. Intanto le dittologie che tanto funzionano in inglese non possono sempre rimanere (in The Trees, con qualche difficoltà, rimangono): hats and coats diventerebbe cappelli e cappotti, di suo un settenario; mi decido per i soli cappelli, iconema credo della generazione precedente a quella di Larkin.
Soppy-stern ha una carica neologistica molto forte: significa al grado zero melenso-austero, con tanti doppi sensi (stern è il seno? il culo? cosa ci vuoi dire?). L’ho voluto sostituire con con amore-odio solo per mantenere la composizione, che mi sembra il valore dell’emistichio, nonostante da noi sia un modo di dire (quindi distante dalla creatività).

L’ultima strofa attiva la sineddoche: dal particolare all’universale. La metafora “costiera” di Larkin è per me intraducibile, per quanto è potente. Così come il verso prima, quasi biblico nel passarsi la pena in segno di pace, mano nella mano. Ho provato a dare forza con l’immagine della faglia, che assestandosi fa sia un movimento orizzontale (che mima l’hands on) sia un movimento verticale (deepens). Spero non me ne vogliate.

Ringrazio Bernardo Pacini, Clarissa Amerini, Flavio Santi e Roberto Batisti per avermi assistito, in modi molto diversi, nella traduzione.

L’obiettivo di questo articolo è di spingere al dialogo, anche perché sono fermamente convinto che l’originale possa emergere non da una singola traduzione ma da una pluralità. Come direbbe Steiner: non è forse la traduzione la forma più alta di critica?

poesie-philip-larkin

Philip Larkin nasce a Coventry il 9 agosto 1922. Muore a Londra il 2 dicembre 1985. Scrittore in poesia e prosa (fiction e non-fiction), critico musicale, è stato uno dei più celebri e influenti artisti anglosassoni del Novecento. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie, The North Ship (1945), The Less Deceived (1955), The Withsun Weddings (1964) e High Windows (1974).


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