ck williams poesie

Io odio – Una traduzione inedita di C.K. Williams

L’autore della poesia che vi presentiamo (I hate, tratta da Wait, Farrar Straus & Giroux 2010) è lo statunitense C.K. Williams, nato a Newark (New Jersey) nel 1936 e morto a Hopewell (New Jersey) nel 2015. Anche lui viene considerato – come tanti altri, in uno spazio di geografia letteraria del resto tanto vasto quanto ancora (troppo) inesplorato – uno dei maggiori poeti in lingua inglese del secolo scorso. Eppure, in Italia, solo Damiano Abeni si è occupato in modo rilevante della sua opera, pubblicando prima alcune poesie in traduzione nell’antologia West of your cities (curata con Mark Strand per la casa editrice Minimum fax nel 2003) e poi, insieme a Moira Egan, la breve silloge Una delle muse (Edizioni dell’Obliquo, 2008). Nel 2013, dopo la partecipazione di Williams al festival romano Ritratti di Poesia, su Nuovi Argomenti sono uscite tre poesie sempre a cura di Abeni. Infine, in occasione della morte del poeta, Poesia di Luigia Sorrentino ha pubblicato un ricordo e una traduzione inedita da Wait (ancora grazie ad Abeni).

La prima pubblicazione di C.K. Williams in patria fu propiziata nientemeno che da Anne Sexton, che intravide nei testi di Lies (1969) il talento di un «Fellini della parola scritta». E in effetti, già agli esordi era possibile riscontrare nella poesia di Williams un’eleganza ostica e pensosa, anche se ben radicata nella realtà: con ironia e terrore, tra asserzioni crudeli e improvvisi squarci di pietà, Williams gettava sulla pagina le sue visioni viscerali con tono drammatico e lingua diretta e abrasiva. Durante gli anni della guerra in Vietnam, la poesia di Williams – pur senza schieramenti o scadimenti nella poesia civile occasionale – assume caratteri ed espressioni di radicale e libera protesta politica, ma soprattutto inizia a sviluppare una diversa configurazione formale. In With Ignorance (1977) e Tar (1983), il verso mantiene la propria temperatura stilistica ma comincia ad espandersi in lunghezza, tanto che i volumi spesso devono essere pubblicati in un formato più grande.

Secondo il modello di Whitman (dichiarato maestro, tra gli altri, nella poesia The Foundation, contenuta nello stesso Wait), la poesia di Williams spinge sempre di più verso la prosa ritmica. I testi di Williams necessitano un tono discorsivo effusivo e martellante, quasi il flow di un pezzo rap con cadenze estremamente marcate (ho chiesto aiuto per la traduzione a una statunitense e mi ha domandato se l’autore fosse afroamericano). Gli incontri, i dialoghi, le riflessioni e le circostanze del quotidiano entrano in un vortice di interrogazione intellettuale che eleva a potenza la loro portata esperienziale, universalizzandola senza indulgere in emotività o giudizi morali. Si può dire che la seconda parte della produzione poetica di Williams sia iniziata nel 1997 con The Vigil, e che sia stata un vero successo di critica e pubblico: il libro seguente, Repair (1999) guadagna il premio Pulitzer e The Singing (2003) vince il National Book Award. Negli anni Duemila, la poesia di Williams evolve ancora: combattendo dal di dentro ogni tentazione di intimismo, il ragionamento poetico in versi lunghi si addentra nel privato esistenziale, alimentando una vitale dialettica contrastiva che genera allo stesso tempo e in egual misura slanci di desiderio autentico e ricadute di repulsione per la condizione umana.

Chen Wenling – What You See Might Not Be Real (2009)

I HATE – IO ODIO

(da Wait, 2010)

I hate how this unsummoned sigh-sound, sob-sound,
not sound really, feeling, sigh-feeling, sob-feeling,
keeps rasping in me, not in its old guise as nostalgia,
sweet crazed call of blackbird in spring;

not as remembrance, grief for so many gone;
nor either that other tangle of recall: regret   
for unredeemed wrongs, errors, omissions,
petrified roots too deeply hooked to ever excise;

a mingling rather, a melding, inextricable mesh   
of delight in astonishing being, of being in being,
with a fear of and fear for I can barely think what,
not non-existence, of self, loved ones, love;

not even war, fuck war, sighing for war,
sobbing for war, for no war, peace, surcease;
more than all that, some ground-sound, ground-note,   
sown in us now, that swells in us, all of us,   

echo of love we had, have, for world, our world,
on which we seem finally mere swarm, mere deluge,
mere matter self-altered to tumult, to noise,
cacophonous blitz of destruction, despoilment,

din from which every emotion henceforth emerges,
and into which falters, slides, sinks, and subsides:
sigh-sound of lament, of remorse; sob-sound of rue,   
of, still, always, ever sadder and sadder sad joy.
Io odio come questo indesiderato suono-sospiro, suono-
                                                                           [singhiozzo,
non suono ma sentire, sentire-il-sospiro, sentire-il-singhiozzo
continua a raspare dentro di me, non nella sua solita veste di 
                                                                              [nostalgia, 
dolce folle richiamo del merlo in primavera;

non come rimembranza, lutto per i tanti che sono morti;
nemmeno un groviglio di ricordi: rimorso
per torti irredenti, errori, omissioni,
radici di pietra ancorate così a fondo che mai le estirpi;

piuttosto una mescolanza, una mistura, maglia inestricabile
di piacere dell'incredibile esserci, di essere nell'essere,
con una paura di e una paura per qualcosa di appena 
                                                                             [pensabile,
non la non-esistenza, di sé, dei propri cari, dell'amore;

nemmeno la guerra, la cazzo di guerra, sospirare per la guerra
singhiozzare per la guerra, per l'assenza di guerra, pace,
                                                                                  [tregua;
più di tutto questo, un qualche suono-di-suolo, nota-di-suolo
seminato in noi, che cresce in noi, in tutti noi

eco d'amore che abbiamo avuto, che abbiamo per il mondo, 
                                                                   [il nostro mondo
sul quale in fondo sembriamo mero sciame, mera caterva,
mera materia autoalteratasi in tumulto, rumore
cacofonico assalto distruttivo, saccheggio,

frastuono dal quale ogni emozione d'ora in poi emergerà,
e nel quale vacillerà, scivolerà, sprofonderà, affonderà;
suono-sospiro di lamento, di rimorso, suono-singhiozzo di 
                                                                              [rimpianto
di, ancora, sempre, per sempre triste e più triste triste gioia.

(trad. di Bernardo Pacini e Clarissa Amerini)

La poesia qui presentata è un esempio ideale del modus operandi dell’ultimo Williams. L’andamento ritmico, marziale ma dinoccolato (Moira Egan ha usato questo efficace termine nella sua prefazione a Una delle muse, op. cit.) della poesia detta il passo per uno sconfinamento dalla forma: la misura del verso è elastica, la costruzione della frase segue la scia sonora di un’enfasi sincopata del discorso che non trova mai requie. Il climax drammatico è la soluzione retorica più evidente: i versi si sviluppano per gemmazione – per contagio tendono a un picco espressivo che infine implode e risuona in tutta la struttura del testo, riempiendo di senso ogni passaggio precedente. Un esempio: l’ambivalenza del sentimento che dà il titolo alla poesia è dimostrata per assurdo dall’approdo finale: l’odio è il rimpianto di una gioia triste. L’introspezione di Williams non è mai quieta o palliativa: ambisce alla gnoseologia a partire dalle viscere, non dall’ombelico. Assistiamo a uno scavo ruvido dentro le contraddizioni dell’esperienza umana nel contemporaneo: sospeso ogni giudizio, prende piede una loquacità anti-confessionale nervosa fino alla furia, che senza rinunciare alla commozione, continuamente proietta l’esperienza in uno spazio potenzialmente più ampio, tentativamente universale. Si tratta di una inermità dai tratti aggressivi, fatta di auto-confutazioni, ripetizioni, assonanze, anafore, accumuli di sinonimi, approssimazioni del significante verso un significato che sfugge continuamente (emerge, vacilla, scivola, sprofonda, affonda).

Come ha scritto il premio Pulitzer Yusef Komunyakaa, «C.K. ci ha insegnato […] ad ascoltare la musica di ogni giorno nell’esperienza umana». Una musica che è «tumulto, rumore, cacofonico assalto distruttivo, saccheggio, frastuono» insidiato continuamente dal suo controcanto: un tenace «suono di suolo», «eco d’amore che abbiamo avuto, che abbiamo per il mondo, il nostro mondo».

Bernardo Pacini


C. K. Williams (1936-2015): nato a Newark (New Jersey) è stato poeta, traduttore, saggista e professore di scrittura creativa alla Princeton University. Ha pubblicato molti volumi poetici, tra i quali ricordiamo Lies (1969), With Ignorance (1977), Tar (1983), Flesh and Blood (1987), il premio Pulitzer Repair (2000), il National Book Award The Singing (2003) e Wait (2010). La seconda parte della sua produzione è stata raccolta nel libro Selected Later Poems (Farrar, Straus and Giroux, 2015). Ha inoltre raccolto i suoi saggi nel libro Poetry and Consciousness (1998) e tradotto Ponge e Zagajewski, oltre a molti autori classici. In Italia è stato tradotto da Damiano Abeni nell’antologia West of Your Cities (Minimum fax, Roma, 2003) e dallo stesso Abeni affiancato da Moira Egan nella plaquette Una delle muse (L'Obliquo, 2008).

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